Città delle ville

Questa pagina riporta un saggio di Antonio Thiery sul Municipio II, visto come “la città delle ville”.

Il ritorno dei papi da Avignone nel 1420 rappresentò per Roma l’inizio di un forte inurbamento, con una espansione edilizia di ampie dimensioni e con la rivitalizzazione dei vecchi Rioni. Nel Quattrocento e Cinquecento si aprirono nuove strade rettilinee, che ripristinarono i percorsi antichi.

Nel Cinquecento fu tracciato il Tridente: nei grandi sistemi viari un ruolo importante ebbe il rettifilo del Corso, detto anticamente via Lata, che era il tratto urbano della via Flaminia. Si spostò il baricentro della città e Porta del Popolo diventò l’usuale ingresso per tutti i visitatori, ma anche per gli invasori provenienti dal nord. Il Corso divenne il primo tratto del percorso di cortei trionfali di ogni personaggio di rilievo.

La città, inoltre, cominciò ad espandersi oltre le mura. Si costruirono allora grandi ville suburbane, in collina ma anche lungo le vie consolari. La campagna si trasformò con la costruzione delle ville; esse erano costituite da una dimora signorile (abitabile in alcuni mesi dell’anno, ma anche luogo di diletto e di rappresentanza) e al tempo stesso da un complesso agricolo produttivo, spesso caratterizzato da vigne. Costituivano pertanto un simbolo di potere della famiglia che la faceva edificare, ma anche un investimento economico: la gestione della villa non gravava sulle finanze del proprietario, ma le arricchiva.

La magnificenza del nepotismo, dal Rinascimento al Barocco, caratterizzò la zona con la realizzazione del grande complesso di Valle Giulia, con papa Giulio III (1550-1555) e papa Pio IV (1559-1565).
Nel Seicento, con papa Paolo V Borghese (1605-1621) gli interventi urbani diventarono coscientemente indirizzati verso la costruzione di una comoda capitale ed i principali luoghi urbani furono organizzati con un carattere scenografico e spettacolare. Nacque la città barocca concepita come il grande teatro dell’Universo. Il pontefice equilibrò le linee di espansione della città definite dagli interventi di papa Sisto V (1585-1590), facendo costruire il Palazzo Borghese a Campo Marzio e la sontuosa villa subito fuori di porta Porta Pinciana (Villa Borghese).

Nel XVIII secolo l’interesse crescente per l’antichità caratterizzò gran parte delle attività intellettuali romane. Sulla via Salaria nacque, per volere del cardinale Alessandro Albani, la più sontuosa delle ville patrizie del Settecento, Villa Albani, destinata ad accogliere collezioni archeologiche, con i migliori esemplari dell’arte classica e con la consulenza impareggiabile di Winckelmann. La villa poi fu al centro delle attività dello stesso archeologo, che qui svolse il suo lavoro non solo di sovrintendente della collezione Albani, ma anche di prefetto delle antichità pontificie.

Qui ebbe origine l’archeologia intesa come storia dell’arte e nacque il laboratorio del neoclassicismo con apporti locali e internazionali di studiosi, teorici, letterati, archeologi, storici dell’arte, incisori, pittori, scultori, architetti, un laboratorio sintetizzato dal gusto per le antichità romane di Piranesi.

La nuova topografia di Roma, come risulta dalla Pianta di Nolli del 1748, mostra una città immersa nella campagna, nella quale sempre più si avranno insediamenti delle ville delle famiglie ricche ed importanti.

Ancora all’inizio del Novecento, come ben mostrano la Forma Urbis di Rodolfo Lanciani (1893-1901) e la carta geologica moderna dell’area romana (Verri 1915), il territorio tra il Tevere, l’Aniene, la via Nomentana e le Mura Aureliane era caratterizzato dalla campagna e dalle grandi numerosissime ville. Solo allora cominciò quella che viene normalmente definita la distruzione di Roma, la distruzione di un tessuto naturale omogeneo, nel quale si collocarono spesso quartieri caotici, caratterizzati solo dalla rendita fondiaria, ma a volte quartieri pianificati di edilizia pubblica, caratterizzati da scelte urbanistiche e da architetture di qualità.

I quartieri Trieste,Nomentano, Salario, Parioli e Flaminio diventano i laboratori dell’architettura moderna, come narrano i bei saggi degli architetti Alberto Racheli, Barbara Elia e Paola Brunori. Una tradizione ripresa anni dopo dai progetti per le Olimpiadi del 1960 e poi da quelli dell’Auditorium e della trasformazione delle caserme di via Guido Reni.

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