Villa Lancellotti

Villa Lancellotti, detta anche villa Gangalandi Lancellotti, è in via Salaria 338, di fronte al muro di  Villa Ada, tra via Taro e via di villa Ada.

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In via Salaria, appena prima dell’ingresso monumentale di Villa Ada, un vecchio muro con un imponente cancello strozza improvvisamente la strada che in quel punto torna per pochi metri ad assumere l’aspetto di un viottolo campagnolo della Roma settecentesca.

L’edificio che si vede è uno dei casini nobili di villa Lancellotti, ultimo ridotto residuo della grande proprietà che si estendeva da via Salaria, al fosso di Sant’Agnese sottostante. La villa era delimitata a sud da un piccolo sentiero che, separandola da Villa Massimo in corrispondenza dell’attuale via Clitunno, scendeva nella valletta sottostante e, a nord, dalla villa Filomarino. A fine Ottocento, di fronte a villa Lancellotti, dall’altra parte della via Salaria, c’erano villa De Heritz e Villa Savoia, la tenuta di caccia di Vittorio Emanuele II corrispondente all’attuale villa Ada, separate dal vicolo del Canneto.

Sul giardino di villa Lancellotti è stato costruita tutta il quartiere di piazza Verbano.

“Casa di villeggiatura con corte” di proprietà Gangalandi è definita nell pianta del Nolli. Il conte Fortunato Gangalandi (1668-1748) era un facoltoso appaltatore delle miniere di allume dello Stato Pontificio che aveva acquistato la villa nel 1710 da Francesco Paolucci per 4500 scudi. Nel febbraio del 1738 il conte ingrandì questa sua tenuta, acquistando per 3100 scudi tutto il terreno attiguo che si estendeva verso Ponte Salario. In quello stesso anno i dodici ettari della villa passarono in eredità al figlio Domenico; sopraggiunta nel 1746 la morte di questi, la piacevole dimora divenne proprietà del conte Fausto Dandi e, dal 1806, di suo fratello Fortunato, entrambi appartenenti ancora alla casata dei Gangalandi. Nel 1813 quest’ultimo designò come suo erede universale il nipote, il conte Filippo Della Porta Rodiani. Successivamente, sempre in virtù di parentele, la villa passò ai principi Massimo, finché, dal 1865 in poi, divenne proprietà dei Lancellotti.

Nel 1868 fu presa in affitto dal conte Campbell Smith De Heritz che ritroviamo pochi anni dopo nel 1878 come proprietario dell’omonima villa, villa De Heritz, che prima di villa Ada si estendeva sul lato opposto della via Salaria fino a vicolo di San Filippo (l’odierna piazza Ungheria).

Fino alla metà degli anni Venti del Novecento, la zona in cui sorgeva la villa era una lussureggiante valle di modeste dimensioni in cui si susseguivano platani, cipressi, lecci, cespugli e campicelli ricchi di mandorli, peschi e ciliegi. In mezzo a tutto questo verde i Gangalandi avevano fatto costruire, o forse soltanto restaurare, quattro “casini”, una piccola chiesa pubblica annessa ad uno di essi e una stalla per contenere dieci cavalli. Dietro gli edifici prospicienti via Salaria oggi distrutti, nella vigna, un emiciclo e un viale che attraversava la proprietà, scendendo verso il Fosso di Sant’Agnese, allora proprietà Gualdi Gangalandi. Il viale è l’attuale via Chiana e l’emiciclo corrisponde all’attuale piazzale all’inizio di via Chiana stessa. Dal 1925 in poi, a causa dell’allargamento di Via Salaria, è stato raso al suolo tutto ciò che sorgeva sul lato destro di essa, tranne uno dei quattro casini che si trovava in quel breve tratto di fronte a Villa Ada, fortunatamente salvato dall’ampliamento urbanistico di Roma.

Dei tre casini scomparsi, della stalla e del giardino non sono state tramandate documentazioni. Si sa invece che la chiesina era a forma ovale con la facciata su Via Salaria e con una decorosa architettura interamente avvolta e guarnita di stucchi; facevano parte della costruzione anche la sacrestia e altre due stanze. Un’iscrizione sulla porta ricorda (vedi Lapidi di Villa Lancellotti) che la chiesa era stata costruita nel 1737 e consacrata l’anno successivo alla Beata Vergine, a San Giuseppe, a San Francesco d’Assisi, e a San Filippo Neri. Nel 1932 la chiesa è demolita per allargare via Salaria.

L’ingresso, lungo il muro di cinta della villa, consiste in un bel portale barocco, chiuso da un doppio cancello di ferro; dopo di questo si apre un breve spazio inghiaiato e recinto da muretti verdi, nel quale si erge l’unico dei quattro casini rimasto in piedi attraverso i secoli. La facciata principale del casino è di linee molto semplici, allo stesso tempo eleganti e rustiche. Le finestre sono raggruppate a coppie, e gli unici elementi architettonici decorativi sono le arcate in basso e la facciata posteriore, asimmetrica, presenta un porticato che prima della distruzione della villa si affacciava sul giardino a parterre.

Il piano terra inizia con un cancelletto che immette in un corridoio a volta chiuso in fondo da un altro simile antistante un minuscolo giardino, ultimo avanzo di un verde labirinto rallegrato nel mezzo da una fontana a vasca ovale, ornata in stile barocco. Fin dalle origini le stanze del piano terreno vennero adibite per i servizi: la prima stanza a sinistra, infatti, dopo essere stata usata per ani come dispensa, venne più tardi ridotta a magazzino delle statue e dei busti precedentemente disseminati per tutta la villa. Adiacente a questa prima stanza vi è la vasta cucina, con un ampio camino e con un complicato meccanismo per il girarrosto posto in un angolo. Di fronte vi è invece un’anticamera ornata a fiori e ad arabeschi, che comunica con un salone da pranzo decorato a tempera. Due porte, chiuse l’una sul viale di bossi che scendeva al ninfeo e l’altra sul minuscolo giardinetto, permettono che l’ambiente si riempia di luce e di sole.

E’ al primo piano, a cui si arriva mediante una scala di travertino, che il senso d’intimità si fa più intenso. Infatti, al posto di spaziosi saloni, vi sono cinque piccole stanze con accoglienti comodità. Su tutte le pareti sfilano quadri di un autore ignoto, ornati con cornici d’oro e raffiguranti nature morte, battaglie e paesaggi. Per fortuna gli ambienti di questo piano non sono stati affatto deturpati dalle trasformazioni avvenute nel resto della villa, cosicché sono rimaste alle finestre le tende di seta e ai loro rispettivi posti le sedie ricoperte di damasco, i tipici sgabelli, gli armadietti e i mobili d’epoca: semplici ed eleganti consolle con sopra ninnoli, candelieri, e campane di vetro che servivano da porta-parrucche. E’ rimasto nel suo angolo anche l’inginocchiatoio di noce con i cuscini di velluto rosso ed il crocifisso d’avorio, dinanzi ai quali la famiglia recitava il rosario al vespro. Al soffitto a travicelli sono sempre rimasti appesi caratteristici lampioni con tanto olio dell’epoca. Un tavolinetto da gioco testimonia le lunghe partite ingaggiate per ingannare il tempo o per aspettare di sedersi a tavola nella vicina sala da pranzo, che, dominando per molti anni l’aperto orizzonte dei colli laziali, era stata sicuramente più gradita di quella al piano terreno. L’ultima stanza del primo piano, quella in angolo a destra, era da letto. Di questa è rimasta solo la spalliera di legno intagliato e dorato, mentre il resto dell’arredamento è costituito da un lavamani, da un comò, da due vasi da notte ricoperti con custodie finemente ricamate e da due ripiani in cui giacciono ancora allineati i libri rilegati in pergamena. E’ dunque una rasserenante sensazione d’intimità familiare a pervadere questi ambienti, tra i quali primeggia “la sala nobile da ricevere” per i suoi affreschi che con l’elegante meticolosità dell’arte settecentesca raffigurano paesaggi laziali; l’autore è ignoto, ma con grande probabilità si tratta del pittore romano Antonio Locatelli (1660-1741).

Il terzo piano del casino è articolato in sette stanze dipinte a tempera, la cui funzione originaria è sconosciuta; comunque, con il passare degli anni e il conseguente degrado della villa, alcune di esse si dono trasformate in abitazione per il custode e in magazzino di tele, stampe, mobili, cristalli, stoviglie e porcellane che fino ad allora avevano impreziosito la villa.

Per concludere questa descrizione del casino può risultare proficuo, per bene individuare il carattere di ricercata rusticità dello stesso, citare ciò che Pietro Paolo Trompero scrisse in un suo articolo: “Tutto è in uno stile che si potrebbe definire in sordina o minore. Quello che è nobile vi è trascritto in rustico con grande maestria. La materia vile simula con sopraffina ingenuità la materia nobile. Le nicchie e le statue in grisaille imitano il marmo e il travertino; il legno tinto di giallo, l’oro; la stoffa comune, il broccato e il damasco. Sembra un’opera buffa che rifaccia caricaturalmente l’opera seria. O meglio, una commedia di Marivaux in cui i servi e le cameriere si mascherino da padroni e ne imitano a loro volta il linguaggio. C’è qui veramente lo spirito inimitabile del più malizioso Settecentesco”.

Come già accennato, fino agli anni Venti del nostro secolo, la villa Gangalandi, Massimo, Lancellotti era rimasta integra e pienamente immersa nella dolce e serena pace campestre, così come era stato esplicitamente imposto dal testamento redatto il 19 novembre 1813, con cui Fortunato Gangalandi aveva nominato erede universale il nipote conte Filippo Della Porta Rodiani e stabilito un fedecommesso nei riguardi della proprietà. Il testamento recitava infatti così: “Proibisco al suddetto signor conte Filippo, e a tutti gli altri in infinitum, qualunque abbenché minima detrazione, sotto qualsiasi pretesto, o quesito colore, perché voglio, ordino e comando che la mia eredità si conservi sempre intatta e nella sua integrità, perché così a me pare e piace di disporre del mio”.

Dunque, ancora per poco più di un secolo venne rispettata questa precisa volontà di non alienare la proprietà, dopodiché, per ragioni dettate dall’ampliamento urbanistico si attuò l’allargamento della Salaria, causando la distruzione pressoché totale delle villa. Eppure, per evitare un simile danno sarebbe stato sufficiente deviare il tracciato della Via Salaria con una curva o con un’opportuna biforcazione, per conciliare le esigenze della modernità con il rispetto per le preziose testimonianze del passato. Bastava quindi costruire le case del Novecento qualche metro più in là, cosicché esse stesse per prime avrebbero goduto del riposante verde della villa. Invece, nel 1925 l’ingegner Barbieri, incaricato dall’INCIS, predispose in quest’area un piano urbanistico-architettonico in conformità al Piano Regolatore del 1909. Al centro della distrutta villa venne creata piazza Verbano e, lì dov’era stato il principale viale del giardino, venne tracciata Via Chiana sula tracciato (e con gli alberi) di un viale della villa. Sicuramente questo quartiere edificato per dare alloggio agli impiegati dello stato risultò uno dei meglio riusciti di Roma capitale, ma ciò non toglie che a causa sua, ancora una volta, a farne le spese fu un monumento che, fondendo in sé la natura e l’arte, rappresentava l’armonia perfetta del Settecento romano.

Come pallidi resti della villa, seppur preziosi, rimangono soltanto due piccole aree del giardino con tre grandi cipressi, dei vialetti tra le pareti di bossi, una fontana settecentesca, il tratto di mura di cinta con il portale barocco e l’unico casino superstite che il principe Pietro Lancellotti fece restaurare negli anni del secondo dopoguerra.

(da un testo di Adriana Migliucci che ringraziamo)

Nel sottosuolo di villa Lancellotti si estendono le Catacombe dei Giordani.

Lapidi di Villa Lancellotti

Ai lati del cancello di Villa Lancellotti in via Salaria 334, ci sono diverse lapidi. MAPPA TRIESTE 3 della Zona Trieste 3 (piazza Verbano) Continue reading →

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