Impresa dei Fratelli Cairoli

Nel 1967, nonostante il divieto assoluto del governo italiano, Garibaldi, anziano e malato, voleva tentare l’ultima impresa: prendere Roma e lo Stato della Chiesa (allora esteso in un territorio approssimativamente coincidente con l’attuale Lazio senza la provincia di Rieti). Per non correre rischi, il governo italiano lo fece arrestare alla frontiera dello Stato Pontificio, scatenando tumulti in tutto il regno, e lo confinò a Caprera.

Da lì il Generale lanciò un proclama inequivocabile: «I Romani hanno il diritto degli schiavi, di insorgere contro i loro tiranni: i preti. Gli Italiani hanno il dovere di aiutarli, e spero lo faranno». E l’azione andò avanti: Garibaldi evase rocambolescamente da Caprera e si mise alla testa di un esercito di volontari, mentre dentro Roma i patrioti decidevano di scatenare l’insurrezione.

Nel frattempo, senza aspettare le mosse dell’esercito di Garibaldi, due garibaldini rampolli di una nobile famiglia pavese, Enrico e Giovanni Cairoli, riunirono ed armarono settanta patrioti, si imbarcarono su due barconi a Passo Corese ed entrarono nello Stato pontificio scendendo il Tevere fino all’Acqua Acetosa dove si accamparono.

Nel loro piano, l’azione avrebbe dovuto appoggiare dei moti rivoluzionari che sarebbero dovuti scoppiare l’indomani all’interno della città ad opera di patrioti romani a loro volta in attesa dell’esercito del Generale arrivato a Monte Rotondo.

In effetti alcuni patrioti romani, tra cui Giuditta Tavani Arquati uscirono allo scoperto e uno scoppio ci fu: saltò in aria una caserma pontificia che ospitava dei militari francesi (furono uccisi 22 zuavi componenti della banda musicale) e il boato fu talmente forte da essere udito anche dai settanta patrioti nelle vigne della tenuta agricola dell’ing. Vincenzo Glori sopra l’Acqua Acetosa, Villa Glori appunto. Purtroppo poco altro accadde i moti a Roma furino repressi nel sangue e, mentre i settanta cercavano di capire cosa fare, furono avvistati da un drappello di carabinieri pontifici.

Nello scontro a fuoco, che avvenne in un boschetto di mandorli della tenuta, i pontifici furono respinti ma fu ferito a morte Enrico Cairoli e il fratello Giovanni con i compagni lo portarono nel casale della villa, oggi detto Casale Cairoli, dove si spense pochi minuti dopo.

Una testimonianza sufficentemente fedele dell’episodio ce la da il Pascarella nella sua composizione Villa Gloria. L’episodio è ricordato nel monumento ai Fratelli Cairoli che fu innalzato al Pincio.

Per completare la storia va detto che l’esercito garibaldino fu sconfitto a Mentana dai rinforzi francesi intervenuti a difesa del papa.

Per approfondire:

ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/04/04/giuditta-tavani-la-ribelle-di-trastevere-che.html
www.luoghistorici.com/battaglie/battaglie-moderne-700-800900/69-battaglia-di-mentana-lazio.html

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