Verde antico lungo la Salaria di Federico Mandillo

Con una certa nostalgia vogliamo riproporre un articolo di Federico Mandillo pubblicato sul giornalino di San Saturnino.  “Il verde antico lungo la Salaria ovvero Le ville d’una via lunga tremila anni”.

La vecchia Roma tramonta. Hanno demolito porta Salaria, la vecchia Porta Veneranda, … i conventi vengono cambiati in uffici, s’aprono le finestre claustrali e se ne fanno di nuove nelle pareti”. Così, sconsolato, scriveva agli amici in Germania, quattro anni dopo la breccia di Porta Pia, Ferdinando Gregorovius. Il grande scrittore e storico della città chiuse il suo diario romano e partì definitivamente il 14 luglio 1874, convinto che, col cambiare del clima storico, “la mia missione a Roma è terminata”.

Negli stessi anni tra il 1872 e il ’74 la nobile famiglia dei Potenziani, romana e sabina, perfezionava coi procuratori di Casa Savoia la vendita di una sua vasta villa sulla via Salaria (ndr: Villa Savoia oggi Villa Ada), che arrivava fino al boscoso monte Antenne e all’Aniene, perché divenisse residenza privata dei re d’Italia. Pochi anni dopo, alla morte di Vittorio Emanuele II, nel 1878, la villa prese il nome di Ada, che era la moglie del conte svizzero-tedesco Tellfner (ndr in realtà Giuseppe Telfner era foggiano), amministratore dei beni della famiglia reale, quando questi l’acquistò da re Umberto I che non volle restare nella dimora del padre, troppo campestre, preferendo il Quirinale. Solo 22 anni, però, Villa Ada restò con questo nome: dopo l’assassinio di Monza del 29 luglio 1900, il giovane Vittorio Emanuele III volle abitare nella tenuta romana del nonno con la sposa, la bella e virtuosa Elena di Montenegro. Re Vittorio riacquistò la villa e vi fece crescere i cinque figli. Fece inoltre costruire, acquistando terre limitrofe, cinque ville, una per ciascuno di essi. Re Vittorio l’abitò per 46 anni, la durata del suo regno. Di là partì esule per l’Egitto.

Ma altre ville, più antiche di questa, segnano la storia antica in poco più di un miglio romano, sono ancora in gran parte nelle radici del nostro quartiere, sui due lati della via Salaria, strada più antica della stessa Roma, fino al ponte omonimo, tra un verde continuo. La più antica è la villa suburbana degli Acili, nobile famiglia senatoriale. Che ebbe, al tempo di Nerone, terreni sulla sinistra della Salaria, con un’ampia sala per rinfreschi tra ninfei, ossia fontane, oggi seminterrati nel tufo sul lato della via, se si viene dall’antichissima porta Collina. Questa villa divenne poi l’inizio d’un cimitero cristiano, quando Priscilla, matrona e moglie d’un senatore della Gens Acilia, divenne cristiana e donò tutto ai fratelli di fede che ne fecero uno dei cimiteri più antichi e più grandi di Roma. Altri possidenti vicini sulla Salaria, tra il I e il IV secolo, furono un certo Trasone e la famiglia dei Giordani, anch’essi rimasti noti per i terreni donati per le catacombe. Così come Novella, altra donatrice di terre per motivi di fede.

In tempi più vicini a noi, nel Rinascimento, altre cospicue famiglie romane, dai Lancellotti ai Pallavicini, dai Sacchetti ai Massimo, eressero le loro ville suburbane, chiamate all’inizio “vigne”, nella zona in cui ora abitiamo. I principi Pallavicini ebbero, fino all’Ottocento, gran parte dell’area dell’odierna Villa Savoia, che mi sembra riduttivo – e da ignoranti di storia – chiamarla ancor oggi “Villa Ada”. I Sacchetti, discendenti da nobili fiorentini vissuti al tempo di Dante, ebbero una villa con casino di caccia su un’altura della via antica, tra via Po e via Paisiello. Questa divenne dal 1922 villa Giorgina, che conserva all’interno qualche tratto dei bàsoli antichi della Salaria. Poi vennero, sempre nel Cinquecento, i Massimo e i Lancellotti, che ebbero una vasta tenuta sul lato destro della via, tra la Salaria e l’odierno corso Trieste in fondovalle. Villa Lancellotti era seguita da villa Gangalandi, contigua sullo stesso lato, una parte della quale passò poi, nel seicento, al cardinal Ascanio Filomarino, spesso qui residente. Poco più oltre, per un sentiero dell’antico Monte delle Gioie, ai primi del Settecento fu costruita la vasta Villa Chigi, con boschi e carbonaie, dal cardinale Fabio Chigi. Erano decine di ettari, che scendevano fino oltre viale Libia e sulle coste dell’Aniene: lottizzata da eredi 50 anni fa, ne resta oggi una reliquia, come un torso di mela. Risalendo indietro, verso la vecchia Porta Salaria, rimane conservata, con parte del giardino settecentesco, Villa Albani, costruita dal cardinal Alessandro, nipote d’un Papa, come egregio luogo d’esposizione di statue classiche, affidate allo studio di Hans Joachim Winkelmann, pioniere, due secoli e mezzo fa, della storia dell’arte dei Greci e dei Romani.Nasceva poi, sul lato opposto, la Villa Grotta Pallotta, anche questa residenza d’un cardinale (Giovanni Battista Pallotta) e poi ampliata ai primi del ‘900 dall’architetto Carlo Busiri Vici, che la ebbe per sé, con ingresso su via Pinciana. Seguivano le ville Cavalletti e Villa Giovannelli. Poco più oltre, sul lato sinistro della Salaria, fu costruita dal duca Giulio Grazioli Lante della Rovere, nel 1886, la nuova villa Grazioli, in forme neogotiche al posto di un ‘antica Villa Lecci (tra le odierne via Yser e via Bruxelles, traverse della Salaria).E infine, solo nel 1937, in una porzione dell’antica villa Grazioli, fu costruita la moderna villa Badoglio (oggi sede dell’ ambasciata della Cina popolare), come dono di stato al generale Pietro Badoglio, che volle abitare a pochi passi dal re Vittorio Emanuele III, dopo la conquista dell’Etiopia: sul frontone il generale volle scolpito, nel marmo in lettere cubitali, il telegramma che inviò a Roma, fra anacronistici trofei di guerra romani: OGGI, 6 MAGGIO 1936, SONO ENTRATO IN ADDIS ABEBA.

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