Arbia e Dante

Nel maggio del 1260 l’esercito guelfo fiorentino entra nel territorio di Siena e, dopo essersi impadronito di molti castelli, va ad accamparsi sotto le mura della città nemica, presso la porta Camollia. Tra Fiorentini e Senesi sono frequenti le scaramucce, ma non si è mai giunti fino ad allora ad una vera e propria battaglia in campo aperto.

Farinata degli Uberti, l’esule fiorentino che in occasione del ritorno al potere dei Guelfi nel 1258 era stato costretto, insieme ad altri fuoriusciti, ad abbandonare la sua città per trovare riparo nella Siena ghibellina, decide di fare una sortita. Somministra abbondanti razioni di vino ai cento cavalieri tedeschi inviatigli da Manfredi Re di Sicilia, li convince a seguirlo fuori delle mura e carica impetuosamente il nemico assediante.

I tedeschi si spingono così tanto in mezzo alle truppe fiorentine che non hanno più modo di ritirarsi e muoiono tutti combattendo, si salva a stento solo Farinata. La bandiera di Manfredi, rimasta nello scontro in mano ai Guelfi, è trascinata nel fango e portata a Firenze per esporla agli oltraggi della plebe. E’ proprio quello che voleva Farinata. Manfredi , informato dell’accaduto, manda a Giordano Lancia, suo vicario in Toscana, altri ottocento cavalieri tedeschi ai Senesi che, ricevuti anche altri aiuti da Pisa e da tutte le città ghibelline toscani, passano dalla difesa all’attacco delle truppe fiorentine.

Assalgono prima gli assedianti costringendoli alla ritirata, poi i castelli di Montepulciano e Montalcino, nella speranza che i guelfi fiorentini inviassero truppe in soccorso di quei territori amici e arrivare così a un risolutivo combattimento. Ma i Fiorentini, essendo i due castelli troppo lontani e stimando pericoloso spingersi a così grande distanza dalla loro base, non si muovono. Allora Farinata, considerando che l’indugio era a tutto vantaggio del nemico manda a Firenze due frati minori con il messaggio che i fuoriusciti erano disposti a pacificarsi con la loro città e che alcuni Senesi, insoddisfatti del governo della loro città, sono pronti a consegnare ai Fiorentini la porta senese di San Vito. E’ necessario però che, con il pretesto di soccorrere Montalcino, l’esercito fiorentino si spingesse fino al fiume Arbia, in vista della città. Un tranello, insomma, per far uscire le milizie da Firenze.

Gli anziani del comune di Firenze abboccano all’amo e, radunato il Consiglio del popolo, nonostante alcuni esperti uomini di guerra sconsigliano l’impresa, decidono la spedizione con gli aiuti di Lucca, Bologna, Pistoia, Prato, San Miniato, San Gimignano, Volterra e Colle Val d’Elsa. Si allestisce un esercito di trentamila fanti e tremila cavalli, che, rinforzato dalle milizie di Arezzo e di Orvieto, va ad accamparsi presso il colle di Montaperti, sulle rive dell’Arbia a cinque miglia da Siena, in attesa che, secondo i patti, sia aperta la porta di San Vito.

Questa porta si apre la mattina del 4 settembre 1260, ma non per essere consegnata ai Fiorentini dai presunti traditori. Dalla porta esce un esercito schierato a battaglia , con in testa la cavalleria tedesca, dei fuoriusciti e dei Senesi, seguita da ottomila fanti di Siena e del contado, da tremila pedoni pisani e duemila fanti di Manfredi. A quella vista, quei alcuni ghibellini che erano stati arruolati a forza nell’esercito fiorentino, abbandonate le bandiere del Comune, vanno a unirsi al nemico. Nello stesso tempo, quattrocento cavalieri tedeschi, che di nascosto avevano fatto il giro del colle, assalgono alle spalle le milizie di Firenze. Presa dal panico, la cavalleria fiorentina si da alla fuga; resiste invece la fanteria, parte attorno al carroccio, parte entro la rocca di Montaperti, parte sul retro della collina; ma alla fine, anche i fanti si danno alla fuga. A fine giornata, duemilacinquecento Fiorentini sono sul campo; diecimila i morti e a molto di più i prigionieri. E la battaglia è descritta in modo sintetico da Dante nel X canto dell’Inferno nel suo incontro con Farinata: «lo strazio e ‘l grande scempio che fece l’Arbia colorata in rosso».

Diviso il bottino, i Senesi avanzano nel territorio fiorentino sottomettendo alcuni castelli. A Firenze, gli esponenti più in vista del partito guelfo lasciano Firenze e fuoriusciti ghibellini, sotto la guida del conte Guido Novello, seguiti dai cavalieri tedeschi del conte Giordano, il 27 settembre 1260, entrano a Firenze e s’impadroniscono del governo. GUIDO NOVELLO fu nominato podestà, il Comune ritornò ghibellino com’era prima del 1258 e tutti i cittadini dovettero giurare fedeltà al RE MANFREDI, che alla fine dello stesso mese fece convocare ad Empoli una dieta delle Città e dei Signori della Toscana di parte ghibellina, allo scopo di discutere il modo di rafforzare il ghibellinismo toscano e consolidare nella regione l’autorità regia.

Nella dieta di Empoli, aperta dal conte GIORDANO, i rappresentanti di Pisa e di Siena, fra cui il condottiero Provenzano Salvani, proposero che Firenze doveva essere distrutta, dato che il suo popolo, in maggioranza partigiano del guelfismo e sostenitore della causa della Chiesa, continuava a rappresentare un perenne pericolo per il partito ghibellino della Toscana. La distruzione di Firenze sarebbe stata decretata se a difendere la sua patria diletta non fosse insorto Farinata degli Uberti, che si oppone energicamente alla proposta dei suoi compagni dichiarandosi pronto a impugnare le armi in difesa della sua città. La risolutezza del fiero ed eroico ghibellino salvò Firenze da sicura rovina; non si parlò più di distruggere la città e si stabilì invece che si assoldassero milizie, in numero tale da potersi opporre a qualunque tentativo dei guelfi di impadronirsi di nuovo della città.

Sebbene gli Uberti fossero stati sempre avversari degli Alighieri, Dante rende pieno merito a Farinata e, nel canto X dell’Inferno, ne immortala la memoria con i versi che ricordano la battaglia e la difesa di Firenze alla dieta di Empoli:
Ond’io a lui: “lo strazio e ‘l grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rozzo,
tali orazion fa far nel nostro tempio”.
Poi ch’ebbe sospirato e ‘l capo scosso,
“A ciò non fu’ io sol” disse, “ne’ certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.
Ma fu’ io solo là, dove sofferto
Fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
Colui che la difese a viso aperto”.

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