Storia delle Olimpiadi

Questa pagina racconta la storia delle olimpiadi e in particolare parla dei giochi Olimpici antichi, nati nel VII secolo a.C. ad Olimpia, e di quelli moderni fino al 1900.

I Giochi Olimpici classici sono nati nel VII secolo a.C. ad Olimpia, con una gara di corsa che si svolgeva ogni olimpiade. L’olimpiade infatti è per gli antichi greci, un periodo temporale, corrispondente a quattro anni. Successivamente si aggiungono altri sport e i Giochi diventano sempre più importanti in tutta la Grecia, vengono svolti in onore di  Zeus e, per cinque giorni, sono sospese le guerre in tutto il paese.

I Giochi olimpici sono una cosa quindi e le Olimpiadi un’altra. Quando parliamo di giochi della XVII Olimpiade a Roma non vuol dire che prima ci sono state 16 edizioni dei giochi, non è vero. Vuol dire invece che sono i Giochi a Roma si sono svolti nell’anno in cui sono trascorse 17 Olimpiadi (cioè 68 anni) a partire dal 1892 quando si è deciso di “far ripartire” l’orologio delle moderne olimpiadi.

Con l’aumentare del potere Romano in Grecia, i Giochi perdono importanza e, quando il cristianesimo diventa la religione ufficiale dell’Impero, i Giochi sono visti come una festa “pagana” e corrotta in cui conta la prestanza fisica e la voglia di vincere, valori non proprio cristiani. Nel 390 il governatore di Tessalonica (l’odierna Salonicco) fa arrestare un famoso auriga e non permette lo svolgimento dei giochi annuali. La popolazione si ribella e lo impicca. E’ un momento storico in cui in molte città dell’impero il cristianesimo è respinto e l’imperatore Teodosio, cristiano, deve dare un segnale forte. Fa organizzare una gara di bighe nel grande circo della città e, una volta chiusi gli accessi, fa trucidare tutti i partecipanti: circa 7000 persone. Tre anni dopo, lo stesso Teodosio, consigliato dal vescovo di Milano Ambrogio, vieta i Giochi olimpici, ponendo fine a una storia durata più di 1000 anni.

A metà Ottocento archeologi tedeschi riportano alla luce le rovine dell’antica Olimpia e un francese, Pierre de Frédy, barone di Coubertin (1863-1937), è convinto che la Francia possa superare la recente sconfitta contro i prussiani dando ai giovani un’educazione fisica adeguata. Inoltre ha un sogno, vuole eliminare le guerre avvicinando tra loro i giovani della diverse nazioni. E per raggiungere entrambi gli obiettivi diventa l’alfiere della rinascita dei Giochi Olimpici moderni.

Nel 1894 De Coubertin presenta le sue idee in un convegno alla Sorbona. Il successo è travolgente, anche se, a detta di De Coubertin, nessuno ha capito niente pensando più a una rievocazione che a una nuova filosofia di rapporti tra popoli. In pochi mesi è fondato il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) e fissata la data dei primi Giochi Olimpici dell’era moderna, che si terranno nel 1896 ad Atene, in Grecia la terra dove erano nati in antichità.

Adesso De Coubertin deve superare due problemi. Quello tecnico e cioè la diffidenza tra discipline sportive (allora, infatti, chi praticava uno sport è spesso convinto che gli altri sport facessero male). E quello politico, vivo ancor oggi, visto che tutto poteveva essere bloccato da una serie di veti incrociati da parte di alcuni Stati.

Le prime Olimpiadi dell’era moderna ad Atene sono un successo. Con quasi 250 partecipanti, è per l’epoca il più grande evento sportivo internazionale mai organizzato e la Grecia chiede di diventare sede permanente di tutti i futuri Giochi. Ma il CIO non accetta e sancisce che le future Olimpiadi saranno organizzate di volta in volta in una nazione diversa. Le seconde Olimpiadi (1900) sono assegnate a Parigi, in occasione dell’Esposizione Universale, e le terze a St. Louis con una pessima organizzazione dell’evento che scatena una serie di polemiche che fanno passare in secondo piano li risultati sportivi.

Ciò che affascinava il barone delle Olimpiadi antiche e moderne, al di là della competizione, è l’occasione d’incontro che i Giochi determinavano. Come nell’antichità guerre e conflitti si interrompevano durante i Giochi (anche perché spesso gli atleti coincidevano con i soldati), così il campo di gare poteva costituire un terreno di conoscenza, scambio, amicizia e questo è il significato della sua storica frase “non è importante vincere ma partecipare”.

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