Storia del bar pasticceria Il Cigno

Fin dal 1949, sotto il San Gabriele, al 16A di Viale Parioli, proprio vicino l’ingresso della ex scuola, si trova una prestigiosa pasticceria “
” della famiglia Scagnoli. Tutto nasce dal nome: “Il Cigno”, nome mitico dei grandi Pub inglesi ed in particolare da quello storico di Bayswater. E’ cosi? Non lo sappiamo; però il bar di Viale Parioli 16, nel 1949 si adorna di uno strepitoso fondale di ceramica realizzato da due famosi ceramisti e pittori : Achille Capizzano (nato a Rende nel 1907 e morto a Roma nel 1951 a soli 44 anni!) e Lorenzo Gigotti (1908 – 1995) i quali sono stati certamente coadiuvati dallo studio di Luigi Moretti e da quello stuolo, poco conosciuto e studiato, di artisti del “Centro d’Arte di Santa Prisca”, all’Aventino. In quel Centro d’Arte lavoravano Luigi Moretti, Canevari, Gentilini, Capizzano, Gigotti e molti altri. Da questo Centro d’Arte (legato all’ENAOLI (Ente Nazionale Assistenza Orfani Lavoratori Italiani) ed alla scuola d’arte Pio IX retto dagli stessi “freres” del San Giuseppe De Merode, la scuola frequentata da Moretti) sono uscite decorazioni, ceramiche, sculture e progretti per la Casa delle Armi, per la casa della GIL a Trastevere, per la Palestra del Duce e per molte altre opere, progetti e decorazioni.
Il bar del Cigno alle spalle dei baristi, contiene, appunto, il grande pannello in ceramica, posto come quinta di separazione tra il bancone di servizio ed il locale dove si trovano le macchine del caffè e le scale che conducono al piano interrato dove si trova il laboratorio di pasticceria. Questo pannello è perciò diviso in due parti da una larga “finestra” dietro la quale si prepara il caffè. Sia la parte sinistra che la destra che le due trabeazioni sopra e sotto la “finestra” contengono una rappresentazione dei miti greci riconducibili alla figura del “Cigno”. A sinistra la storia poco o nulla conosciuta di Cicno, Fetonte e le Elidi ed a destra il celebre mito di Leda e del Cigno, il tutto reso nella vivacità smagliante della ceramica della manifattura Wolf, della quale non sappiamo nulla. La parte destra, più in vista, illustra la storia di Giove che, ossessionato dalle femmine, s’era acceso di desiderio per la procace Leda, moglie del re di Sparta, e per conquistarla si era mutato in un cigno meraviglioso. Leda rimase incinta e dopo qualche tempo partorì un uovo enorme: quando l’ uovo si schiuse saltarono fuori Castore e Polluce, ossia i Dioscuri, i gemelli divini che sarebbero diventati una costellazione dello zodiaco. Ebbene, nei sei o sette metri di ceramica questa storia c’è tutta, e c’è anche la storia di Cicno, le guance gonfie di Eolo e il carro di Fetonte, le ninfe dei boschi, i pavoni, le volpi, i mostri marini, le tante forme di un universo mitico che non si smetterebbe mai di ammirare. L’ opera è di Capizzano e Gigotti, due artisti degli anni Quaranta, e raccontata con molta grazia una favola per i bambini e per gli uomini di passaggio nel bar.
La Repubblica – 2 febbraio 2003 : In quel bar con Leda e il Cigno http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2003/02/02/in-quel-bar-con-leda-il-cigno.html In quel bar con Leda e il Cigno. Con il fango Dio creò il primo uomo, dice la Genesi, e forse il povero Adamo fece in tempo a carpire qualche segreto al suo Grande Impastatore, a memorizzare un minimo di tecnica. Così, cacciati dall’ Eden, gli uomini cominciarono ben presto a modellare la creta e a far girare i torni per costruirsi piatti e vario vasellame. E poi quegli oggetti domestici si fecero sempre più originali, fino a diventare vere e proprie opere d’ arte. Cammina cammina, traversando i millenni, arriviamo fino al Museo del Corso, dove in questo periodo si può visitare una bella mostra dedicata alla ceramica nel Novecento italiano. Ci sono opere di Cambellotti e Casorati, Balla e Martini, Levini e Ontani, e alcuni capolavori di Leoncillo e Fontana, i due artisti che forse si sono dedicati con più passione alla ceramica. Questa sarà la prima baia della nostra isola domenicale: ma non ci fermeremo qui, ora che abbiamo gli occhi smaltati di colori e di curiosità possiamo andare a prenderci un aperitivo al bar del Cigno di viale Parioli, che dal 1949 contiene un’ opera unica al mondo. Oltre il bancone, dietro le spalle dei baristi indaffarati a servire crodini, si distende il mito greco di Leda e il Cigno, reso nella vivacità smagliante della ceramica. Ricordate? Giove, ossessionato dalle femmine, s’ era acceso di desiderio per la procace Leda, moglie del re di Sparta, e per conquistarla si mutò in un cigno meraviglioso. Lei rimase incinta e dopo qualche tempo partorì un uovo enorme: quando l’ uovo si schiuse saltarono fuori Castore e Polluce, ossia i Dioscuri, i gemelli divini che sarebbero diventati una costellazione dello zodiaco. Ebbene, nei sei o sette metri di ceramica questa storia c’ è tutta, e ci sono anche le guance gonfie di Eolo e il carro di Fetonte, le ninfe dei boschi, i pavoni, le volpi, i mostri marini, le tante forme di un universo mitico che non si smetterebbe mai di ammirare. L’ opera è di Capizzano e Gigotti, due artisti degli anni Quaranta, e ha una sua grazia tutta popolare: è una favola raccontata ai bambini, agli uomini di passaggio nel bar, a tutti noi che sempre siamo costretti a trasformarci, per amore o solo perché la vita non sta mai ferma. di Marco Lodoli
In realtà la composizione è assai complessa e presenta un sincretismo dei vari miti greci e romani che ruotano intorno alla figura del “Cigno”. Innanzi tutto l’opera va letta cominciando dal lato sinistro, che resta più nascosto, in quanto quella è la parte di mito meno conosciuta e si riferisce al nome Cigno, cioè al “personaggio” Cigno che nella mitologia è Κύκνος cioè Cicno, al quale corrispondono almeno sei storie differenti, che i due geniali ceramisti hanno riunificato dando loro un senso logico unico.
Allora: Cicno è figlio di Poseidone e di Calice figlia di Eolo, (che si vede in alto a destra nella parte di sinistra), fu parente e amico di Fetonte, (che si vede in alto a sinistra nella parte di sinistra dell’opera). Fetonte “lo splendente” (vedi Ovidio, Metamorfosi XI, 1 ss), figlio di Elios, dio del Sole, volle guidare il carro solare attorno alla Terra, ma, incapace di reggere la guida del carro nel cielo, incendiò cielo (facendo nascere la via Lattea) e terra (dando origine al deserto libico), e quindi, per fermarlo, Zeus lo fulminò ed il carro cadde nel fiume Eridano (l’attuale Po). La madre (Climene) e le sorelle di Fetonte (le Eliadi che si chiamavano Merope, Egle, Lampezia, Febe, Aetherie e Dioxippe) iniziarono a piangere senza sosta, tanto che Zeus tramutò le loro lacrime in ambra e loro stesse in pioppi (nell’opera si vedono due Eliadi sotto il carro di Fetonte e spostandosi verso destra si vedono gli alberi) che infatti si trovano sulle rive del Po. L’amico di Fetonte, Cicno, si disperò anche lui e fu trasformato in Cigno.
https://www.miti3000.it/mito/mito/greca_c.htm e https://it.wikipedia.org/wiki/Cicno_(figlio_di_Stenelo) e https://it.wikipedia.org/wiki/Eliadi ed anche https://it.wikipedia.org/wiki/Fetonte
Il Cigno ha in realtà un significato simbolico molto importante in tutte le mitologie, da quella celtica a quella greco-romana a quella indiana. Il cigno rappresenta l’evoluzione spirituale, è legato all’acqua su cui nuota, all’aria nella quale vola, ed alla terra sulla quale si posa, ma rappresenta soprattutto il fuoco del sole dal quale trae il suo potere per padroneggiare gli altri tre elementi: rappresenta la comunicazione fra gli elementi, fra i diversi mondi, benefico e sacro possessore di poteri magici legati alla musica e al canto, uniti ai poteri terapeutici del sole e dell’acqua, esso rappresenta altresì la luce interiore e l’armonia dello spirito umano, la scintilla divina nell’uomo.
Achille CAPIZZANO . Nato a Rende, in provincia di Cosenza, nel 1907, Achille Capizzano è pittore, decoratore, mosaicista e ceramista. Rimasto orfano giovanissimo cresce con la sorella Aida, dalla quale apprende i primi rudimenti della pittura. Interrotto il ginnasio frequenta la Scuola Industriale e il liceo artistico. Nel 1923, grazie ad una borsa di studio arriva a Roma dove nel 1923 si iscrive all’Istituto di Belle Arti e dove tra il 1927 e il 1930 frequenta l’Accademia di Belle Arti, allievo dello scultore e pittore Ferruccio Ferrazzi. Nel 1929 concorre, insieme allo scultore Anderson (Andersen??), alla realizzazione del monumento a Cristoforo Colombo commissionato dalla Repubblica Dominicana. Nel 1930 fonda, assieme all’architetto Luigi Moretti il “Centro d’Arte” specializzato in grafica e progettazione e realizzazione di oggettistica pubblicitaria. Riceve molte commisssioni dal regime fascista tra il 1933 e il 1940 e nel 1941 realizza i mosaici parietali del Palazzo dei Congressi di Roma. Nel 1938 ottiene il “Premio Duce” alla V^ Sindacale di Cosenza. Nel 1949 realizza per l’architetto Moretti, insieme a Lorenzo Gigotti, alcuni importanti arredi in ceramica per il bar “Cigno” di Roma Dal 1939 è assistente alla Cattedra di Ornato al Liceo artistico di Roma e dal 1949 al 1951 diviene docente. Muore a Roma nel 1951 Per una biografia vedi ACHILLE CAPIZZANO: Artista pubblico e privato di Roberto Sottile su “Antiquariato & Arte” del 07/08/2013 http://www.antiquariatoearte.com/Articolo/I/rif000010/758/ACHILLE-CAPIZZANO-Artista-pubblico-e-privato
Vedi anche http://www.archivioceramica.com/CERAMISTI/C/Capizzano%20Achille.htm e http://www.maon.it/centrocapizzano/centrocapizzano.htm ed anche http://www.rendecentrostorico.it/personaggi/achille-capizzano/ e http://www.ilsileno.it/2012/06/06/achille-capizzano-un-rendese-al-foro-italico-1907-1951/ e https://www.mediocrati.it/Pagine/Pdf/Inaugurazione%20Capizzano.pdf
Lorenzo Micheli Gigotti nasce a Roma nel 1908 e dopo gli studi intrapresi al ” Reale Colleggio di Mondragone” si iscrive al Lice Artistio di Roma, completando la sua formazione all’Accademia di Belle Arti della capitale, allievi di Ferrucci Ferrazzi. Esordisce nel 1937 alla VII Mostra del Sindacato di Belle Arti del Lazio”, nel 1938 è presente alla VIII^ Sindacale e nel 1940 espone alla IX Mostra del Sindacato Interprovinciale Fascista di Belle Arti del Lazio. Nel 1938 realizza una pittura parietale per la Mostra dell’Agricoltura di Roma e l’anno successivo è invitato alla III Quadriennale d’Arte di Roma, manifestazione alla quale perteciperà in altre sei occasioni. Nel 1942 inizia ad occuparsi di didattica. Nel 1945 partecipa alla Prima Mostra della Libera Associazione di Arti Figurative. Nel 1949 realizza, in collaborazione con Achille Capizzano, il bancone del “Gran Caffè Cigno” di Roma. Dagli anni Cinquanta affianca alla pittura e alla ceramica anche la realizzazione di vetrate artistiche. Gli anni Sessanta vedono l’artista avvicinarsi all’astrattismo. Muore a Roma nel 1995. vedi anche https://issuu.com/studioaras/docs/gigotti_catalogo_arezzo2007
Davanti al Cigno si apre una strada, via Lorenzo Magalotti,

Vigna o villa?

Alla metà del Cinquecento, tra le proprietà all’interno delle mura aureliane e negli immediati dintorni (par verificarlo è sufficiente andare alla pianta di Roma del Bufalini, del 1551) predomina la ” vigna” col suo “casino”.

A sentire il Montaigne, erano « giardini e luoghi di delizia d’una singolare amenità e dove [avevo] appreso come l’arte possa ben utilizzare ai propri fini un posto gibboso, mosso e ineguale, ché ne han saputo cavare bellezze inimitabili nelle nostre contrade pianeggianti, riuscendo a sfruttare industriosamente tali irregolarità ». Gli esempi che porta si riferiscono ovviamente alle ville più importanti del tempo: « fra le migliori sono quelle dei cardinali d’Este a Monte Cavallo; Farnese al Palatino; Ursino; Sforza; Medici; quella di papa Giulio; l’altra di Madama; i giardini dei Farnese e del cardinal Riario a Trastevere; del Cesio, fuori porta del Populo » (1581).

Il termine « vigna » continua essere adottato fino all’Ottocento: così vengono indicate nelle mappe catastali le proprietà costituite da abitazione signorile, giardini e da una parte agricola che spesso giungeva vicino l’edificio principale.

A Roma il termine “villa” è ripreso dal latino e compare in alcune fonti della seconda metà del Cinquecento insieme al preponderante termine “vigna” e solo riferito a grandiosi complessi, come la villa di Giulio III (Villa Giulia) che voleva appunto rivaleggiare con le ville antiche, poi per Villa Medici e Villa  Peretti Montalto. Nel Seicento il termine “villa” è più diffuso, ma ancora si usa per complessi particolari quali Villa Borghese, Villa Ludovisi, Villa Pamphili. Solo col Settecento il termine trova diffusione e corrispondenza all’uso odierno.

Tra la seconda metà del Quattrocento e la fine del Cinquecento, negli immediati dintorni della cerchia aureliana, si osserva un particolare tipo di costruzione, cintata o fortificata, spesso con torri e merlature, che però la destinazione permette di assorbire tra le ville. A volte furono utilizzate strutture precedenti, anche di castello o fortificazione vera e propria: di qui l’asimmetria e l’irregolarità che presentano.

 

Storia di Palazzo Borromeo

La storia del palazzo inizia con Giovan Maria Del Monte, papa Giulio III, che acquista tutti i terreni qui intorno ed erige, nella stretta valle di fronte a noi, la sua splendida residenza: Villa Giulia. Tra le sue realizzazioni la via Julia Nova, attuale via di Villa Giulia, e la grande fontana all’angolo della Flaminia disegnata da Bartolomeo Ammannati. Alla sua morte, il papa lascia tutte queste vaste proprietà ai suoi parenti ma il suo successore papa Paolo IV Carafa confisca tutti i beni degli eredi Del Monte con la motivazione che la loro costruzione era stata finanziata con i denari della Camera Apostolica. Continue reading

Storia di Villa Torlonia

Originariamente sulla via Nomentana c’era una vasta proprietà dei Colonna, con un casino nobile, che confinava con Villa Massimo. Nel 1797 la villa passa ai Torlonia, famiglia di banchieri di recente nobiltà, desiderosa di emulare nella propria vita il fasto dei secoli precedenti, e da allora è chiamata Villa Torlonia. Continue reading

Una nuova edilizia residenziale: la palazzina

La tipologia edilizia che oggi caratterizza la maggior parte dei quartieri romani “fuori porta” è quello della “palazzina”. Ma questo risultato non è casuale. E’ il risultato di una serie di interessi spesso non nobili ma anche di un lungo dibattito che ha animato l’ambiente culturale italiano, e romano in particolare, sullo “stile” che doveva caratterizzare i nuovi edifici della nuova grande capitale europea. Continue reading