Piano del 1909, di P.O. Rossi

Questo testo sul Piano Regolatore del 1909 è stato tratto dal libro Roma Guida all’Architettura moderna di P.O. Rossi.

II 1907 segna una svolta nell’amministrazione comunale di Roma. Dopo 37 anni di gestione aristocratica, il nuovo sindaco Ernesto Nathan è eletto grazie alla vittoria del Blocco Popolare, un raggruppamento democratico che comprendeva radicali, repubblicani e socialisti e la sua amministrazione è caratterizzata da importanti iniziative di politica urbanistica. Questa azione fu sorretta dall’approvazione – nel 1904 e nel 1907, delle due «Leggi Giolitti» per Roma che offrirono un importante supporto normativo e finanziario: mutui per espropri, nuova determinazione della tassa sulle aree fabbricabili, incentivi per l’Istituto Case Popolari, finanziamenti per nuove opere pubbliche, l’obbligo di predisporre un Regolamento edilizio.

Uno dei problemi più importanti da affrontare fu la redazione del nuovo Piano regolatore, poiché quello in vigore (del 1883) era ormai prossimo alla scadenza. L’Ufficio tecnico comunale aveva messo a punto fin dal 1906 una sua proposta di revisione, ma si preferì affidare l’incarico ad un tecnico esterno, Edmondo Sanjust di Teulada, che elaborò un progetto di notevole interesse sia tecnico che normativo, malgrado i tempi fossero molto ristretti anche per la necessità di prefigurare un assetto complessivo della città per le manifestazioni previste nel 1911 per il Cinquantenario dell’Unità d’Italia. Il progetto fu approvato dal Consiglio Comunale il 10 febbraio 1909 e reso operante con un decreto del 29 agosto dello stesso anno.

II nuovo Piano fu dimensionato per una popolazione di poco più di un milione di abitanti – Roma nel 1908 ne contava 559.715 – con una previsione di incremento, in 25 anni, di 516.325 unità pari al 14% circa ogni 5 anni. Ad ogni nuovo abitante fu assegnato uno standard di 25 mq.) 5. Piano regolato re 1909 Dei 1290 ettari necessari all’espansione della città, 811 furono assorbiti dai nuovi quartieri, il resto si riteneva sarebbe stato coperto dai villini e dalle costruzioni signorili previste nelle zone destinate a parchi e giardini.

Complessivamente l’area compresa nel Piano era di circa 5000 ettari ed era delimitata da un viale di circonvallazione largo 60 metri e lungo 25 chilometri che da ponte Milvio correva tangente alla riva sinistra’ dell’Aniene, a villa Chigi, al nuovo quartiere di piazza Bologna, al Verano, al nuovo quartiere Appio, agli insediamenti sulla Portuense, a villa Doria Pamphilj, per richiudersi sul piazzale Ponte Milvio dopo aver lambito il nuovo quartiere di Piazza d’Armi e la riva destra del Tevere.

Il lavoro del Sanjust fu preliminarmente rivolto all’assetto del centro antico, con una particola- re attenzione per piazza Colonna che allora costituiva il cuore della città e per la quale – sin dai primi anni di Roma capitale e soprattutto dopo la demolizione di palazzo Piombino – erano stati elaborati numerosi progetti (l’attuale edificio della Galleria sarà infatti costruito solo più tardi, tra il 1914 ed il 1923). Scopo del Piano è quello di accentuare la funzione di «centro elegante» della piazza e per far questo pone come condizione es- senziale l’eliminazione del traffico di attraversa- mento. A questo fine i collegamenti est-ovest (tra il quartiere Ludovisi e i Prati di Castello) sono convogliati lungo due arterie che da via del Tritone conducono rispettivamente a ponte Cavour ed al futuro ponte Vittorio Emanuele (inaugurato nel 1911). La prima comprende via Due Macelli allargata, via delle Convertite, piazza del Parlamento e raggiunge il lungotevere Marzio demolendo una serie di edifici lungo via dei Prefetti e via della Lupa. La seconda e più importante direttrice colle- ga, attraverso un unico sventramento, il Tritone, piazza di Trevi, piazza di Pietra, via delle Coppelle e via dei Coronari. Per quest’ultima il Sanjust propose anche una variante meno drastica con la quale era possibile salvare alcuni degli edifici più significativi. Per fortuna nessuno dei due traccia- ti fu poi effettivamente realizzato.

Certamente, rispetto al precedente Piano del 1883 gli sventramenti furono molto ridotti, ma alcuni interventi rilevanti sono ancora previsti tra il Viminale e l’Esquilino (lungo l’asse piazza del Popolo – S. Giovanni che prevede un traforo sotto il Colle Oppio), tra via della Croce e ponte Cavour (per collegare il Muro Torto ai Prati di Ca- stello, anche in questo caso con un tunnel tra S. Sebastianello e le Mura) e infine, poi effettivamente realizzato negli anni successivi, nella zona dei Fori tra piazza Venezia e il Colosseo per collegare il Corso a porta Maggiore. A Trastevere vengono 13 allargate via della Scala e via della Lungaretta, e una nuova strada è prevista tra ponte Cestio e via S. Michele come parte di un’arteria che, con altre demolizioni tra piazza Margana e il lungotevere, conduce da via degli Astalli a porta Portese.

Per quanto riguarda le zone di ampliamento, il Sanjust propose uno schema molto simile a quello previsto nel progetto di revisione del 1906; utilizzò però dei criteri di organizzazione radicalmente diversi. Il nuovo Piano prevede infatti essenzialmente due tipi edilizi, i fabbricati e i villini, le cui caratteristiche vennero poi fissate nel Regolamento generale edilizio e nel Regolamento speciale edili- zio che, come previsto dalla legge Giolitti del 1907 , furono entrambi approvati qualche anno dopo, nel 1912. I fabbricati sono edifici alti non più di 24 metri (il limite, purché con un piano in ritiro, fu poi portato a 28 metri nel 1914 e a 30 metri nel 1923) e quindi con al massimo sette piani fuori terra; i villini sono abitazioni di 4-5 piani con distacchi non inferiori ai 4 metri dal filo stradale e circondate tutt’intorno da un giardino. Inoltre, nelle aree destinate a parchi e giardini – sui monti Parioli, lungo la via Nomentana, tra S. Pietro e villa Pamphilj – è possibile costruire case signorili isolate che abbiano una superficie coperta non superiore a 1/20 dell’area annessa.

I nuovi quartieri sono costituiti soprattutto da fabbricati e sono localizzati a Piazza d’Armi (160 ha), a S. Maria delle Fornaci (22 ha), sul Gianicolo (47 ha), fuori porta S. Giovanni (209 ha), intorno a piazza Bologna (103 ha), lungo via Salaria (62 ha) e lungo via Flaminia (81 ha). I villini sono invece posti ai margini dei nuovi quartieri e, in nuclei più consistenti, all’Aventino e tra porta S. Paolo e porta S. Sebastiano.

Tra questi nuovi insediamenti un’attenzione particolare è dedicata a quello di Piazza d’Armi, previsto su di un’ area di proprietà pubblica, nel quale sono concentrate importanti attrezzature di interesse collettivo tra cui un ospedale e il nuovo Ministero della Marina (che sarà invece realizzato da Giulio Magni, tra il 1919 e il 1928, lungo la via Flaminia). Per il quartiere, Sanjust elaborò anche un progetto di variante che prevedeva, nella fascia prospiciente il Tevere, una nuova zona direzionale con un ospedale, un museo, scuole, caserme e la sede di quattro ministeri.
Subito fuori le Mura, tra la via Ostiense e il Tevere è localizzata la zona industriale – in quegli anni si stavano predisponendo progetti per la navigabilità del fiume, per il nuovo porto di Ostia e per la nuova ferrovia Roma-mare – secondo una direttrice già tracciata nel piano del 1883 con il quartiere di Testaccio. Al di là della via Ostiense 5. Piano regolatore 1909 sono previsti i Mercati generali (poi realizzati a partire dal 1911). In questo settore lo sviluppo della città si adeguò alle previsioni del Piano poiché nella zona si insediarono progressivamente il Gazometro, i Magazzini generali e numerosi stabilimenti industriali.

Tra i servizi di grande interesse pubblico è da sottolineare la destinazione per la nuova Città universitaria di un’area adiacente al Castro Pretorio che corrisponde all’incirca a quella dove fu poi effettivamente costruita a partire dal 1932 (v. 44). A nord-est e a sud-ovest della città sono previste due importanti zone verdi: la prima è compresa tra S. Pietro, villa Pamphilj e la via Portuense; la seconda si estende dalla via Flaminia – lungo la quale sono localizzati l’ippodromo (realizzato nel 1925) e il «Parco degli Sports popolari» – alla via Salaria e racchiude al suo interno l’attuale villa Borghese con il futuro Giardino Zoologico (inaugurato nel 1911), il Pincio, le colline di villa Glori e dei Monti Parioli e il Monte Antenne. Nella zona di Vigna Cartoni è prevista l’area per la sezione artistica dell’Esposizione internazionale del 1911 con il nuovo palazzo delle Belle Arti.

Dopo le non felici esperienze dei primi due Piani regolatori, il’ Sanjust individuò nella differenziazione dei tipi edilizi lo strumento più idoneo per un reale controllo della crescita della città. Rispettando i vincoli tipologici (fabbricati, villini, abitazioni nelle zone verdi) si sarebbe potuta infatti determinare, invece della tradizionale espansione compatta e indiscriminata, una serie alternata di zone più o meno densamente abitate. Su questa base, e quindi sulle differenti densità, erano dimensionate tutte le previsioni tecniche del Piano, dalla rete delle fognature alle sezioni stradali, alle attrezzature pubbliche. Il rispetto dei tipi era quindi condizione essenziale per il corretto funzionamento del Piano stesso. Accadde invece che i proprietari delle aree non destinate a fabbricati (cioè al tipo più redditizio) svilupparono immediatamente forti pressioni affinché fosse loro consentita l’edificazione di tipi dimensionalmente più rilevanti. Questa operazione si concluse nel 1920 con l’approvazione di un decreto che concesse «provvisoriamente» la possibilità di costruire – al posto dei villini – delle palazzine, cioè delle ca- se di 5 piani più l’attico e con un distacco di m 5,80 «decorosamente sistemato a giardino» dal filo stradale.

Il Piano regolatore del 1909 ebbe, nei 25 anni della sua validità, una vita molto difficile. Già nel 1916 fu insediata, con il cambio dell’amministrazione, una commissione con il compito di verificarne 1’attendibilità, e nel 1925-26 fu elaborata, una Variante che, pur se non divenne mai 15 operante, di fatto si sostituì ad esso. Solo una parte delle sue previsioni fu quindi realizzata integralmente. Più spesso, pur rispettando le aree destinate alle nuove espansioni, furono modificate sensibilmente le densità abitative. In altri casi si costruì contro le sue indicazioni o al di fuori dei suoi confini. In un bilancio complessivo molto schematico si può dire che le direttrici di sviluppo siano state rispettate a Piazza d’Armi, al Flaminio, nel quartiere Sebastiani di via Paisiello, a piazza Verbano, a piazza Bologna, a San Lorenzo, al quartiere Appio, a Monteverde Vecchio, a S. Maria delle Fornaci e al Portuense. Al di fuori del Piano furono invece costruiti la città-giardino Aniene, il Portonaccio, il nucleo di piazza Tolomeo sulla via Casilina, gli insediamenti sulla via Ostiense e lungo la circonvallazione Gianicolense ed il quartiere ICP della Garbatella.

Bibliografia essenziale: P.O. Rossi. Roma Guida all’Architettura moderna

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