Un bambino in toga, di Davide Augenti

rsa-tomba-di-sulpicio-massimo“Quando nel 1871 demolirono per motivi di viabilità la Porta Salaria delle Mura Aureliane dalla torre orientale venne fuori un bianco altare funebre con la statua di un fanciullo in toga che tiene in mano un rotolo su cui è incisa una poesia.

Tutto quello che sappiamo di lui sta scritto in latino e in greco, la lingua dotta dell’epoca, sulle due lunghe iscrizioni sepolcrali. Da quelle iscrizioni scopriamo che i genitori del ragazzo erano due schiavi. Ce lo dicono chiaramente i loro nomi: Quinto Euganeo e Lininia Ianuaria. Il padre proveniva probabilmente dalla regione tra le Alpi orientali e l’Adriatico, abitata anticamente dagli Euganei e poi dai Reti, conquistata dai Romani nel I secolo a.C. Al nome della madre Lininia il padrone deve avere aggiunto la sua funzione servile. Ianuaria significa infatti portinaia. La coppia non è sposata perché ai servi è vietato un regolare matrimonio. Il padrone permette allo schiavo di scegliersi tra le serve una conserva e di creare con lei un’unione di fatto chiamata contubernium, del tutto priva di effetti giuridici Infatti solo dopo molti secoli sarà vietato al padrone di vendere separatamente a terzi i due servi uniti in contubernio e in ogni caso i figli nati da quell’unione di fatto sono schiavi del padrone della donna che li aveva generati.

Il nome del ragazzo, Quinto Sulpicio Massimo, ci fornisce altre interessanti informazioni. Uno schiavo nato in casa (verna) suscita generalmente la simpatia dei padroni e forse anche una loro maggiore propensione a liberarlo prima o dopo. E’ quello che deve essere presto accaduto al nostro ragazzo. I genitori lo avevano voluto chiamare Massimo. Un nome romano di grande prestigio che ci dice quante ambizioni nutrissero per l’avvenire di quel loro figliolo. Non doveva assolutamente patire le sofferenze e le umiliazioni che avevano provato loro e la gente doveva avere rispetto e stima per lui. Un giorno forse avrebbe potuto indossare la toga del cittadino romano, un capo di vestiario che i servi non possono indossare.

E Massimo comprende e fa sue le ambizioni dei genitori e le asseconda il più possibile. A scuola è talmente bravo che persino il padrone ne va fiero e con un atto di magnanimità decide forse con il suo testamento di liberarlo. Quel giorno Quinto Euganeo e Lininia Ianuaria non dovevano stare nella pelle dalla gioia. Il loro figlio con la liberazione aveva ricevuto per legge lo stesso prenome e nome del padrone che lo aveva affrancato. Si chiamava ora Quinto Sulpicio Massimo, tutti nomi indiscutibilmente romani. La gente Sulpicia era una nobilissima stirpe romana, ma soprattutto avevano un figlio libero, che poteva vestire la toga, poteva sposarsi e poteva votare. Come figlio di schiavi non poteva essere eletto a cariche pubbliche, ma sicuramente potevano esserlo i suoi figli, che sarebbero nati da un uomo libero.

Ora però doveva assolutamente affermarsi in qualche settore della vita sociale e dunque doveva applicarsi molto allo studio, anche se Massimo ha appena undici anni, è poco più di un bambino. Come uomo libero può intanto partecipare al terzo concorso di poesia greca, quello che chiamano “agone capitolino”. Se dovesse arrivare tra i primi sarebbe già famoso. I genitori avranno certamente profuso ogni impegno per raggiungere questo obiettivo. Avranno attinto ai loro risparmi (peculium), quel denaro raccolto con le regalie del padrone e dei suoi amici, accumulato spesso dai servi per poterlo offrire ai padroni in cambio della loro libertà. L’agone capitolino era alle porte e per Massimo sarebbe stata una dura competizione. L’iscrizione di Piazza Fiume ci dice che alla gara sulla migliore poesia greca si erano iscritti a partecipare ben 52 poeti.

Ma la composizione dell’undicenne Quinto Sulpicio Massimo fu brillante e incantò i giudici. Un vero bambino prodigio! Il suo nome avrebbe sicuramente oltrepassato l’epoca dell’impero di Domiziano. Lo sforzo però fu troppo grande e l’eccessivo impegno nello studio indebolì molto quel bambino. Le forze lo abbandonarono, Massimo si ammalò e lasciò immaturamente questo mondo. Così sta scritto nell’iscrizione sepolcrale.

Allora i genitori avranno messo mano in lacrime a quanto restava del loro peculio. Non volevano essere da meno degli aristocratici che fanno scolpire monumenti funebri per documentare nei secoli il successo conseguito. L’altare di Massimo doveva avere lo zoccolo di travertino e un cippo di marmo bianco con frontoni ed acroteri. E nell’interno i posteri dovranno vedere la sua immagine, ma soprattutto la sua toga di libero cittadino romano. E la poesia con la quale aveva vinto quella gara dovrà essere ricordata a tutti riportando per intero sull’altare funerario il testo in lingua latina e greca.

Per quasi due secoli quei due genitori erano riusciti nel loro alto intento. Il bianco altare con la statua del loro Massimo vestito di un’abbondante toga romana era restato infatti bene in vista sul luogo della sepoltura dal 94 fino al 276 d. C. Ma di fronte alla minaccia incombente dei barbari giunti a Milano, l’imperatore Aureliano fece costruire in fretta le mura (Mura Aureliane) a difesa dell’Urbe e non esitò ad occultare il sepolcro, inglobandolo dentro una delle due torri della Porta Salaria.

La storia di Quinto Sulpicio Massimo era destinata a riemergere e a riproporsi ai posteri dopo quasi milleseicento anni, quando nel 1871 l’altare viene scoperto all’interno della porta demolita. Così la fama di quel bambino-poeta e dei suoi genitori finiva per oltrepassare il ventesimo secolo.”

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