Fortezza Navigante

La fortezza navigante è un grande edificio in lungotevere Flaminio 80, all’angolo con via Antonazzo Romano, in pratica con piazza Antonio Mancini.

È questo un edificio rimasto a lungo senza autore, ma che colpisce chiunque lo osservi: dai cittadini comuni a un regista come Nanni Moretti che gli ha dedicato una bella sequenza nel suo “Caro Diario”. Di questo edificio infatti tutto colpisce: la mole, i colori, la modellatura del profilo, i materiali, i dettagli, il suo ergersi forte e solo sulle sponde del Tevere, ma soprattutto una sua misteriosa romanità che deve essere scoperta con attenzione perché non si tratta di banale citazione.

Per capire il nome di Fortezza Navigante bisogna andare dall’altra parte del Tevere, in una giornata d’inverno in cui i platani sono spogli. L’affetto della corrente del fiume sottostante sembra far navigare sull’acqua questo grande edificio, compatto nelle sue parti inferiori e aereo in quelle superiori, verso il cielo, proprio come una grande nave da guerra.

E’ un edificio del 1939 dell’ing. Giulio Gra, che sorge in un quartiere intensivo di fabbricati alti dieci e più piani, ma in cui il rapporto tra architettura e città, che tante ossessioni ha creato agli architetti italiani, vi trova una sintesi. Le ragioni economiche che impongono il massimo sfruttamento del lotto non sono accettate con un’amorfa consuetudine edilizia.

Pur rispondendo alla logica della ottimizzazione fondiaria, e ricorrendo al tipo edilizio consueto del palazzo ad appartamenti, l’edificio riesce a caratterizzare la morfologia dei lungotevere nel momento in cui l’edificazione si ferma per lasciare posto all’invaso in asse con il ponte che conduce al foro italico. Il fabbricato ha un impianto a “U” che apre le due braccia secondarie sulle strade laterali.

Il fronte compatto sul lungotevere è espressivo anche da grande distanza. Il trattamento è asimmetrico: con un angolo regolare a novanta gradi su una piccola strada limitrofa, ma con una sagoma arrotondata e differenziata ai vari livelli sull’invaso oggi occupato dal parco adiacente di piazza Mancini, creato per i mondiali del 90.

Se l’architettura in città non può fare a meno della densità economica e fondiaria, qui si dimostra che massa e cubatura possono avere valenze plastiche che alla città ritornano come plus valore di immagine. In fondo è una delle ragioni dell’architettura, che non varrebbe neanche la pena ricordare.

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Ma l’interesse, e l’autentica venerazione di alcuni verso questo episodio edilizio, va oltre. Il condominio Gra appare infatti uno dei pochi esempi di questo secolo che sa trarre profitto – senza ricorrere a elementi linguistici e decorativi di diretta derivazione classica – dalla lezione del tardo Rinascimento romano. La composizione viene ripartita nelle tre parti della struttura del palazzo codificata nel Cinquecento: un basamento che raggruppa i primi due piani, una elevazione che unifica i successivi tre, una fascia di coronamento all’ultimo livello.

Ancorato al suolo attraverso la potente rastrematura dei piedritti inclinati, l’edificio tocca il cielo con la disarticolazione dei volumi che, nei due piani dell’attico sopra il coronamento, lascia liberi piani abitati e terrazze di creare un fluido contatto con l’aria. La metafora nautica e macchinista si intreccia a quella del tempio classicheggiante.

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La vista ravvicinata permette di scoprire altre qualità. Innanzitutto di ritrovare il chiaroscuro delle architetture cinquecentesche, con i profondi coni d’ombra dell’ordine gigante che crea il sistema di accesso e scava la parte centrale dell’elevazione. Successivamente l’accuratezza dei dettagli e dell’intera costruzione. Infine il ricco cromatismo giocato sul rapporto tra quattro materiali: il travertino usato nel basamento e nel coronamento, il mattone nei tre livelli dell’elevazione, nelle torri sull’attico e nel fronte posteriore, il marmo verde all’interno dello scavo della facciata che caratterizza il doppio sistema degli ingressi.

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Questo edificio è l’ultimo progettato da Giulio Gra e probabilmente, dopo una lunga serie di opere di retroguardia, il suo capolavoro, il manifesto di una strada per l’architettura romana che rimarrà in gran parte inesplorata, persino dal suo artefice. L’ingegnere infatti dopo la guerra si ritrae in se stesso e non progetterà più sino alla prematura scomparsa nel 1958.

Bibliografia:

  • Antonino Saggio PROFILO DI GIULIO GRA. L’OPERA DELLA VITA, Costruire, n.164, gennaio 1997 (pp. 114-116).
  • Fabrizio Aggarbati, Carla Saggioro, “Giulio Gra. Opere e progetti 1923-1939”, Edizioni Kappa, Roma 1991 pp. 190

 

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