Quartiere Olimpico

Questa pagina riporta un articolo di Agostinelli Iorise autore del libro “Basso, Alto o Medio…cre?” edito da lafeltrinelli.it dedicato al quartiere Parioli e agli adiacenti quartiere Pinciano e quartiere Flaminio, con l’auspicio che l’area tra viale Tiziano, villa Glori e il Tevere (ndr Zona Parioli 5) conservi a lungo la loro vocazione olimpica nata con lo sviluppo delle prime infrastrutture e rafforzatasi con i Giochi olimpici del 1960.

Là dove c’era l’erba oggi c’è… diceva una vecchia canzone inaspettatamente e incomprensibilmente palesatasi nella mia mente mentre spingendo allegramente sui pedali del mio ciclo mi inoltravo nel grande piano territorio costellato da alti edifici abitativi interrotti qua e là da vecchi impianti sportivi come il Palazzetto dello sport, detto anche “Pala Tiziano”, e lo Stadio Flaminio (realizzati negli anni ‘50 su progetto dell’ingegnere Pier Luigi Nervi che si occupò, nella stessa circostanza, anche della realizzazione del viadotto di Corso Francia) e dall’eccellenza di quelli attuali, materializzati dall’Auditorium Parco della Musica e dal polo museale del MAXXI.

Cercavo, iniziando a sudare un poco, di immagazzinare più immagini possibili delle presenze architettoniche della zona capaci di narrarci la sua evoluzione, oltre che per distrarmi dal dovere imprimere forza sui pedali per riuscire ad inerpicarmi sulle salite di quella rupe sulla quale si estende il parco di villa Glori, oggi inserito nell’aristocratico territorio dei Parioli.

Questo grande spazio verde urbano che con i suoi centenari querceti domina la pianura, fu utilizzato come tenuta agricola e riserva di caccia per raffinati frequentatori sino al 1923 quando, dopo avere deciso l’urbanizzazione del territorio, venne istituito a parco e dedicato ai caduti della Grande Guerra e denominato “Parco della Rimembranza” e al proposito del “rimembrare” (mi scuso per l’arbitrario uso di questo termine di così aulica leopardiana memoria) ora che sono finalmente sceso dal ciclo e mi predispongo a scrivere del recente passato di questo quartiere, il persistere della canzonetta nella mia mente mi suggerisce la parafrasi del suo ritornello: “là dove c’era un acquitrino ora c’è… o meglio… ci fu.”

Incredibile oggi a dirsi guardando dall’alto la continuità degli edifici esistenti, ma nel 1911 quando fu deciso il suo sviluppo urbano, (è trascorso soltanto un secolo) su questo originario paludoso territorio sostavano specie di uccelli migratori come anitre ed aironi e vi era la stabile permanenza della stanziale stridula gallinella (nulla da fare, subisco le sopra citate poetiche contaminazioni)… insomma, era un alluvionale territorio di campagna con tanto di girini e rane che si estendeva a dismisura al di sotto della dominante collina dei Parioli quando il neo Governo monarchico-liberale, in occasione dell’Esposizione Universale, decise di cambiarne la destinazione da “parco naturale” a polo culturale.

Iniziò così con il realizzare il centro espositivo di Valle Giulia, della Galleria Nazionale di Arte Moderna e in ossequio al frainteso antico pensiero di Giovenale “mens sana in corpore sano” venne a celebrare anche il grande ippodromo delle corse al galoppo, il Campo Corse Parioli. L’ippodromo divenne in poco tempo un punto di aggregazione per la popolazione, così frequentato da offrire un premio per la gara del trotto della città di Roma di lire 50mila! Una cifra astronomica che ci rende l’informazione della sua attrazione per una popolare frequentazione e per sopperire a tale esigenza di frequentazione, l’ippodromo fu collegato col mezzo pubblico della linea tranviaria numero 1 elettrizzata per l’occasione.

Nonostante poi, l’ippodromo ospitasse frequenti rudi assembramenti delle tendopoli di giovani nazional-avanguardisti, il cosiddetto Campo Dux, il luogo mantiene una esclusiva frequentazione di aristocratici cavalieri che inevitabilmente attraeva le passarelle di sofisticate giovani femminili mise capaci di eccitare gli esigenti sguardi predatori di blasonati giovani come i conti Giuseppe Volpi e Costanzo Ciano, protagonisti del successivo ventennio italiano.

Ma la meccanizzazione irrompe stravolgendo i romantici viali attraversati da pigre carrozze e da eleganti cavalieri a cavalcioni di focosi destrieri, divenuti però improvvisamente fuori moda, ora erano i cavalli meccanici della automobile o de “Lo Auto”, Futurista espressione che soppiantava nell’immaginario delle signorine il “buon partito” da ambire.

Sul territorio si installò allora lo stabilimento della Società Automobili Roma con l’intenzione di accelerare la meccanizzazione. Gli aironi, sino allora tolleranti allo sfrecciare dei quadrupedi equini non riuscirono a sopportare lo strombazzare di clacson e fanfare e così migrano definitivamente mentre le gallinelle, più pigramente, si spostarono nell’attiguo invaso dell’Aniene. Resistono nelle pozzanghere dell’ex territorio alluvionale le anatre e rane ma presto, causa lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, lo stabilimento di automobili è convertito nella Reale Fabbrica d’Armi, i clacson furono sostituiti dai “botti” e così sparisce anche lo starnazzare delle anatre, il nitrire dei cavalli e il gracidare delle rane.

Finita la Grande Guerra Mondiale è decisa la definitiva sistemazione della zona attribuendole una precisa vocazione sportiva, è così costruito lo Stadio Nazionale, grande impianto sportivo polifunzionale e architettonicamente ideato sulla falsa riga dei monumentali antichi circhi romani da quell’architetto del regime dal nome di Marcello Piacentini, divenendo così lo Stadio Nazionale del Partito Fascista. L’impianto ospita i primi derby di Lazio-Roma con le consequenziali prime risse tra tifosi ed i successivi incontri della rappresentativa sportiva della Nazione, caratterizzati dai “cappotti” subiti nelle competizioni del Rugby internazionale e dai trionfi della mondiale Nazionale di calcio.

Ma le guerre si susseguono con la frequenza di una generazione e arriva, precisa come la scadenza di una cambiale, anche la Sconda Guerra Mondiale la quale non risparmia nulla, neppure lo Stadio Nazionale del Partito Fascista. Finita anche questa di guerra le sue macerie non cono colonizzate dal ritorno degli uccelli migratori ma vi si stabiliscono un ingente numero di sfollati, ex sudditi divenuti cittadini italiani baraccati, (Campo Parioli) che soltanto nell’occasione dell’assegnazione delle Olimpiadi a Roma poterono trovare una dignitosa sistemazione ottenendo la costruzione delle prime case popolari dal Comune con la loro conseguente assegnazione, così poterono essere ricoperte le macerie dello stadio caro al Fascismo costruendovi sopra l’attuale apprezzato Stadio Flaminio (oggi colpevolmente abbandonato all’incuria).

Si celebrano le mitiche romane Olimpiadi nell’anno 1960 che tanto hanno contribuito a cambiare il volto della città uscita devastata dalla Guerra Mondiale definendo contestualmente la vocazione sportiva dei quartieri Flaminio e Parioli con la realizzazione del Villaggio Olimpico. L’assegnazione a Roma delle Olimpiadi sprona e velocizza l’ammodernamento della città che diviene meta di una infinità di genti provenienti dall’intero globo terrestre, erano gli anni del boom economico italiano e la città si mostra nella sua immagine più accattivante e scintillante, con strade pulite, servizi efficienti e, addirittura illuminazione funzionale!

I sampietrini romani brillano sotto i nudi e poderosi piedi dell’eroe Abebe Bikila impegnati a spingere la gracile atletica figura nella sua poderosa corsa trionfale attraverso le strade romane, e ad ogni suo passo riduce le distanze tra la ancora imperante vergognosa differenza razziale che contraddistingueva buona parte del mondo Occidentale; l’ammodernato stadio Olimpico (chiamato dei Centomila) ospita il folto pubblico inneggiante al trionfo del “miracolo bianco” incarnato nell’esile figura del nostrano velocista Livio Berruti. eroe nella gara dei 200 piani; nel nuovo Palazzetto dello Sport si esibiscono i “Globe Trotters” cestisti americani e negli spazi dedicati alla ginnastica volteggiano nell’aria atleti leggeri come farfalle, e una di “farfalla” nonostante fosse di alta statura e pesasse novanta chilogrammi, si librava sul tappeto del ring danzando e roteando le braccia così velocemente che, anche gli avversari restano estasiati ad ammirarlo (e si addormentano facilmente a quella ipnotica dimostrazione). Si trattava della “nera farfalla” americana di Louisville che portava tatuato sulle ali quel nome di Cassius Clay rappresentativo della volgarità razzista, nonché schiavista, che si contrabbanda come trascorsa. Roma lo incoronò con il serto degli eroi greco-romani a Campione Olimpionico ed egli risplende di luce propria in quei giorni di Epifania degli Olimpici Eroi, abbacinando gli attoniti occhi del mondo puntati su quel Villaggio Olimpico materializzato nei quartieri Flaminio e Parioli. Che tempi furono quegli anni ’50 glorificati dalle Olimpiadi del ’60!

Costretto a concludere queste sbrigative rimembranze, accenno che quell’Olimpico Ponentino si affievolisce nell’arco di una stagione. Gli Eroi Olimpici diventano presto sbiadite diapositive da conservare nelle teche televisive, arrivano gli anni a seguire e qualcuno di quegli Olimpici romani Eroi si fece carico di indicare la giusta strada all’Umanità ma… non è mia intenzione di cadere nella melliflua nostalgia. La memoria sì, la “rimembranza” è il fondamento della coscienza ma nostalgia no!… essa è una rovinosa droga che rende assuefatti e uccide la fantasia, unica componente umana capace di combattere la stagnazione, l’immobilismo e la disperazione. Auguro dunque a tutti noi di assistere al levarsi di un nuovo persistente Olimpico Ponentino capace di sostenere una nuova Eroica Epifania la quale si snoderà da un nuovo splendente Villaggio Olimpico magari eretto di nuovo su questa parte di Roma.

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