Divino Amore a Villa Ada. Approfondimento

La piccola chiesa in via Salaria …, conosciuta come chiesetta del Divino Amore a Villa Ada o della Madonna del Divino Amore o come cappella Mengarini dal nome degli ultimi proprietari dell’edificio prima del passaggio ai Savoia, mostra esteriormente un aspetto architettonico d’impronta neoclassica, risalente ai primi decenni del XIX secolo.

La piccola chiesa è stilisticamente riconducibile all’opera di Fabio Puri De Marchis, figlio di quel Carlo Puri De Marchis che era stato al servizio dei Pallavicini nel 1791. L’esistenza della fabbrica è testimoniata, tuttavia, già alla metà del Settecento, in una pianta della vigna Capocaccia.

Nella sezione inferiore della facciata, ai lati di un semplice portale, compaiono due piccole finestre archivoltate, sormontate da due lapidi contenenti il medesimo testo epigrafico, risalente all’aprile 1517, nelle versioni latina e italiana, relativo alla concessione di indulgenze da parte di Pio VII ai fedeli che visitavano le stazioni della via crucis, tra cui evidentemente era inclusa la chiesetta, semplicemente sporgendosi dalle grate in ferro delle aperture.

L’interno mostra un’unica navata di impianto seicentesco, con un pavimento in tarsia marmorea, risalente alla fine del XVII secolo. Una finta volta a botte ottocentesca, in parte crollata insieme ad una porzione del tetto, nasconde l’originale soffitto a capriate. Nell’abside, oltre ad una balaustra marmorea, è un altare in stucco e marmi policromi, che conserva reliquie di santi non identificati e dove fino al 2002 era collocato un crocefisso in cartapesta policroma di buona fattura realizzato, probabilmente, nel XVII secolo, a giudicare dai materiali che costituiscono la sua struttura quali tela e cartapesta.

Il Crocefisso  é stato recentemente restaurato, sotto la guida della professoressa Gabriella Gaggi, dagli studenti dei Corso di Restauro del Dipinto della Scuola di Arti Ornamentali di Roma e sono state chiarite le tecniche di realizzazione della statua. La scultura, foggiata entro calchi di gesso, poggia su una croce dipinta in nero con tracce di doratura lungo il bordo. Il modello di carta si presentava rafforzato internamente da distanziatori in legno e prima della gessatura era stato focheggiato, come evidenziano le lievi bruciature lungo le estremità. La focheggiatura era una tecnica usata dai cartapestai per ottenere superfici e panneggi levigati e ben modellati, “stirando’ la cartapesta con ferri roventi. Il bellissimo volto del Cristo, incorniciato dalla classica barba alla nazarena a due punte, è modellato in atteggiamento di estrema sofferenza: il viso grondante sangue, gli occhi chiusi e la bocca semichiusa come a esalare l’ultimo respiro.

La chiesetta può essere identificata, in accordo con Federico Mandillo (2002), con il luogo di culto dedicato ai santi martiri Daria e Crisanto, di cui dette notizia Antonio Bosio nella “Roma sotterranea. (1632). Questi riferisce che procedendo sulla via Salaria, sul lato sinistro, uscendo da Roma, percorsi “circa cinquecento passi dalle catacombe di Saturnino” (o di Trasone), rinvenne i resti di “un’altra chiesa”, dedicata ai santi martiri “Daria “Virgo e Chrisantus”, lapidati nell’anno 257, durante la persecuzione voluta dall’imperatore Valeriano (253-260). Bosio ricorda inoltre di aver ravvisato sotto la chiesetta i resti di due costruzioni preesistenti, forse dedicate ai due santi, sebbene il luogo della loro deposizione non sia stato mai individuato.

Questa pagina è tratta dal volume Villa Ada Savoia, De Luca Editori d’Arte, di Emma Marconcini che ringraziamo.

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