Domenico Filippone

Tratto da Maristella Casciato – Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 47 (1997)

Nato a Napoli il 17 ott. 1903, secondogenito di Raffaele ed Ermenegilda Maggio, crebbe in un ambiente semplice, profondamente legato ai caratteri tradizionali della cultura del Meridione. Il padre era un buon disegnatore e lo indirizzò verso l’arte del disegno a mano libera, di cui rimane traccia nei taccuini di schizzi degli anni giovanili. Il nonno paterno Domenico lo iniziò allo studio dei classici greci, che rimase uno dei suoi punti di riferimento, anche nella produzione architettonica, accanto all’interesse per la vita e le tradizioni contadine.

Dopo gli studi all’accademia di belle arti di Napoli si iscrisse alla scuola di ingegneria del capoluogo campano, per poi passare nella neoistituita scuola di architettura, dove si laureò nel 1926. L’anno successivo si trasferì a Roma, dove aprì uno studio di progettazione. La sua attività professionale si indirizzò inizialmente verso l’edilizia residenziale, cui si affiancò successivamente un’intensa e fortunata carriera nell’urbanistica e nella progettazione di opere pubbliche.

Nel settore dell’abitazione il F. raggiunse subito risultati assai convincenti con due palazzine, entrambe a Roma: una in viale Parioli (1928) e l’altra in piazza Trento (1931). Nel 1933 fu invitato a partecipare alla V Triennale di Milano, dove presentò, nella sezione “Galleria dell’Italia”, un progetto per “ville al mare-case d’affitto stagionale”, a cui fu assegnato dalla giuria il primo premio. Le solari prospettive ad acquerello elaborate per l’esposizione mostravano la sua adesione al tema della “mediterraneità”, che si esprimeva in volumi dalla cristallina purezza, aperti verso la natura con esili pensiline aggettanti, e nella ricerca di soluzioni architettoniche in grado di catturare aria e luce (V Triennale. Catalogo ufficiale, a cura di A. Pica, Milano 1933, p. 236).

In quello stesso anno il F. si avvicinò alla progettazione urbanistica, partecipando al concorso per il piano regolatore di Perugia, nel quale gli venne assegnato il quarto premio. Nel decennio successivo la sua attività di urbanista si intensificò notevolmente con la partecipazione, spesso come capogruppo, ai concorsi per la redazione dei piani regolatori di importanti città. Numerosissimi i riconoscimenti ottenuti: si aggiudicò il primo premio nei concorsi per il piano regolatore di Sassari (capogruppo, con G. Flores e A. Vicario, 1934), di Pordenone (capogruppo, con A. Della Rocca, 1935), di Bologna (con A. M. Degli Innocenti, P. Marconi, capogruppo, G. Riccardi, C. Vannoni e M. Zocca, 1938), di Palermo (capogruppo, con F. Florio e P. Villa, 1940) e di Ravenna (1943); inoltre ottenne il secondo premio in quelli per Mantova (1934) e Savona (con G. Calza Bini e G. Nicolosi, capogruppo, 1935) e il terzo premio nel concorso per il piano di diradamento del centro storico di Belluno (1935).

Del progetto per il piano regolatore di Pordenone venne apprezzato il senso di misura con cui si interveniva nel centro storico, senza alterarne il carattere monumentale e il tessuto edilizio, e il rigore della proposta di espansione che riprendeva le caratteristiche della preesistente rete stradale, completandola e ampliandola.

Del piano si scrisse: “La città è trattata per quello che è, non per quello che potrebbe essere. Non solo sono rispettate, ma messe in evidenza tutte le caratteristiche morfologiche del naturale sviluppo edilizio… Pordenone deve servire di modello … fare dell’urbanistica morale, senza archeologia e senza avvenirismo, senza strangolamento del passato ottenuto con mezzi “scientifici”” (cfr. Quaroni, 1939, p. 738).

Con lo stesso spirito tre anni dopo venne affrontata una prova ben più impegnativa, quella per la redazione del nuovo piano regolatore di Bologna. La commissione, presieduta da M. Piacentini, assegnò il primo premio al progetto del gruppo cui partecipava il F., ritenendo che i progettisti avevano affrontato con convincente realismo le tre questioni fondamentali: viabilità, ampliamento, risanamento e valorizzazione dei monumenti. Infine il F. fu fra i progettisti impegnati nella redazione dei piani regolatori delle città di fondazione dell’Agro pontino: ebbe il secondo premio nel concorso per il piano di Aprilia (1936) e nel 1938 presentò anche un progetto per l’espansione di Pomezia. All’impegno come progettista il F. affiancò quello di collaboratore a riviste di architettura e a quotidiani; nel 1937 pubblicò a Milano Le zone verdi nella moderna urbanistica italiana, un testo in cui si affrontava la questione del verde pubblico nella costruzione della città moderna, confrontando le poche esperienze italiane con quelle internazionali, in particolare tedesche.

Nel 1938 venne inaugurato l’edificio della Gioventù italiana del littorio (GIL) a Campobasso, un’architettura che ricevette unanime apprezzamento per la chiarezza distributiva e per l’attenzione con cui il progettista aveva risposto all’effettiva consistenza dell’ambiente paesistico e architettonico circostante, evitando risoluzioni auliche e altisonanti.

La costruzione (deturpata nel 1992 dall’abbattimento di alcune parti; cfr. F. Pedacchia, The littorio youth movement building at Campobasso, in Documentazione e conservazione del movimento moderno. Newsletter, 1993, n. 8, pp. 48-51) presentava una planimetria a U e si componeva di un corpo centrale a due piani per gli uffici e da due corpi laterali, a un solo livello, comprendenti il teatro e la palestra. Il portico di accesso a quest’ultimo ambiente era decorato da affreschi di G. Piccolo, ispirati allo sport e alle attività ginniche. La facciata principale, scandita dal ritmo serrato delle finestre si rivolgeva verso il centro abitato, mentre l’ampio cortile interno si apriva scenograficamente verso la verdeggiante vallata.

Dopo il 1940 il F. si occupò di piani per la sistemazione urbanistica di aree monumentali e per la valorizzazione di monumenti del patrimonio storico. Sono del 1941 il progetto, approvato dalla commissione del piano regolatore, ma mai eseguito, per la sistemazione della piazza Barberini a Roma, e quello per la zona dantesca a Ravenna. Finito il conflitto mondiale fu anche attivo come progettista di piani di ricostruzione per alcune aree che erano state fortemente danneggiate dagli eventi bellici: nel 1945-1946 fu direttore dell’ufficio tecnico per la ricostruzione delle zone adiacenti al porto di Napoli e responsabile del risanamento della zona urbana intorno al porto di Torre Annunziata. In quello stesso biennio ricoprì anche la carica di presidente della commissione, istituita dall’Istituto nazionale di. urbanistica, per la ricostruzione dei centri storici italiani.

L’elevata qualità del suo lavoro di urbanista gli valse nel 1937 l’assegnazione della libera docenza in urbanistica e l’incarico di assistente di tecnica urbanistica presso la facoltà di ingegneria di Roma; successivamente fu nominato professore incaricato di urbanistica presso l’ateneo napoletano (1940-1946). All’inizio degli anni ’50 fu invitato come “visiting professor” al Carnegie Institute of technology a Pittsburgh. In quegli anni giunsero anche prestigiosi riconoscimenti internazionali: nel 1947 gli fu assegnato il grand prix dell’Exposition internationale de l’urbanisme et de l’habitation di Parigi e nel 1952 ottenne il diploma d’onore alla I Triennale del lavoro italiano nel mondo, svoltasi a Napoli.

Alla fine del 1946 il F. fu invitato dal governo venezuelano a partecipare come consulente alla redazione del piano regolatore generale di Caracas. Sia il prestigio dell’incarico sia le possibilità che in quel paese ancora sottosviluppato gli vennero offerte per proseguire la sua pluridecennale esperienza come urbanista lo convinsero a trasferirsi in Venezuela.

Fu l’inizio di una nuova, intensa, attività professionale: aprì dapprima uno studio a Caracas, poi un secondo ufficio a Valencia, a cui affiancò anche un’impresa di costruzioni edili. Gli anni venezuelani lo videro impegnato su più fronti: fu consulente e poi funzionario presso il ministero della Sanità; rappresentò il governo in congressi nazionali e internazionali di architettura e urbanistica; fu docente di urbanistica presso l’università centrale di Caracas; collaborò regolarmente alla pagina culturale dei maggiori quotidiani; con la sua azione di progettista diffuse idee che riuscirono a sollevare un dibattito nazionale sui temi dell’architettura sociale e della rinascita delle attività produttive in agricoltura.

Nel 1948 fondò presso il ministero della Sanità un Centro studi sull’architettura rurale, il cui principale obiettivo era la elaborazione di programmi di assistenza sociale e di risanamento ambientale delle aree interne del paese affette dalla piaga della malaria. Diffuse le idee e i programmi del Centro mediante una intensa attività didattica; fra il 1948 e il 1951 insegnò urbanistica nel corso per medici igienisti dell’università di Caracas e nel corso internazionale di Maracaibo sulla malaria per ingegneri e medici. Sulla base dell’esperienza del Centro e avvalendosi degli studi progettuali sulla casa rurale messi a punto dal F., il governo venezuelano promosse nel 1958 una grande campagna di costruzione di abitazioni per i contadini che prese il nome di “Vivienda rural”.

Fu un programma estremamente impegnativo, di cui il F. assunse la direzione, che innescò un processo di riforma agraria e pose il Venezuela all’avanguardia di tutte le nazioni latino-americane in quel settore. L’iniziativa ricevette numerosi aiuti internazionali, specialmente da parte del governo statunitense. Nel 1962 fu il presidente degli Stati Uniti, J. F. Kennedy, a inaugurare il primo centro rurale comunitario, denominato “Alleanza per il progresso”. In circa un decennio, lavorando sperimentalmente su tecniche costruttive locali (con la messa a punto, ad esempio, di un materiale da costruzione chiamato terra-cemento), équipes formate da tecnici e da contadini riuscirono a realizzare circa 40.000 case rurali e a far decollare un’azione di risanamento sociale e di ricostruzione economica delle aree agricole del paese.

Negli anni venezuelani il F. realizzò anche numerose residenze unifamiliari, essenzialmente nei dintorni di Caracas, e importanti edifici pubblici. Nella progettazione delle ville riportò sia gli studi sull’architettura tropicale sia le ricerche su nuove tecniche costruttive; un caso interessante è quello dei solai a lastra che, oltre a permettere una grande libertà planimetrica, consentivano di disporre negli ambienti di una ventilazione alta, fondamentale per il conseguimento, nella zona dei tropici, di un clima gradevole e fresco. Prototipo di tale sperimentazione tecnica è la villa Guanchez a Altamira (1956-1957), in cui l’ordine rigoroso della struttura si stempera nella grande libertà e flessibilità con cui sono aggregati gli ambienti, segno della costante ricerca di un armonioso rapporto tra natura e architettura.

A metà degli anni Cinquanta il F. realizzò l’istituto di belle arti “Octavio Hernandez” a Maracaibo, un edificio in cui la continuità dello spazio interno era raggiunta attraverso l’uso di pareti mobili che permettevano un dialogo fra le discipline della danza, del teatro, della musica, della pittura e della scultura che si svolgevano contemporaneamente in quella grande struttura. Il Club de los Ganaderos de Carabobo (Valencia, 1957), realizzato per un gruppo di proprietari terrieri in un’area in cui il paesaggio tropicale presentava caratteri di grande solennità, si armonizzava con l’ambiente naturale mediante la costruzione di grandi pergole che scandivano lo spazio, al tempo stesso interno ed esterno.

A Caracas l’imponente edificio della casa d’Italia (1955-1958) rappresentò un punto di riferimento per il mondo della cultura venezuelana. La facciata leggermente ricurva, in curtain wall, favoriva la creazione di una piazza con un chiaro riferimento all’architettura urbana delle città italiane. All’interno si ritrovano gli stessi principi di fluidità e dinamismo degli spazi che hanno sempre caratterizzato la ricerca architettonica del Filippone. Sua ultima opera in Venezuela fu la monumentale torre Victoria a Valencia, inaugurata nel 1969; costruita nel centro della città, doveva simbolizzare il progresso e la cooperazione fra i popoli.

Il F. morì a Caracas il 4 maggio 1970.

Altri progetti significativi sono: il progetto per la sistemazione urbanistica della zona compresa fra le vie Casilina e Appia Nuova, Roma (1936-1937); il concorso per il palazzo della pretura a piazza Bologna, Roma (1938); il progetto per la casa del Fascio e per la sistemazione urbanistica della piazza della Vittoria a Campobasso, (1939); il piano per la ricostruzione del centro di Gaeta (1945-1946); il piano per lo sviluppo delle zone industriali di Caracas e dei relativi quartieri residenziali per gli operai in collaborazione con il Banco Obrero (1947); il progetto per la sistemazione dell’avenida Bolivar a Caracas (1947); il progetto per il Centro italiano di Maracaibo (con N. Masceity, 1958); la villa Filippone a Ravello (1962-1965).

Osteria delle Tre Madonne

 

da fare

Via delle Tre Madonne

Viale delle Belle Arti

 

Stili architettonici

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Nella sua casa studio

Giacomo Balla nella sua casa studio

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via Luisa di Savoia angolo, l’edificio da cui

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