Storia del quartiere Flaminio fino al 1869

La storia dell’area oggi denominata quartiere Flaminio, ha origini antiche. I Romani chiamarono quest’area pianeggiante Prata Flaminia dal nome della via Flaminia, una delle sette vie consolari di Roma voluta nel 220 a.C. dal censore Gaio Flaminio alla vigilia delle guerre contro Annibale.

E’ del III secolo d.C. la notizia fornita dallo storico Trebellio Pollione, che l’imperatore Gallieno (253-268 d.C.) voleva realizzare una strada colonnata che dal termine della via Lata in Campo Marzio arrivasse fino a Ponte Milvio. Lunga più di 3 km e con andamento sostanzialmente rettilineo, essa avrebbe dovuto servire, riprendendo forse un’idea del tempo di Settimio Severo (193-211 d.C.), da motore per l’espansione dell’abitato verso Nord, verosimilmente ai lati della via consolare. Nel II e III secolo d.C., infatti, al tempo degli Antonini e dei Severi, l’idea di espandere le città ai lati di vie fiancheggiate da teorie ininterrotte di colonne era una costante nelle principali città dell’Impero: questo modello fu applicato soprattutto in oriente a Corinto, Gerasa, Leptis Magna e Alessandria d’Egitto con dimensioni ed esiti vari. E’ verosimile credere che la nuova via Flaminia dell’imperatore Gallieno, rettificata, allargata e abbellita da colonnati e statue, come dice la fonte, dovesse essere interrotta da piazze equidistanti che dessero respiro al lunghissimo rettifilo di quattro chilometri tra Ponte Milvio e i Fori, a partire dalla colonna Antonina, baricentrica alla via Lata, e Porta del Popolo, e creando due nuove piazze, di cui una ai Prata Flaminia. Se l’idea di Gallieno fosse stata realizzata, Roma avrebbe anticipato la Mesé di Costantinopoli, anch’essa di 4 km e cadenzata da piazze. Ma la sua morte nel 268 d.C. e la necessità, con Aureliano (270-275 d.C.), di realizzare nuove mura che proteggessero l’abitato già esistente, determinarono la mancata realizzazione della strada colonnata lungo la Flaminia e in generale dell’ampliamento oltre il recinto difensivo.

Come tutte le strade romane, lungo la Flaminia erano numerose sepolture, prima pagane, poi cristiane. Tracce di ciò possono essere trovate ancor oggi lungo la via Flaminia. Per approfondire questo argomento vai a Sepolture lungo la Flaminia.

Le vicende architettoniche di Roma durante e dopo il Medioevo avvennero sempre dentro le Mura Aureliane senza interessare mai i Prata Flaminia anche quando, alla metà del XVI secolo, l’intera zona Nord della città fu oggetto di attenzioni particolari da parte dei pontefici. Risalgono a questo momento la rifondazione del tridente di Campo Marzio da parte di Paolo III Borghese (1534-1549); La realizzazione di Villa Giulia da parte di papa Giulio III (1550-1555); la realizzazione di Villa Borromeo lungo la via Flaminia, la sistemazione della via Angelica come nuovo accesso al Vaticano attraversando i “Prati di Castello” e l’ampliamento del percorso delle mura dal Vaticano al Pincio attraverso il Tevere da parte di Pio IV Medici (1559-65); di un rettifilo tra via Ripetta e via Angelica da parte di Sisto V Montalto Peretti (1585-1590).

Nel primo tratto di via Flaminia fino a viale Belle Arti sulla destra, sorgevano diverse ville, alcune scomparse (Villa Sannesi, Villa Sinibaldi), alcune ancora visibili (Villa Giulia, Villa Poniatowski, Villa Borromeo).

Un momento particolare per il futuro quartiere è all’inizio del XIX secolo durante l’amministrazione napoleonica della città; a questi anni vanno datate due grandi progetti di Giuseppe Valadier per una grande sistemazione a parco dell’intera zona a nord della città: il Nuovo Campo Marzio (del 1805) e per la Villa Napoleone (del 1809). Entrambi i progetti prevedevano la realizzazione di un lungo viale parallelo alla Flaminia, alberato sui lati e con funzione di passeggiata per cavalli e carrozze, piazze lungo il percorso, per esempio in corrispondenza del tempietto cinquecentesco di Sant’Andrea del Vignola, e soprattutto un insieme di viali alberati e ancora di piazze ad articolare i campi tra la Flaminia e il fiume. Pensato come impreziosimento dell’arrivo da Nord (la Flaminia era il principale collegamento tra Roma e la Francia ed era anche chiamata via Francigena), l’insieme dei progetti in ogni caso non era finalizzato all’ampliamento dell’abitato oltre le mura. Tutti questi progetti, messi a punto a ridosso del tracollo del primo impero, rimasero lettera morta. Tracce di queste nuove idee urbanistiche sono viale Tiziano e i cipressi di piazza Melozzo da Forlì, che sono ciò che resta di alcuni lavori iniziati per Villa Napoleone, e poi inglobati nella Villa Flaminia.

Nel 1849 la via Flaminia fu utilizzata dai garibaldini dopo la battaglia del Gianicolo per ritirarsi verso nord. I fratelli Achibugi con altri compagni coprirono la ritirata fino al sacrificio estremo. Il monumento a questi eroi, alcuni dei quali stranieri, sorge nel giardino tra viale Belle Arti, via Flaminia e viale Tiziano. Nel 1867 sull’altura di Villa Glori, terminò tragicamente la spedizione dei fratelli Cairoli.

Fuori Porta del Popolo, in corrispondenza dell’attuale piazzale Flaminio, sorsero le prime chiese protestanti di Roma visto che entro le mura non era permesso costruirle.

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