Quartiere Flaminio e il fiume

fl2-raduno-di-canottieriOggi è il Tevere è il confine del quartiere Flaminio e del Municipio II. Ma quello che oggi è solo un ostacolo da superare è stato per secoli il vero protagonista dei luoghi.

La città di Roma è stata fondata sui sette colli per dominare il guado del fiume in corrispondenza dell’isola Tiberina e la città prende il nome dal suo fiume. E’ Rodolfo Lanciani uno dei primi studiosi a riconoscere che la storia di Romolo e Remo è solo una leggenda e che la lupa non è stata il primo simbolo. Nello stemma di Roma etrusca c’era una Prora di Nave; inoltre, Romolo ebbe il nome da Roma, e non questa da quello. In origine la città si chiama infatti Rumon, in lingua etrusca: il fiume.

Passando a considerare il quartiere Flaminio, i suoi rapporti con il fiume non sono stati sempre idilliaci. Per secoli i Prata Flaminia sono stati inondati dalle acque torbide del Tevere che, bloccate da Ponte Milvio, esondavano e correvano su via Flaminia fino ad arrivare a premere con forza alla Porta del Popolo (per questo motivo, per secoli, chiamata Porta Flumentana).

Inoltre nell’ansa del fiume a monte dell’attuale Ponte Risorgimento, la corrente corrode senza sosta la riva sinistra minacciando la stessa via Flaminia e la chiesa di Sant’Andrea del Vignola (vedi Passonata fuori Porta del Popolo).

E questi problemi non vengono risolti dai Muraglioni del Tevere costruiti a fine Ottocento né dagli argini in terra costruiti a monte di Ponte Risorgimento. A dicembre del 1937 in città il pelo dell’acqua è a pochi metri dalle spallette e le luci dei ponti sono completamente nascoste dall’acqua limacciosa. In quei giorni il Tevere, anche se imprigionato, fa veramente paura. A nord un lago si estende a perdita d’occhio intorno a Ponte Milvio, completamente circondato dall’acqua, e davanti a Villa Glori e Monte Antenne, verso la Sabina. Solo le rotaie della linea Roma-Firenze affioravano appena dal velo dell’acqua straripata e nessun treno elettrico poteva circolare. Quanto era successo porta il governo fascista ad ampliare notevolmente il progetto già in attuazione dall’anno precedente, che prevedeva importanti lavori di sbancamento a valle di Roma per facilitare il deflusso delle acque. Tra l’altro, è previsto il taglio di un’ansa vicino a Spinaceto e la realizzazione di un nuovo tratto rettilineo del fiume di circa un chilometro e mezzo, aumentando così in maniera significativa la portata del fiume verso valle. Da allora nessuna inondazione ha interessato la città di Roma.

Parallelamente ai lavori dei muraglioni, la navigazione sul Tevere si mantiene attiva. Lungo il fiume, in corrispondenza degli attuali lungotevere Arnaldo da Brescia, lungotevere delle Navi, lungotevere Flaminio, c’è via delle Barche, un viottolo sulle sponde del fiume che serviva ai buoi, e spesso agli uomini, che trainavano i barconi di merci che risalivano il fiume controcorrente. A partire dagli anni Venti, la navigazione va decadendo, per motivi sia legati al fiume e ai nuovi lavori realizzati su di esso che alla concorrenza dei mezzi su gomma e rotaia che diventavano sempre più vantaggiosi.

Ma un nuovo fenomeno si affaccia sulla scena romana. A partire dal 1870, la popolazione della città cresce esponenzialmente e i cittadini di tutte le classi sociali cercano luoghi dove trascorrere il tempo libero e difendersi dalla calura estiva. La gente incomincia a frequentare la riva sinistra del fiume nei luoghi ancora non cementificarti dai muraglioni, a partire dalla Passeggiata di Ripetta, a nord del porto di Ripetta, dove nascono i primi circoli canottieri (il Reale Circolo Canottieri Tevere Remo e il Circolo Canottieri Aniene) , frequentati da nobili e borghesi. Il popolo invece va a farsi il bagno sulle spiagge situate un poco più su, da Porta del Popolo a Ponte Milvio, facilmente raggiungibili grazie a via delle Barche.

Testimonianza di questa abitudine è il nome della prima traversa a sinistra di via Flaminia, approssimativamente dove oggi c’è via Francesca Carrara: era infatti un viottolo che si chiamava via dei Bagni. Perno di queste attività sono alcuni fiumaroli, ex pescatori o barcaroli ormai disoccupati che non vogliono abbandonare il fiume e si trasformano in bagnini e gestori di stabilimenti balneari (vedi le spiagge del Flaminio).

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