Catacombe di Sant’Ermete

L’antico cimitero di Bassilla, con i santuari della martire omonima e dei santi Ermete, Proto e Giacinto è accessibile dal casale Riganti o villino di Sant’Ermete in Via Antonio Bertoloni 13 e si sviluppa nel sottosuolo della zona ora occupata dalla piazza Pitagora e dal tratto della via Bertoloni compreso tra la piazza e l’inizio della via Barnaba Oriani.

Alcune gallerie si diramano inoltre sotto via Francesco Siacci, via Felice Giordano e via Angelo Secchi.
Il cimitero, che oggi chiamiamo Catacombe di Sant’Ermete dal nome del primo santo martire, greco, le cui spoglia furono qui tumulate, è situato sul tracciato dell’antica Salaria, via Salaria Vetus, e si sviluppa nel sottosuolo di un ampia zona intorno, tra piazza Pitagora e l’inizio della via Barnaba Oriani.  Alcune gallerie si diramano inoltre sotto via Felice Giordano e via Angelo Secchi, rispettivamente verso le due valli oggi percorse da via Francesco Siacci e viale dei Parioli.

Nei documenti più antichi dei secoli IV, V e VI, il cimitero è costantemente denominato cimitero di Basilla o Bassilla Non è chiaro se Bassilla fosse una martire ivi sepolta o il nome della matrona romana proprietaria del terreno concesso ai cristiani già alla fine del II o all’inizio del III secolo (come Priscilla o Trasone).

Successivamente vi furono sepolti i santi martiri Ermete, Proto e Giacinto ed anche il nome del cimitero cominciò a mutare in Cymiterium Basille ad Sanctum Hermetem via Salaria Vetere. Alla fine del VI secolo, come in altre catacombe romane, all’ingresso di queste catacombe si costruisce una basilica ipogea per celebrare i riti relativi ai santi martiri qui sepolti. La basilica è lunga 13 metri, orientata come la via, pavimentata in marmo, decorata da pitture, con la cattedra episcopale nell’abside e il matroneo al piano superiore. Nel VII secolo vi si stabilisce una comunità benedettina, che ci ha lasciato un affresco con la più antica immagine a noi nota di San Benedetto. Alla fine dell’ottavo secolo, la basilica viene restaurata dopodiché se ne perde memoria.

Otto secoli dopo, Papa Gregorio XIII (1572-1585) dona al Collegio Germanico-Ungarico dei Gesuiti una vigna, denominata La Pariola, sulla via Salaria Vetus dopo le Tre Madonne (vedi il vicolo delle Tre Madonne) e i Gesuiti decidono la costruzione in questo terreno di una casa di campagna. Con i lavori di scavo si ritrovano i ruderi della basilica ipogea di Sant’Ermete.

Nella catacomba si infila Antonio Bosio nel 1608 e scopre i numerosi affreschi. Le gallerie sono in molti tratti interrate e per procedere nell’esplorazione il Bosio riferisce che “bisognò andar con il corpo per terra serpendo alquanto innanzi”. Di questa ricognizione il Bosio fa una relazione corredata anche dalla riproduzione dei disegni e delle epigrafi che aveva visto. Già in questa epoca, il cimitero non si trova in buono stato di conservazione e molti sepolcri si presentano violati e privi delle lastre di chiusura. Nel 1600, la vigna è ampliata ed abbellita. Risalgono a quel il lucernario aperto a filo di una delle pareti esterne della casa (per dare luce al santuario e la scala che dalla casa scende nella basilica. Dalla catacomba sono estratti molti corpi di presunti martiri, soprattutto da due preti archeologi: Marcantonio Boldetti e Giuseppe Marangoni che spesso scavavano tombe senza alcun metodo e senza documentare le loro scoperte. Molte iscrizioni lapidarie sono rimosse dalle tombe e trasportate n chiese o in palazzi privati. Molte di esse, in particolare, le ritroviamo nella pavimentazione di Santa Maria in Trastevere.

I Gesuiti perdono la proprietà alla soppressione dell’ordine nel 1773 ma la tenuta è di nuovo in loro possesso a metà dell’Ottocento. Nel 1845 il Padre gesuita Giuseppe Marchi scopre il sepolcro di San Giacinto martire, con la lastra di chiusura ancora intatta.

Nel 1870, arrivano i Piemontesi, con la legge delle Guarentigie la proprietà passa sotto il controllo dello Stato Italiano. La vigna è venduta e smembrata e il casino nobile, ormai con un piccolo giardino intorno, cambia diversi proprietari. Nel 1893 l’archeologo romano Giovan Battista de Rossi, intraprende una campagna di scavo, raggiungendo altre parti della catacomba e rinvenendo numerose iscrizioni e bolli doliari. Pochi anni dopo è scoperta la lapide di Beneriosa con l’immagine della defunta a rilievo.

Per approfondire: Le catacombe di Sant’Ermete. Approfondimento

Nei dintorni: Catacombe Ad Clivum Cucumeris

Mappa Pinciano 4 (Zona da piazza Pitagora a piazza Euclide)

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