Carlo Socrate

Carlo Socrate

Villa Strohl Fern, Scuola Romana,

da fare

Carlo Socrate (Mezzana Bigli, Pavia 1889 – Roma 1967) – Attivo a Roma dal 1911  

La congiunzione fra pittura e storia dell’arte assume un significato molto particolare, riferita alla situazione romana e a Carlo Socrate, perché il suo dipingere più di ogni altro artista era strettamente legato a una particolare e precisa idea della pittura, un’idea longhiana si potrebbe dire, e a particolari modelli ideali, caravaggeschi – courbettiani, o velazqueziani – manettiani. Infatti a indicare i modelli, cioè a fornire uno specifico, nuovo, convincente disegno della storia dell’arte italiana e europea, una linea di legittima ascendenza per l’arte moderna era Roberto Longhi, critico e storico dell’arte nel senso istituzionale del termine. Il quale ebbe il merito di far capire come Caravaggio fosse il fondatore di certa pittura moderna e come, per mezzo della grande pittura francese dell’Ottocento e dell’Impressionismo ci fosse un punto di innesto fra la pittura contemporanea e l’antica.
Questa “buona pittura “ , la “pittura dei “valori”, non solo di Socrate, ma anche di Trombadori, di Donghi (specialmente di Donghi), di Francalancia, del giovane Guidi, di Bartoli, costituisce un positivo apporto, e di modi molto caratterizzati, alla storia dell’arte italiana del Novecento.

In quel contesto Carlo Socrate ha una precisa collocazione. La più aperta, e proprio negli anni Venti, all’influsso di quella congiunzione arte-storia dell’arte, la più attenta ai valori che Longhi “retour d’Europe” andava indicando, e non a caso ne fu uno dei più attivi sostenitori nello scambio culturale sulla pittura sia al caffè Aragno che a villa Strohl-Fern dove ebbe lo studio fin dal 1916.
Era più degli altri pronto a capire i valori moderni di certa pittura seicentesca, di certi bianchi dei panni gentileschiani, di come questi valori passassero in Courbet, o di come un rosa tenero si esaltasse accanto ad un grigio o a un tocco di nero di certa pittura francese del secolo di Manet.
Socrate fu certamente attratto ai suoi inizi da Spadini 1883-1925, il pittore del sole, della natura abbagliante, della maternità felice, un pittore finalmente “italiano”, sano, sincero, espresso, come una forza naturale, della nostra tradizione: così più o meno lo si vedeva. Ma Socrate non dipinse mai per sovrappiù. Fu, se mai, attento al risparmio dei mezzi espressivi, ad una sorta di minimizzazione cromatica basata su accordi lievi intorno al più anonimo, al meno estroflesso dei colori, il tenue grigio. Un grigio da cielo velato. E quando, come volevano le istanze del “ritorno all’ordine”, si provò nella composizione, nella costruzione del “quadro” (nel motivo della figura nel paesaggio per esempio), affrontò l’organizzazione della “Storia” alla maniera antica, quasi come un seguace di Gentileschi o un caravaggesco di Utrecht rinato accanto all’”atelier” di Courbet e proiettato nel mezzo delle alquanto tristi esperienze novecentesche. Una composizione “da studio” insomma. Ma dove il passato, quel particolare passato, per così dire longhiano, quella particolare “linea” della pittura seicentesca-ottocentesca-naturalista, affiorava come un’orma lieve, come un’ombra leggera.
Si può leggere in questo senso la commovente “Morte di Agar” e molte altre sue opere degli anni Venti, per quel felice incontro, da una parte di suggestioni che erano il riflesso di una cultura artistica bene orientata, positiva e moderna, dall’altra di una indubbia sensibilità pittorica che contribuiscono a conferire alla pittura romana di quel decennio una luce particolare, limitata ma non priva di una intensità discreta, di un suo fascino segreto e sottile. Purtroppo però gli influssi di certa accademia neoclassica novecentista cominciano a farsi sentire già in quegli anni.
E Socrate, negli anni a seguire, non ritrovò forse più, la giusta misura di quel modo di sposare l’antico alla “vie moderne” nel clima di un garbato e sensibile naturalismo.
Fu, Carlo Socrate, uomo di viva intelligenza, di buone letture,di occhio acuto e di amabile conversazione. Giuliano Briganti

A lui accadde persino di collaborare nel 1917 a una delle esperienze più singolari dell’arte moderna: quella dell’incontro fra arti figurative, teatro e danza sotto la guida di Picasso quando lo spagnolo venne al teatro Costanzi di Roma per dipingere il sipario e le scene del balletto Parade di Erik Satie al seguito dei balletti russi di Bakst e Diaghilev.
A Carlo Socrate Roberto Longhi dedicò nel 1926 un saggio ricco di castigate analisi. Le opere prese in esame furono di ogni tipo: dai nudi immersi nella natura ai paesaggi, alle nature morte di sapore courbettiano. A Longhi interessava l’esperimento linguistico di Socrate, stringato fino al rifiuto di ogni effetto e tutto proteso ad «arrestare in superficie, come egli diceva, l’impasto complesso e mosso della pennellata.».
Socrate fu di quelli che alla volgarità, alla spocchia e alla doppia verità in cui cadde tanta parte della cultura italiana non seppero opporre altra obiezione che quella di un disinteressato «mestiere d’artista».
Nature morte, paesaggi, figure assorte e emblematiche. Una Roma trasparente nelle sue luci agre. Una puntualizzazione delle cose interamente reintegrate in una materia pittorica lustra, mimetica, sobria,che ebbe il rispetto attento del giovane Scipione. Si vorrebbe dire disadorna come lo studio di villa Strohl-Fern dove fino all’ultimo respiro, Carlo Socrate dette le sue metodiche pennellate alla ricerca dello stesso amore che aveva fatto ardita la sua gioventù.

Antonello Trombadori(da L’Unità, Roma 13 dicembre 1977).

 

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