Roma appena ieri nei dipinti del Novecento

Il libro di Valerio Rivosecchi e Antonello Trombadori “Roma appena ieri nei dipinti degli artisti italiani del Novecento” che ripercorre le ultime tappe di un genere pittorico di antica tradizione, la veduta romana, dalla fine della prima guerra mondiale al secondo dopoguerra.

«Appena ieri», se vogliamo ma, a vedere alcune delle opere riprodotte, i mutamenti subiti dall’aspetto della città sono tanto radicali da riproporre, anche per anni così vicini, il topos fin troppo usato della «Roma sparita».  La pittura, tuttavia, non documenta solo i mutamenti esteriori ma, sensibile all’evolversi della storia umana, registra le trasformazioni profonde subite dal «clima» della città, mentre questa vive le contraddizioni del Fascismo, gli orrori della guerra, le miserie e gli entusiasmi dell’Italia liberata.

Via Paisiello di Armando Spadini, del 1919.

Il tram di Villa Glori di Francesco Trombadori, del 1925.

Piazzale Flaminio di Carlo Socrate, 1927.

Piena sul Tevere di Giuseppe Capogrossi, del 1934.

Ballo sul fiume di Giuseppe Capogrossi, 1936 ca. Olio su tela, 140 x 172 collezione privata, Roma.

Ponte Milvio di Alberto Ziveri, del 1938 ca.

Ponte Margherita di Orfeo Tamburi, del 1938.

Villa Medici di Onofrio Martinelli, del 1940.

La città che avanza Giacomo Balla, del 1942.

La casa del guardiano a Villa Borghese (Omaggio a Spadini) di Carlo Socrate, del 1942.

Notturno sulla via Salarìa di Giovanni Stradone, del 1945.

Piazzale Flaminio di Mino Maccari, 1946. Olio su tavola, 20 x 26, Collezione della Banca Nazionale del Lavoro, Roma.
Scendendo dal viale del Muro Torto si vedono a sinistra la piccola cupola della Cappella Chigi in S.Maria del Popolo e lo scenografico prospetto della Porta Flaminia. Già in questo quadro l’atmosfera appare ben diversa rispetto alla silenziosa veduta di Socrate del 1927. Ma ancora non c’è nel ‘46 il caos descritto in questa pagina di Carlo Levi successiva di alcuni anni. «Scendendo il pendio della strada, i rumori che salivano dal basso erano diver¬si. E arrivati in fondo, al piazzale Flaminio che, con la sua forma irregolare e le molte strade che vi confluiscono da ogni parte, si stende come un lago dalle molte insenature, lo spettacolo che si apriva allo sguardo era quello di una confusa novità irriconoscibile. Dovevano aver lavorato nella notte, come gli spiriti delle favole, a costruire confini, aiuole, muretti, parcheggi, segnali, per una nuova rego¬la della circolazione: ogni aspetto e misura del luogo era cambiata e stravolta. Su quelle nuove tracce, su quella mappa inedita di linee mentali, si accalcava un gregge belante e urlante di macchine disorientate. I nuovi percorsi erano stati studiati e predeterminati: da ogni luogo a ogni altro luogo, senza incroci, rapporto e contatti, su strade obbligate e circolanti (Quella del circolare è ormai qui una vecchia idea, un principio sacro: la linea retta fra due punti è abolita a Roma. Si è scoperto, ovvia verità, che per circolare bisogna circolare, andare in cerchio. Rotando, rotando, in cerchi sempre più vasti e in spirali senza fine, i romani passano così le ore e la vita). Ma qui, data la particolare complessità degli incroci da tutte le direzioni nel nodo della piazza, non si trattava più di soli e semplici cerchi: si era costruito, con l’ostinata sicurezza di una mente astratta e la fantasia meccanica di un robot, una geometria inestricabile: un labirinto. E in quel nuovo, razionale labirinto la gente veniva presa dallo smarrimento, dal panico, dal più arcaico dei terrori.»

Veduta di Villa Medici di Renato Guttuso, 1946. Olio su tela, 98 x 180, collezione privata.
Il dipinto proviene dalla raccolta di paesaggi romani che arredava le pareti del caffè Rosati in via Veneto, un locale che negli anni Quaranta era divenuto importante come punto di incontro di artisti e letterati, prendendo il posto che era stato anticamente appannaggio del Caffè Greco in via Condotti e più tardi della «terza saletta» del Caffè Aragno in piazza Colonna. Con il tramonto di Aragno il caffè Rosati ereditò lo stesso gusto per le animate discussioni sulla pittura e la poesia, per una certa autoironia e per la satira da tavolino, ma ormai si trattava dell’ultimo sprazzo di vita di un mondo destinato a sparire. Opera di notevole impegno, anche nelle dimensioni, il quadro risale a un mo¬mento decisivo del lavoro di Guttuso che ha ormai definito alcuni termini costanti del suo linguaggio espressi¬vo: l’evidenza decisa delle forme, la tavolozza stridente, il taglio drammatico dell’immagine. Villa Medici, vista da via Margutta, esce prepotentemente dai margini della tela nel suo scorcio accelerato, mentre la massa verde si sfascia sui tetti in una diagonale inquietante.

Vicolo verso Villa Strohl Fern di Giovanni Omiccioli, 1948-49. Olio su tela, 65 x 50, collezione privata, Roma.
Il vicolo riprodotto dal pittore e l‘attuale via Mariano Fortuny.  Omiccioli nasce in questa zona tra via Flaminia e le pendici di Villa Strohl Fern, centrata sul borghetto Flaminio, è tradizionalmente occupata da numerosi studi di artigiani e di artisti, tra cui si ricordano, in epoche diverse, quelli del pittore Mariano Fortuny, dello scultore Morani, dei pittori Janni e Attardi, del regista Tinto Brass.
In questo luogo, Omiccioli iniziò la serie degli Orti, che riscosse molti consensi in quel parti¬colare momento storico e immediatamente dopo la guerra. Ricorda Giorgio Bassani: «Non vivevamo a Roma, noi, nel ’41, né conoscevamo Omiccioli altro che di nome, sulla fede di qualche cronaca d’arte letta in non so che rivista letteraria del tempo. Non eravamo perciò in grado d’avere alcuna notizia, neppure indiretta, delle discrete scorribande che il pittore compiva proprio a quell’epoca nell’immediata periferia romana, e, con particolare insistenza, lungo le sublimi solitudini erbose che s’aprono, poco più su di Ponte Milvio, attorno alla confluenza dell’Aniene nel Tevere».

Piazza del Popolo di Franco Gentilini, 1949. Olio su tela, 62 x 75, firmato e datato, collezione privata, Roma.
Originale nella sua gamma cromatica blu-oro, quasi bizantina, questo dipinto fa parte di un interessante gruppo di vedute romane realizzate tra il 1948 e il 1950. Il dipinto gioca con una delle più celebrate e imitate sistemazioni urbanistiche di Roma, il «tridente» di piazza del Popolo, divaricando le due chiese di S. Maria in Montesanto e di S. Maria dei Miracoli, che per iniziativa di Alessandro VII furono poste a coronamento delle vie confluenti. È certo l’eleganza garbata di questa soluzione che attrae Gentilini: ancora una volta la città barocca si rivela fonte inesauribile e varia di ispirazione.

Il 19 di Sergio Ceccotti, 1975. Olio su tela, diametro 60cm, collezione privata, Roma

Carlo Socrate Ponte duca d’Aosta

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