Alceo Dossena

Questa pagina racconta la vita di Alceo Dossena un geniale personaggio a metà strada tra un artista e un falsario.

Alceo Dossena nasce a Cremona nel 1878 da una modesta famiglia. Sin da ragazzo manifesta attitudine per l’arte e frequenta la locale scuola professionale dove si fa espellere e inizia a lavorare nella bottega di un marmista che produce portali, vere da pozzo, balaustrate e colonne in vari stili, per soddisfare le richieste degli architetti che costruivano villini o restauravano castelli, secondo il gusto del tempo.
Nel 1914 è arruolato nell’aeronautica e, dopo l’armistizio, si stabilisce definitivamente a Roma dove apre uno studio in un magazzino abbandonato sulla via Trionfale, nei pressi della chiesa di San Giuseppe (dove si conserva un suo busto di Don Guanella eseguito in quel periodo) e realizza rilievi in terracotta, che cuoceva nelle vicine fornaci della Valle dell’Inferno.

Non ha un soldo e conduce un ménage bohémien, fino a che una delle sue opere suscita l’interesse dell’antiquario gioielliere Alfredo Fasoli che, rendendosi conto delle possibilità tecniche di Dossena, stringe un accordo fra vari amici antiquari italiani che incoraggiarono l’artista a praticare questa attività, suggerendogli soggetti e modelli, fornendo i materiali idonei, nuovi locali e tutto l’occorrente per una produzione estesa a decine e decine di pezzi.
In quegli anni infatti è ancora possibile per i ricchi collezionisti e i musei stranieri, e in particolare quelli americani, esportare opere d’arte italiane e ciascun museo ha un antiquario romano di riferimento incaricato di scovare e offrire sotto banco opere d’arte non note alla Sovrintendenza italiana. Grazie a questa richiesta “sotterranea” il lavoro di Dossena si sviluppa e realizza addirittura finti spogli di intere cattedrali dirute, che si diceva affiorassero nelle bonifiche agricole del Maremmano. Per la parte erudita, storico-epigrafica, il consulente era padre G. Sola, insegnante del liceo Mamiani, pittoresco frequentatore di antiquari e taverne.

Avendo bisogno di spazi sempre più ampi, Dossena cambia vari studi, tutti a campo Marzio: alla passeggiata di Ripetta, in via del Vantaggio, in via Maria Adelaide di Savoia e in via Margutta fino a quando, intorno al 1926, si comincia a parlare a livello internazionale di un maestro italiano autore di falsi rinascimentali, greci ed etruschi. La storia diventa pubblica solo nel 1928 quando Dossena, litiga con gli antiquari per motivi economici e rilascia un’intervista in cui racconta tutto.

Gli antiquari coinvolti, in particolare il Fasoli, tentarono di mettere a tacere l’artista con una falsa accusa di antifascismo; ma Dossena, che stava lavorando a un busto di Mussolini, dona a R. Farinacci due piccole statue e lo persuade a difenderlo. Il processo si risolve senza condanna per mancanza di prove e l’opinione pubblica si convince che egli fosse stato vittima degli antiquari e il “neo Donatello”, come lo chiamarono allora, autentica e firma a posteriori diverse sue opere.

Il periodo successivo alla scoperta dei falsi fu quello più fortunato dì tutta la sua carriera. Risalgono ad allora tre rilievi neo quattrocenteschi in terracotta con Madonna con Bambino, conservati presso il Victoria and Albert Museum di Londra, eseguiti intorno al 1929 e che non imitano lo stile di nessun artista in particolare. Sempre in quel periodo Dossena è prescelto per la progettazione del Monumento ai caduti di Cremona, poi non realizzato, ed esegue sculture di soggetto religioso per varie chiese italiane.

Un altro episodio che suscita scalpore si verifica nel 1952, quando il City Art Museum di Saint Louis vuole acquistare una Diana cacciatrice, ritenuta opera etrusca ma in realtà realizzata da Dossena. L’ufficio esportazioni di Bologna da licenza di esportare l’opera, considerandola un “pasticcio” del valore di 80.000 lire, contro l’autenticità dell’opera si schierano apertamente diversi esperti e gira pure una foto scattata nell’inverno 1936-37 della scultura, quando la scultura si trovava nello studio dell’artista. Tuttavia, il Museo acquista l’opera per 56.000 dollari e solo sedici anni dopo, alla luce delle analisi fatte nel 1968 al Research Laboratory for archeology and history of art dell’Oxford University, si rassegna ad ammettere ufficialmente che la Diana cacciatrice è in realtà un falso.

L’artificio tecnico ideato dallo scultore nella creazione dei falsi si fonda sulle sue osservazioni dei monumenti nella terra natia. La sua patina non è una sovrapposizione di materiali, come quella che si trova nelle sculture di scavo, ma è una tonalità di colore sottostante all’epidermide, penetrata all’interno per gradi, fissatasi indelebile nei livelli inferiori del marmo. Non si tratta quindi di un imbratto dato e ritolto al lavoro finito, secondo il metodo usato dagli altri falsari: il suo procedimento geniale era quello di scolpire le composizioni sin quasi a compimento, applicare una patina liquida a base di permanganato, acqua di ruggine e terra di quercia essiccata al calore della fiamma a gas. In tal modo si veniva a mascherare l’intera superficie con una crosta nerastra; successivamente, nella rifinitura con gli scalpelli, egli mondava la superficie e scopriva la polpa del marmo, con l’alone interno di patina. Quando poi le parti in oggetto venivano lisciate con piombo e acido e si aggiungevano le fratture e i danni accidentali, il maquillage era perfetto.

Dossena muore a Roma nel 1937. Oggi, sfortunatamente, la maggior parte delle sue opere sono nei depositi dei maggiori musei americani.
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