Ad gallinas albas

 Livia Drusilla, sposa di Ottaviano Augusto, si stava recando nei suoi possedimenti quando “un’aquila lascia cadere dall’alto in grembo una gallina di straordinario candore che tiene nel becco un ramo di alloro con le sue bacche. Gli aruspici ingiungono di allevare il volatile e la sua prole, di piantare il ramo e custodirlo religiosamente. Questo fu fatto nella villa dei Cesari che domina il fiume Tevere presso il IX miglio della Via Flaminia, che perciò è chiamata alle Galline; e ne nacque prodigiosamente un boschetto.” (Plinio il Vecchio Naturalis Historia Liber XV, 136-137).

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Giovedì 6 aprile alle 10:30 a Prima Porta, Roma2pass apre  il secondo trimestre dell’anno con una visita all’amata residenza della moglie di Augusto, la Villa di Livia, un luogo di straordinaria rilevanza storica e archeologica, ancora capace di raccontare una storia viva seppur vissuta venti secoli fa.

La villa costituisce un classico esempio di abitazione extra-urbana destinata sia ad attività produttiva che all’otia, cioè di riposo inteso come allontanamento dalle frenetiche attività cittadine unito al desiderio di coltivare studi ed interessi. Il plastico in gesso della villa nell’Antiquarium consente di identificare le varie fasi di vita della residenza, fino in età severiana.

Sul’antico basolato del diverticolo della via Flaminia andremo al lauretum, ricordo del bosco di alloro nato dalle bacche nel becco della gallina bianca.

La villa che conserva splendidi mosaici pavimentali in bianco e nero, a motivi geometrici e figurati, e ambienti decorati in opus sectile. L’impianto originario del quartiere residenziale di età augustea rimase pressoché immutato nel tempo con limitati interventi di restauro nel II e III secolo d.C., forse per rispetto alla memoria di Livia e Augusto, mentre la natatio – ben riconoscibile – è stata realizzata in età flavia, contestualmente alle due piscine di acqua calda.

La nostra visita terminerà nell’ambiente ipogeo dove nel 1863 venne alla luce lo spettacolare affresco di giardino , staccato negli anni cinquanta e oggi conservato al Palazzo Massimo. L’allestimento consente sia la lettura della muratura originale – dove si identificano ancora le tracce delle grappe che fissavano l’antico affresco – che, grazie a un sistema di illuminazione temporizzato, della parete dipinta.

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