Arresto di Mussolini

Guardando la Palazzina reale di Villa Ada, oggi Ambasciata d’Egitto, dalla strada carrabile che da via Salaria 267 entra a Villa Ada e si inoltra verso il Club Ippico Cascianese, al centro della parete laterale dell’edificio è evidente un ingresso secondario. Esattamente lì, il 25 luglio 1943, avviene un fatto che cambia la storia d’Italia: l’arresto di Benito Mussolini.

MAPPA della Zona Parioli 2 (Villa Ada e Monte Antenne)  

E’ una calda domenica di luglio. Il cielo di quell’estate di guerra a Roma è bianco, immobile, afoso. I giornali del mattino riportano le notizie delle operazioni militari in Sicilia e in Russia. Ma la notizia che avrebbe cambiato il volto dell’Italia è ancora sospesa. Alle tre del mattino a palazzo Venezia si era compiuto solo il primo atto: nella riunione del Gran Consiglio, Dino Grandi aveva presentato un ordine del giorno nel quale si invitava il Capo del Governo a rimettere nelle mani del Re l’effettivo comando delle forze armate.

Mussolini deve accettare e, alle 12:00, fa telefonare all’aiutante di campo del Re chiedendo a Vittorio Emanuele II un’udienza in giornata.

Alle sedici e quarantacinque Mussolini siede nell’Astura nera che scivola nel caldo silenzio delle strade verso Villa Savoia, la residenza reale sulla via Salaria. Dieci minuti dopo l’auto giunge dinanzi al cancello davanti via di Villa Savoia. L’autista, Ercole Boratto, rallenta, dà due brevi colpi di clacson, segnale convenuto. In cancello si apre e l’Astura entra mentre le due macchine di scorta degli agenti di polizia frenano e si dispongono, come sempre, ai lati del cancello.

La trappola reale sta per scattare. Nascosto dalle siepi di bosso nel lato nord della villa, c’è il capitano Paolo Vigneri al comando di cinquanta carabinieri usciti dalla caserma Pastrengo con tre autocarri; sono nascosti nel parco anche tre agenti in borghese e una autoambulanza della Croce Rossa.

Contrariamente alle abitudini ventennali il re insieme con il suo aiutante, generale Paolo Puntoni, accoglie Mussolini sulla soglia, sorridente e con la mano tesa. Veste l’uniforme grigioverde di maresciallo dell’impero. Mussolini, invece, ubbidendo agli ordini ricevuti, è in un sobrio abito blu. Entra, dunque, fiducioso nella sala a pianterreno. Dopo venti minuti l’udienza è finita. Mussolini ha rassegnato le dimissioni, il re le ha accettate, sostituendolo con il maresciallo Badoglio. Così termina il secondo atto.

Il terzo atto si svolge all’aperto sulla gradinata dell’ingresso laterale della villa. Al sommo degli scalini sta fermo sull’attenti un domestico. Quando dal viale il capitano Vigneri vede il domestico fare il cenno convenuto con la testa, a passi rapidi va incontro a Mussolini che scende pesantemente gli scalini. “Duce — disse — per ordine del Re dobbiamo sottrarvi a eventuali violenze della folla: bisogna che veniate con la mia macchina”. Era l’autoambulanza rimasta per due ore al sole. Cortese, ma inesorabile, il capitano Vigneri sospinse Mussolini dentro l’autoambulanza che parte verso la Caserma Podgora a Trastevere, prima tappa di un viaggio complicato che porterà l’ex duce a Campo Imperatore.

La scorta, rimasta all’interno del cancello d’ingresso, vede l’autoambulanza passare ma non sospetta nulla. Solo a sera saranno avvertiti di rientrare.

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