Giardini di Villa Pallavicini

Nell’ambito della storia di Villa Ada da metà Settecento al 1869, questa pagina parla della sistemazione del verde nella Villa Pallavicini, nell’area sulla via Salaria dell’attuale Villa Ada
Per i lavori di sistemazione del verde di Villa Pallavicini, in un primo tempo è incaricato l’architetto francese Auguste Chevalle de Saint Hubert (1755-1798), attivo a Roma dal 1784 dopo aver vinto il “Prix de Rome”.

L’idea del principe Pallavicini e del suo architetto è quella di realizzare un casino di villeggiatura e un parco ispirato a criteri formali, adorno di quelle “fabbriche” da giardino tipiche del tempo. Sorgono però dei contrasti tra i due e l’Hubert è sostituito da Francesco Bettini (1737?-1815?), autodidatta creatore di giardini. Questo avvicendamento è il motivo per cui il parco realizzato non ha una impostazione omogenea ma una sistemazione eclettica, che alterna viali larghi, dritti, ortogonali tra loro e che terminavano con una nicchia dipinta per dare l’illusione di maggiore lunghezza, con prospettive e belvederi, laghetti con scogliere rustiche e inserti di paesaggi all’inglese.

La ricostruzione degli interventi commissionati dal principe Pallavicini si basa su conoscenze frammentarie e parziali, documentate da alcune piante storiche e sopratutto da notizie contenute nel carteggio di Bettini con il cardinale Giuseppe Doria Pamphilj per il quale il Bettini aveva realizzato un giardino all’inglese nella villa, oggi distrutta, fuori Porta Pinciana dove ora c’è il Galoppatoio. I primi cenni di Francesco Bettini sulla villa Pallavicini, infatti, risalgono al 1788 quando Giuseppe Rospigliosi Pallavicini, insieme al principe Mattei e alle rispettive consorti, visita la Villa del cardinale Doria sistemata da Bettini secondo i canoni dei giardini all’inglese e se ne entusiasma.

Inizialmente Bettini collabora saltuariamente nella creazione dei giardini e di scogliere rustiche ma è subito in disaccordo con l’impostazione regolare e monumentale ricercata dall’Hubert. Bettini infatti, fautore dei giardini di paesaggio che aveva conosciuto e apprezzato in Francia, non ama le rigide simmetrie e le pretese grandiosità dei giardini formali. Ha invece acquisito considerevoli conoscenze botaniche che gli permettono di usare con sapienza essenze vegetali esotiche e rare spesso ignote all’ambiente romano ed essendo abituato a lavorare con pochi mezzi e a far di necessità virtù  a causa delle condizioni economiche non floride del Doria, è avvezzo a escogitare espedienti scenografici per supplire alla carenza di arredi di pregio e  mal sopporta il confronto con situazioni in cui al contrario mancava le idee e tutto è affidato alla ricchezza di arredi e mezzi.

Bettini, per esempio, racconta che le nuove piante, tranne quelle piantate da lui, si sono quasi tutte seccate per la mancanza d’acqua poiché, nonostante i suoi consigli, il principe non si rende conto del problema dell’acqua in una villa che disponeva di due soli pozzi. Le critiche non mancano anche per l’opera del francese che aveva progettato un “cafehaus il quale a da avere la figura di un tempio greco” dal costo di oltre mille scudi, “con attorno un teatro da seicento scudi” (Tempio di Flora), un ponte “così pesante che potrebbe farsi a una strada pubblica” ( il vicino ponte che sovrastava il lago ottocentesco, ora prosciugato) e una serie di terminali dei viali ortogonali tra di loro, alcuni dei quali ancora esistenti.

Tuttavia dopo il licenziamento dell’Hubert e la sua sostituzione con l’architetto Carlo De Marchis, Bettini comunica al cardinale Doria di aver avuto la direzione “non solo del giardino ma anche di certe fabriche” e in particolare di una “prospettiva ed una scogliera”, da lui realizzate con soddisfazione del nuovo architetto. Il disegno, allegato alla lettera, ci permette di identificare la fabbrica realizzata da Bettini: si tratta del belvedere circolare, molto semplice, con due rampe di scale ed una balaustrata, posto al centro di uno snodo di viali, che in origine aveva tutt’intorno un grillage con piante rampicanti.

I lavori terminano nel 1792 e l’anno successivo è costruito un muro divisorio tra la villa e le confinanti Vigna Capocaccia e Villa Barigioni, secondo il disegno di Carlo Puri De Marchis.

Sul Catasto Gregoriano del 1819 si ha la conferma che il Casino Pallavicini è affiancato da giardini formali e si apre su un sistema di viali perpendicolari che si intersecano formando un belvedere rondò e che il coffee-house e il teatro antistante sono racchiusi in uno dei riquadri formati dai viali. Lungo la via Salaria sono riconoscibili le piante dei due casali rustici, denominati Filomarino e la Tribuna. Nella zona più interna della proprietà in cui sono presenti piccoli manufatti di carattere rurale, un parco naturalistico accompagna la naturale morfologia del terreno, con roccaglie e vialetti tortuosi.

Tuttavia nelle piante del 1839 e del 1845-52 è evidente la trasformazione della maglia geometrica dei viali della zona padronale con l’inserimento di aiuole dalle forme più libere, segno evidente dell’evolversi del gusto e dell’affermarsi, ad opera del Bettini, della tipologia dei giardini all’inglese.

In una delle perizie di inizio Ottocento della villa, tra le vecchie proprietà Calzamiglia è menzionato anche “il casino in facciata alla strada” (oggi Casina del Guardiano) e all’interno di questo edifici viene descritto un ambiente definito “stanzino-dispensa”, contenente “venti modelli, due busti di marino, una statuetta senza braccia ed un busto di terracotta tinto di bronzo”. Una piccola raccolta antiquaria, dunque, collocata con intento espositivo su due file di tavole ad uso di mensole.

Ai due lati del casino, addossati al muro di cinta lungo la via Salaria, “due cocchi di lauri” in corrispondenza di due viali che dallo “stazzo conduce al “paretajo” per la caccia situato ai margini della tenuta dal lato opposto alla strada. I “cocchi’ sono dei viali con delle pergole di legno che spesso hanno come prospettiva finale dei muri dipinti a chiaroscuro con effetto di sfondato a dilatare lo spazio.

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