Due passi a Villa Glori, di Marco Lodoli

Questa pagina contiene un articolo di Marco Lodoli pubblicato da La Repubblica nella rubrica “Isole”.

“L’isola del nostro vagare contiene tutto ciò che serve per sbrogliare un poco la matassa della vita. Sono le sei del pomeriggio, il serpentone che ci ha inghiottito sta riportandoci a casa, e i nostri pensieri sono fermi e bollenti come le macchine attorno. La radio ci rintrona, trilla il cellulare e un clacson ci martella preciso alla nuca. A casa troveremo il televisore acceso, suonerà il telefono e dovremo ancora discutere, e poi magari risolvere un problema e poi uscire di nuovo, per andare in un pub dove la musica riempie tutto e la gente si parla con il collo gonfio. È il momento di abbandonare il carrozzone che tanto, si sa, va avanti da sé, e farsi un giro a piedi per Villa Glori.
La passeggiata dura mezz’ora, ma appena superato il cancello il tempo si dilata e diventa il tempo argentato degli ulivi, quello vertiginoso dei pini romani, quello che sale e scende lungo i viali dei lecci. In mezz’ora osserviamo il tempo scorrere interamente, dall’inizio alla fine: dai neonati nelle carrozzine rimbalza sui bambini che giocano a palla, scivola sulla pelle dei ragazzi che corrono sudati o si abbracciano nell’erba, rallenta nei passi pensierosi dei signori con il guinzaglio in mano, rallenta un altro po’ nelle schiene dei pensionati curvi sul giornale. E in cima, nel punto più alto della villa, il tempo sembra chiudersi oltre la recinzione del centro di cura per i malati di AIDS (ndr la Casa Famiglia di Villa Glori della Caritas) , in quelle malinconiche casette verdi dove non si vede mai nessuno. Così si passeggia tra le età della vita e i pensieri si correggono da soli, sistemandosi dentro una parabola.
Ma è bello notare che il tempo a volte contiene delle sorprese: un bambino serio e seduto che legge un libretto, un vecchio in tuta che si allena con i ragazzi, un’elegante signora di quarant’anni che dorme in mezzo al prato, e lassù, all’ingresso dell’istituto. un ragazzo magrolino e saltellante che ci racconta la sua storia di malato di AIDS e giura con un’ allegria esplosiva di stare meglio, molto meglio, anche le analisi lo confermano, e non smette di saltare e ridere, vuole che anche noi capiamo bene quanto la morte e la felicità ci stanno sempre vicine”

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