Cimitero ad clivum cucumeris. Approfondimento

Il Coemeterium ad Septem Palumbas ad caput Sancti Iohannis in clivum Cucumeris (Cimitero ad clivum cucumeris) si sviluppa sul tracciato dell’antica via Salaria Antica, sull’antico Clivum Cucumeris che, allora come oggi, con ripida pendenza discende dal Monticello verso l’Acqua Acetosa. L’appellativo ad septem palumbas è da ritenere connesso, con ogni probabilità, a una qualche insegna di locanda o di osteria esistente lì presso come in altri esempi dello stesso tipo noti alla toponomastica cimiteriale romana.

All’ingresso della catacomba è edificata una chiesa della quale si ignorano sia l’epoca della costruzione che il nome del fondatore. Sappiamo invece che era intitolata a un presbitero Giovanni le cui spoglie, nella chiesa, erano divise in due parti, testa e corpo, sepolte in due punti del santuario e oggetto dell’attenzione di diversi gruppi di devoti. Nella chiesa erano venerati anche alcuni altri martiri, tra cui un Liberale o Liberato che sembra abbia ricoperto la dignità consolare, forse quella di consul suffectus. Sulla base di alcune iscrizioni già esistenti nel cimitero e tramandate poi dai sillogi, si potrebbe tuttavia avanzare l’ipotesi che questa sia stata edificata da un non meglio identificato Floro, probabilmente nei primi lustri del VI secolo.

Il complesso subì danni, forse nel corso della guerra gotica (assai meno probabilmente al tempo di Alarico) che furono riparati dallo stesso Floro. Meta di pellegrinaggi, come testimoniano gli itinerari medievali, il cimitero scomparve, al pari di quasi tutti gli altri, dopo le grandi traslazioni dell’ottavo e del nono secolo, ma il suo nome si conservò nei documenti. In particolare, mentre l’appellativo ad septem palumbas finì col tempo per cadere in disuso, quello del clivus cucumeris rimane come denominazione “ufficiale” del luogo e come tale sopravvisse molto a lungo, come emerge in un documento dell’archivio di San Pietro in Vincoli del XVI secolo.

Nel quadro della sua infaticabile attività di ricerca degli antichi cimiteri cristiani, Antonio Bosio ritenne di averlo rintracciato (e parzialmente esplorato) in un gruppo di gallerie in cui era penetrato per la prima volta nel 1594 da una vigna, sulla destra della via Salaria Vetus, a circa ottocento passi dalla Porta Pinciana; ma era caduto in errore, tratto in inganno, come dimostrò Enrico Josi nel 1924, sulla base dell’itinerario Malmesburiense (un itinerario per i santuari romani del XII secolo di di Guglielmo, monaco benedettino dell’abbazia di Malmesbury nel Wessex). Bosio era entrato nel cimitero di San Panfilo (ubicato sempre sulla via Salaria Antica) che verrà invece riscoperto e riconosciuto come tale solo nel primo Novecento.

Nel 1892, in concomitanza con la compagna di scavo effettuata dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra presso le vicine catacombe di Sant’Ermete, su proposta di Giovanni Battista de Rossi si eseguì lo scavo parziale di un complesso di gallerie cimiteriali, ampiamente devastato, venuto alla luce casualmente nell’ambito della vigna già dei Cistercensi di San Bernardo. dalla planimetria eseguita in quell’occasione si rivelò un ipogeo di modesta dimensione (anche se non venne portato a termine lo scavo di tutte le gallerie ritrovate). A conclusione di questi lavori il de Rossi, argomentando soprattutto dalla modeste dimensioni del complesso cimiteriale riportato alla luce, ritenne che non potesse identificarsi col coemeterium in clivum cucumeris ma che potesse trattarsi solamente di un piccolo ipogeo “forse d’alcun privato collegio”, tanto che si finì per proporne la chiusura. La convergenza pressoché perfetta fra le indicazioni topografiche degli itinerari del VII secolo e l’ubicazione del complesso cimiteriale, invece, fanno oggi ritenere che quelle gallerie appartenevano realmente all’antico cimitero.

Nel 1908 il complesso (ulteriormente danneggiato) fu percorso ancora dal prof. Orazio Marucchi e dal padre Albarelli, il quale ultimo condusse degli scavi che lo portarono però nelle vicine catacombe di Sant’Ermete. A metà degli anni cinquanta, anche in conseguenza dell’intenso sviluppo edilizio della città moderna, del predetto complesso cimiteriale s’era perduta ormai ogni traccia. Sondaggi eseguiti allo scopo di rintracciarlo, per iniziativa del prof. Sandro Carletti, della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra all’inizio del 1955 sortirono effetti positivi “nel crocevia in cui termina la via Antonio Bertoloni e inizia la via Francesco Denza”. Qui infatti, attraverso uno scantinato sotto la villa Chiovenda (poi Chiovenda – Canestri e successivamente passata ad altro proprietario) anche sulla scorta di “confessioni” rese da persone che parteciparono alla costruzione di un edificio moderno, si riuscì a penetrare in un gruppo apparentemente non vasto di gallerie cimiteriali, da identificarsi con ragionevole certezza con quelle esplorate a suo tempo dal de Rossi. Pertanto, vista e percorsa circa cinquant’anni fa, la catacomba dovrebbe esistere tutt’ora, sebbene inaccessibile a motivo della sua ubicazione nel sottosuolo di una proprietà privata.

Bibliografia essenziale:

  • M.GHILARDI, Gli Arsenali della Fede. Tre saggi su apologia e propaganda delle catacombe romane (da Gregorio XIII a Pio XI), Aracne Editrice, Roma, 2006.
  • GIORDANI R.“Osservazioni sul Coemeterium ad Septem Palumbas ad caput Sancti Iohannis in clivum Cucmeris”, in Studi Romani (Rivista trimestrale dell’istituto nazionale di studi romani), luglio-dicembre 2002.
  • LANCIANI R, “Miscellanea topografica” in Bollettino della Commissione Archeologica comunale di Roma, 19, 1891.

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