Fiumaroli2

Appeofondinento della pagina Tevere tratto da di

Tiberino Re d’Alba, la cui figura è descritta genialmente da Virgilio con fresche e colorite immagini fluviali, infonde coraggio ad Enea il quale, scampato dall’eccidio di Troia, dopo aver compiuto la lunga e drammatica navigazione che tutti abbiamo
imparato a memoria nella prima classe ginnasiale, giunge finalmente alle rive del Tevere prefssegli dal cielo. Tiberino poi, provvede, volente o nolente, a scomparire dal mondo affogando nello stesso fiume allora
conosciuto per Albula e che in memoria ed in onor suo fu in seguito chiamato Tevere.
Q miuesta è la storia vera non vera – grosso modo – del Tevere di centott’anni prima dell’apparizione di Romoio e Remo, che per la crudele ambizione di Amulio furono abbandonati alla corrente delle acque del fiume il quale, se pur, date le frequenti evasioni dal proprio alveo ha recato in ogni tempo seri guai agli abitanti dell’Urbe e delle campagne, tuttavia – bisogna riconoscerlo –
durante ventisette secoli ha potenziato la prosperità e la magnificenza di Roma.
I romani delle vecchie generazioni non lo chiamano Tevere ma lo definiscono con il termine generico di fiume, e ancora oggi quanti per ragioni di lavoro, di diporto o di sport praticano il Tevere, vengono specificati con l’appellativo di « fiumaroli ».
Di fiumaroli dediti allo sport del nuoto a Roma ve n’erano e ve ne sono tuttora molti nonostante le calunnie che hanno colpito il
lungo il Tevere accusandolo, non soltanto di tradimento teso lungo il suo corso vorticoso e spesso impetuoso, ma anche d’esser sudicio e limaccoso motivando l’asserto con alcune indicazioni errate tra cui quella che il caratteristico color biondo gli è dato dalla melma che la corrente, in maggiore o minor copia, trasporta dalla Sorgente alla foce
Ma le persone che da molti anni conoscono il fiume di Roma sanno che i cosidetti « rigiri » « risucchi” o “molinelli”, tanto frequenti in tutti i corsi d’acqua perenne del globo terracqueo, si possono evitare perchè facilmente individuabili; tuttavia bastano due vigorose «braccettate » per superarli senza pericolo per il nuotatore di rimanere ingoiato: cosi tutti sono a conoscenza che in estate subentra il lungo periodo di magra e le acque del Tevere diventano limpidissime come se fossero passate per un filtro. Ed allora chi vi si immerge si procura un godimento forse maggiore di quello che gli è concesso provare nel prendere un bagno nel mare perchè quelle acque troppo di frequente sono tepide e placide e di conseguenza non trasportano lontano senza impegnare il nuotatore ad una dura fatica.
Naturalmente per affezionarsi al Tevere occorre un non breve periodo di frequenza, una sincera passione per il nuoto e, nei primi tempi, un po’ di coraggio, ma quando la padronanza è sopraggiunta non v’é di meglio di una nuotata nel bel mezzo del corso del fiume per sentirsi beati ancor più di quelli che per tuffarsi nel mare, sebbene il Tirreno non sia molto distante dall’Urbe, debbono necessariamente affrontare il superamento di parecchi chilometri pigiati come le acciughe in un vagone d’un qualsiasi treno estivo.
Le località disseminate lungo le sponde di sinistra del Tevere che fino al principio del nostro secolo erano frequentate dai nuotatori, si distinguevano con i nomi di Polverini, dal breve arenile lambito dalle acque: Albero Bello, perchè anticamente sulla riva, prima della costruzione dei muraglioni, era cresciuto un grosso
albero di cui due tronchi caduti nel basso fondale. durante il periodo di magra, affioravano e dagli assidui erano indentificati singolarmente per Romolo e Remo fondatori di Roma: il Porto ove faceva gran mostra di sè e la fa tutttora, la grande scalea a rampe divergenti che si parte dal piccolo molo costruito di fronte al quartiere di Prati di Castello e creato per l’attracco delle barche ma che non ha mai servito
-212
a tal uso mentre in ogni stagione ha raccolto una vera tribù di nudisti grandi e piccoli particolarmente addestrati ai tuffi.
Molto nota ed apprezzata era anche l’isola chiamata dai fiumaroli « del Zibibbo” – situata tra i ponti Duca d’Aosta e del Risorgimento più tardi gettati – che emergeva quando le acque erano basse e nelle luminose giornate d’estate si affollava di bagnanti che ivi si recavano a nuoto per prenderne possesso.
Lungo il tratto da Ponte Margherita al Porto, le casine galleggianti della « Società Romana di Nuoto » e dei « Rari Nantes », rifugio dei fiumaroli benestanti che potevano pagare la quota mensile, erano inserite tra quelle dei canottieri Aniene, e Tevere-Remo e più a monte sorgeva pencolante lo stabilimento bagni di Nino Talacchi che si chiamava genericamente «Capanne» perchè il suo aspetto era proprio quello di due capanne costruite a fior d’acqua con palafitte lignee dalle pareti ricavate dallo sciorinamento di larghe stuoie necessarie per nascondere alla vista dei passanti le nudità a volte adamitiche preferite dai frequentatori.
Di «Capanne » lungo il fiume nel tratto tra Ripetta e Ponte Milvio ve n’erano anche intorno al 1880, e l’Accademico Cesare Pascarella, in un suo scritto dell’epoca cosi le descrive:
213
« Le “Capanne’ si dividono in due parti. La prima formata da un largo recinto di stuoie, libera a tutti, viene chiamata superbamente il « Capannone »: la seconda, una lunga fila di piccoli recinti, porta il modesto nome di Capannelle”.
Come le «Capanne» si dividono in
Capannone » e « Capannelle, cosi i loro assidui frequentatori si possono distinguere in nuotatori che nuotano e in nuotatori che non nuotano
Il nuotatore che nuota lo si riconosce subito: quasi sempre indossa, quando lo indossa, un costume molto scostumato: è l’amico di tutti, saluta tutti e scherza volentieri con tutti, massime con quelli che non hanno nessuna voglia di scherzare; conversa ad alta voce e in gergo coi Capannari » stringe la mano e dà del tu al Maestro di nuoto: organizza merende all’aria aperta e banchetti all’aria chiusa; mette poi bachettate ai Polverini e partite di pesca all’Aniene; e parla continuamente dell’Albero Bello. Egli appena entra nell’onda esce subito dalle Capanne» e il suo bagno se lo va a pigliare nel bel mezzo del fiume ove fischia, canta e schiamazza affinchè tutti possano ammirare la sua forza e la sua destrezza nei più difficili esercizi del nuoto; ma se mai rimane nel « Capannone », arranca sempre, cioe va sempre contro corrente.
Il nuotatore che non nuota, invece, come si può facilmente pensare, e la perfetta antitesi del nuotatore che nuota.
Egli benchè faccia sempre le sue evoluzioni natatorie, indove ce tocca, è sempre inappuntabilmente vestito d’un costume irreprensibile; parla poco, è timido, è sospettoso, non dà confidenza a nessuno e non accetta scherzi. specialmente nell’acqua; e quando entra nel «Capannone » gli si sviluppa in tutto il suo essere una simpatia straordinaria per i pali, tant e vero che appena ne vede sorgete uno rigido e muto nell’onda sonora e corrente, si sente immediatamente attratto verso di lui da una forza irresistibile; gli si avvicina, se lo stringe al petto e non lo lascia più. Ma per solito il nuotatore che non nuota, il suo bagno se lo piglia di nascosto, solo, in una « Capannella » fischiando quasi sempre la romanza più in voga »
La mia carriera di nuotatore, che iniziai nel 1894, mi diede molto filo da torcere perchè fino dalle prime immersioni bevvi tanta acqua che fui in serio procinto d’annegare se il bagnino delle « Capanne » di Talacchi, il monumentale a Carabusò », cosi chiamato in
214 –
gergo fiumarolo perchè proveniva dall’arma dei carabinieri, non mi avesse tratto a riva;
ma superato lo sgomento,per non apparire di
fronte ai miei compagni un vile, due giorni dopo ritentai la prova con peggior successo
Uscito arditamente dal “Capannone” nuotando a rana mi sembrò di essere già un asso ma non mi avvidi che la corrente trasportandomi m’inghiottiva regolarmente piano piano, cosi fu che ad un tratto mi trovai completamente sott’acqua. Tentai di sorreggermi sbraccettando vigorosamente ma peggiorai la situazione e ad un certo momento sentii di morire. Mille pensieri mi si affollarono nella mente e quando ripresi i
sensi mi ritrovai sulla banchina circondato da una folla di bagnanti e di non bagnanti tra cui v’era un signore in manica di camicia che mi spingeva la testa in basso, mentre altri mi tenevano alzato per le gambe per farmi restituire l’acqua ingerita. Poi mi fecero delle frizioni, vollero che respirassi forte e alla fine mi accompagnarono alla dispensa per farmi bere del cognac.

.
Chi era stato il mio salvatore? Il mio compagno di studio Ezio Castellucci espertissimo nuotatore poi divenuto pittore di buona fama e valoroso combattente della grande guerra. Egli stesso mi raccontò che avendomi veduto uscire al largo aveva presentito la disgrazia che stava per capitarmi e dalla riva m’aveva seguito con particolare attenzione. Essendo presto scomparso s’era tuffato ma quando
il mio corpo era riapparso a fior d’ acqua, non fece in tempo ad agguantarmi perchè fui di nuovo inghiottito. Allora gridò al soccorso ed
altri animosi si gettaron0 nel fiume. Fortunatamente risommai e fu possibile trarmi in salvo.
Il giorno seguente, nonostante la diffida avuta da Talacchi di non presentarmi più nelle sue « Capanne » perchè di affogati non ne voleva, tornai, scongiurai, promisi e il Carabusò si commosse
Però non uscii più dal « Capannone » fintanto che, dopo aver stretto in affettuoso amplesso tutti i pali che lo sorreggevano, non mi sentii dominatore della corrente che, tuttavia, le prime volte affrontai sotto
la scorta e la vigilanza oculatissima dei miei compagni già esperti nuotàtori, i quali finalmente mi concessero il brevetto di nuoto con la tradizionale « affondatura » che consisteva nella forzata immersione di tutto il corpo, prodotta dalla pressione violenta data sulle spalle dall’affondatore, fino a scomparire totalmente.
215
Ritornando a galla dimostrai, assoggettandomi alle prove imposte dai regolamenti dei fiumaroli, di non avere ingerito nemmeno un sorso d’acqua e solo allora mi fu tolta la vigilanza speciale.
Di affogati a quei tempi – nonostante il servizio assiduo degli

ma la
asfittici
1ap
« pizzardoni

che ispezionavano le acque su una barca municipale se ne contavano a fine stagione parecchi,

maggior parte delle disgrazie si verificavano all’« Albero Bello » e alla « Conca d’Oro presso l’Acqua Acetosa perchè in quelle località vicino alla riva si toccava il fondo, ma guai se gl’inesperti s’azzardavano a superare anche di pochi centimetri l’arenile! La corrente estremamente vorticosa, l’inghiottiva repentinamente e spingeva i loro
corpi tra i rovi da dove si sbrogliavano soltanto quando per essere rimasti immersi per giorni ed anche per intere settimane, i cadaveri si di-sfacevano.
Annamo all’« Arbero bello » che c’è niaffogato arissomato. Quest invito purtroppo si sentiva pronunciare assai spesso dai bagnanti disseminati tra Ponte Margherita e il Porto e allora i ragazzi seminudi partivano a frotte costeggiando il fiume percorrendo il tratto a piedi perchè contro la corrente, si sa, non è possibile nuotare a lungo. A constatazione avvenuta ed a commenti fatti, ritornavano alle Capanne » facendo a gara nuotando a « bracetto o con la « mezza sforzata » per arrivare prima.
Mai sazi di godersi l’acqua ed il sole, i bagnanti di età diverse ma in grande maggioranza giovanissimi, si trattenevano per ore ed ore presso il fiume e la domenica la ressa aumentava al punto che chi
arrivava alle « Capanne » oltre le dieci, non trovava libera la sedia, il cui affitto costava quattro soldi
Verso le undici, mente calvo era soprannominato «testa lucente» radunava la tribù dei cosi detti pellirosse perchè composta di nuotatori grandi e piccoli
che per la lunga permanenza al sole avevano preso la tintarella » cioè s’erano ridotta la carnagione del colore simile a quella dei selvaggi della Pampa e fra schiamazzi, gesti convenzionali, suoni non certo da bene educati emessi con le labbra fatte a trombetta, si tuffavano in massa e lungo il tragitto a nuoto gli scherzi e le affondature non si contavano più.

per deporvi i panni.
che essendo quasi completa-

Il «Cucuzzaro », cioè quello che per mantenersi a galla si legava alla cintola una ed anche due più o meno voluminose zucche,
– 216-
quando s’accingeva a sfidare i dileggi dei nuotatori provetti, i quali lo rincorrevano sulla banchina

gorghi del fiume, era costretto a subirsi

e a forza di spinte lo gettavano in acqua con la certezza di non procurargli un’inopinata fine perchè ben garantito dal galleggiante cocurbitaceo di cui s’era prudentemente provvisto.
Ma i «cucuzzari » considerati di razza inferiore non erano ammessi a partecipare ai raduni natatori capeggiati da «Testa lucente»,
dallo Scambiano » il famoso Armando Sannibale che seppe conquistarsi il titolo di «Re del Tevere» per aver percorso senza mai
riposarsi ben cento chilometri a nuoto dal Ponte di Civitacastellana a Ponte Margherita, da Cencio Altieri, e da Angelo Mazzolani capi riconosciuti ed ammirati della tribù fiumarola.
Sottocapi erano il giornalista Enrico Durantini, lo scultore Enrico Tadolini e lo zincografo Augusto Cocchi.
La turba dei nuotatori grandi e piccoli dopo aver compiuto il tragitto sostava ai Polverini
dove avveniva l’incoronazione, con ghirlande formate da giunchi raccolti sulle sponde, di coloro che s’erano guadagnato, per avere nel miglior modo nuotato e… cantato,

l’ambita distinzione, ed allora il capo tribu pronunciava un discorso … sonoro accentuato, ov’era necessario, con la mimica ed il coro degli adunati.
Tra i fiumaroli più assidui si contavano non pochi atleti e parecchi campioni tra cui Vincenzo Macchini, campione di tuffo che
seppe imitare per eleganza di pose e bellezza di forme il Mercurio di Giambologna,
Altieri, Armando Sannibale campione di resistenza, Vincenzo campione di velocità, e fra coloro che volentieri si cimentavano in amichevoli gare, assai spesso promuovendole, v’erano alcune personalità tra cui i deputati al Parlamento Bissolati e Brunialti, il dott. Gualdi, il cav. Gismani, fondatore della Società Romana di Nuoto», Capanna, Semprebene, l’avv. Paoli e il maestro di musica Bernardino Molinari, frequentatori i due ultimi delle capanne di «Zi

Paolo» a Ponte Milvio, tutti amici dei famosi barcaiuoli soprannominati «Tigellino » e « Bocale » che si prodigavano a tutt’uomo per
rendere più che mai attraente il bagno e il dopo-bagno preparando cibi e distribuendo cordiali.
Di prodezze se ne compivano quasi ogni giorno nuotando per lungo tempo sott’acqua, facendo tutti a salto mortale, arrancancanco
contro corrente, giuocando delle lunghe
partite alla palla-nuoto oppure addirittura consumando spaghetti, carne e contorno
preparati su una tavola galleggiante presso la quale procedevano nuotando
commensali tra cui erano quasi sempre Nino Ta-

piatti disposti sopra

lacchi, Enrico Durantini e ArmandoSannibale.
Un giorno verso le tredici, molta folla si radunò sul Ponte Margherita intorno ad una coppia che furiosamente s’insolentiva. Lei indossava una elegante toletta di organdis rosa ed aveva i riccioli biondi protetti da un largo cappello di paglia ornato con fiori da campo. Lui era un giovanotto sbarbato piuttosto pingue, tuttavia le sue belleforme si delineavano assai bene sotto l’abito di tela bianca. Il litigio si accentuò in modo

dell’ira percosse con l’ombrellino la testa dell’importuno inseguitore,
qualcuno dei presenti decise intervenire, ma la biondina strappandosi con atto di disperazione il cappello scavalcò repentinamente la balaustra del ponte e si precipitò nel vuoto. Immediatamente il giovanottosegui il gesto mentre la folla sorpresa e angosciata allungava lo sguardo verso il fiume gridando aiuto.
impressionante e quando la signorina al colmo

– 218
La finta suicida era Vincenzo Altieri e l’importuno adoratore che la segui nel folle atto, si chiamava Armando Sannibale. Naturalmente tutto fini con un ovazione ai due provetti nuotatori, i quali anche nel fiume si rincorsero e seguitarono ad emularsi in bravura guadagnandosi gli applausi dei fiumaroli che avevano avuto il privilegio di conoscere in antecedenza il programma della burla.
Nel 1915, essendo stata dichiarata la guerra, il Tevere durante la stagione dei bagni apparve quasi completamente spopolato poichè tutti i validi, giovani e maturi si trovavano al fronte. Rimasero fedeli alle bionde acque soltanto i ragazzi ed i vecchi, ma l’allegria dei tempi trascorsi era scomparsa. Le preoccupazioni non potevano generare sorrisi e diavolerie ed il bagno che si faceva per l’igiene del corpo, non si prolungava per chiasso.
Dopo la vittoria tornarono i combattenti fedeli del vecchio fiume ma i gusti erano totalmente cambiati e le «Capanne » erano sparite per dare spazio ai galleggianti delle Società ed ai modesti ma più decorosi ricoveri ad uso dei bagnanti.
Con l’istituzione del Dopolavoro, cosi superbamente disciplinato ed incoraggiato dal Regime, il Tevere potè di anno in anno accogliere a fior d’acqua un crescente numero – che oggi è considerevole – di stabilimenti galleggianti convenientemente attrezzati per rendere piacevole ed igienico il bagno offrendo ai camerati iscritti alle
diverse sezioni, la maggior sicurezza per la vita mercè l’impiego di accurati servizi di vigilanza provvisti come sono di imbarcazioni d’ogni genere e d’ogni tipo.
Nella raccolta di versi di Vincenzo Macchini, il « Mercurio » di fiume, che è un’arguta e pittoresca rievocazione di fatti più o meno storici e piùo meno veri, si legge:
« Donna Olimpia Panphili, s’era fatta
un piccolo burlotto a Ripagranne
pe prenne er bagno senza le mutanne
e apposta la pijavano pe matta! ».
Nel ‘600 il “burlotto », nell’800 le “capanne », ma i bagni e Tevere, iniziati dei nostri lontani antenati forse ancor prima dei tempi di Enea si son sempre fatti con grande godimento del corpo e dell loo spirito e poichè si faranno sempre, la genia dei fiumaroli non si estinguerà mai.

Tratto dal libto … di … (

Targa a Angelo De Fiore, l’eroe di via Clitunno

In via Clitunno 26, c’è una targa a Angelo De Fiore (1895-, vice questore, che abitava qui e, durante l’occupazione tedesca di Roma nel 1943-44, salvò la vita a centinaia di cittadini ebrei. Queste sono le parole con cui viene ricordato: ALTO FUNZIONARIO DI POLIZIA, PROCLAMATO GIUSTO TRA LE NAZIONI PER AVER SALVATO, A RISCHIO DELLA PROPRIA VITA, CENTINAIA DI EBREI DURANTE L’OCCUPAZIONE NAZIFASCISTA.

MAPPA della Zona Trieste 1 (quartiere Coppedè e dintorni)   Continue reading

Sarto di largo Somalia che vestiva le stelle del cinema

Nel 1968 a largo Somalia lavorava Emilio Miconi, un sarto che vestiva le stelle del cinema come Sophia Loren e Aldo Fabrizi.

MAPPA della Zona Trieste 4 (piazza Vescovio)   Continue reading

Protetto: Violinista dell’incrocio tra corso Trieste e via Nomentana

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Protetto: Articolo Romah24

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Angelo Canevari

Angelo Canevari

da fare

Franco Gentilini

Franco Gentilini (1909-1981)

Piazza del Popolo di Franco Gentilini

da fare

Sivio Canevari

Sivio Canevari (1893-1951)

da fare

Lorenzo Micheli Gigotti

Lorenzo Micheli Gigotti nasce a Roma nel 1908 da una famiglia di estrazione nobile dove morirà nel 1995.    Continue reading

Achille Capizzano

Achille Capizzano, pittore, decoratore, mosaicista e ceramista, nasce a Rende (CS) nel 1907. Visse a Roma dove muore nel 1951.   Continue reading