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DA RIVEDERE PER ESTRARRE I BRANI UTILI E BUTTARE IL RESTO

Dalla larghezza (o meglio dalla strettezza) della strada che prosegue in leggera discesa verso nord, capiamo che siamo su una strada antica. Qui, sotto i nostri piedi, infatti correva l’antica via Salaria, una strada più antica della fondazione di Roma, l’unica strada consolare che non ha preso il proprio nome né dal console che l’ha realizzata né della località che permette di raggiungere. E sapete perché? Perché quando questa strada nasce non c’erano consoli, e i piccoli villaggi della penisola non avevano nemmeno un nome. Su questo percorso le greggi si spostavano con le stagioni, dai monti della Sabina al mare e viceversa, semplicemente seguendo la sponda sinistra del Tevere.  Continue reading

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“Statue abusive” di Bruno Caracciolo

(articolo e foto di Bruno Caracciolo)
È l’alba di sabato 12 aprile 1997, un camion si ferma a piazzale di Ponte Milvio e scarica una grande statua di bronzo sotto un platano non lontano dalla torretta del Valadier; è un Cristo Redentore alto tre metri e mezzo e pesante una tonnellata. La statua era stata realizzata tre anni prima a Bergamo dallo scultore Pierantonio Cavagna ed era destinata a essere posta sulla cima di una montagna vicina alla città. Ma i permessi che erano stati concessi in un primo momento erano stati revocati e la statua era rimasta in deposito nella stessa fonderia dove era nata. Con l’avvicinarsi del Giubileo del 2000, il gruppo di cattolici bergamaschi che aveva finanziato l’opera pensò di regalarla a Roma, destinandola al centro della piazza di Ponte Milvio, non molto distante dalla basilica di San Pietro. Ma i ferventi cattolici lombardi non avevano fatto i conti con le difficoltà burocratiche. Infatti, la XX Circoscrizione (ora XV Municipio) di Roma, all’epoca governata da una maggioranza di destra da sempre attenta ai desideri delle gerarchie ecclesiastiche, aveva dato parere favorevole; ma qualche giorno dopo la Commissione Storia e Arte della Sovrintendenza ai Beni Culturali del Campidoglio (all’epoca il sindaco era Francesco Rutelli) aveva negato la necessaria autorizzazione, perché proprio lì vicino era prevista la ricollocazione all’imbocco del ponte di due statue secentesche realizzate dallo scultore Francesco Mochi: San Giovanni che battezza Gesù. O, meglio, delle loro copie, essendo stati gli originali posti al riparo all’interno di palazzo Braschi fin dal 1955 (*). A quel punto i bergamaschi tentarono il blitz, portando la statua a Roma e scaricandola a Ponte Milvio, certi di poter contare sul dato di fatto e su forti appoggi per portare avanti il loro progetto in barba a leggi e regolamenti. Ed ebbero ragione perché subito si levano voci a favore del Cristo abusivo. Ad esempio, nella cronaca romana del Corriere della Sera del 19 aprile si legge: «Comune e cittadini della XX circoscrizione parlano lingue diverse. Il primo si esprime nell’incomprensibile idioma della burocrazia, i secondi in quello, comprensibilissimo dei fiori». Ovvero: valgono più due mazzi di fiori lasciati ai piedi della statua dei pareri dei tecnici della Sovrintendenza. Del resto, si sa, per avere consenso è sufficiente parlare di “burocrazia”, sinonimo per definizione di cieca ottusità. La statua del Redentore rischiava di finire di nuovo in un deposito, ma alla fine una soluzione fu trovata: il Cristo fu collocato a pochi metri di distanza, al di là del platano e di altri alberi che ne schermano la vista dal piazzale. La statua abusiva di Gesù Cristo ha un precedente illustre: il 6 aprile 1953 faceva la sua comparsa la Madonnina di Monte Mario. Madonnina per modo di dire perché è una statua alta nove metri che poggia su un piedistallo alto il doppio e si trova in uno dei punti più visibili della città: la torre della ex Colonia Elioterapica dell’Opera Balilla, progettata negli anni ’30 del Novecento dagli architetti Enrico Del Debbio e Costantino Costantini, e che dal dopoguerra ospita l’Opera Don Orione. La statua è opera dello scultore Arrigo Minerbi (1881-1960) e la sua visibilità è aumentata dalla doratura e dalle luci che la fanno brillare nella notte. C’è, però, un problema: la statua è stata innalzata illegalmente in un’area destinata a verde pubblico. Invano aveva tentato di opporsi l’assessore all’urbanistica, il liberale Leone Cattani. Sono gli anni del “terzo sacco di Roma”, dell’espansione a “macchia d’olio” della città senza nessuna pianificazione urbanistica, con la cementificazione selvaggia basata esclusivamente sugli interessi dei “palazzinari” come Gerini, Lancellotti e, soprattutto della Società Generale Immobiliare di proprietà del Vaticano, della FIAT e del re del cemento Pesenti. Cattani a parte, i “vandali nella città”, come li definirà Antonio Cederna, trovano ampia sponda nella giunta comunale del sindaco democristiano Salvatore Rebecchini. Nonostante il parere contrario di Cattani la giunta comunale legalizza la “modesta violazione” commessa dal sacerdote Roberto Misi, procuratore generale per i Figli di Don Orione, e la statua rimane al suo posto. Non paghi di aver imposto la vista della Madonnina a mezza Roma giorno e notte, negli anni successivi i cattolici del Don Orione e dell’Istituto Internazionale di Arte Liturgica propongono la devastazione della collina sottostante per la realizzazione di un complesso denominato “Trono della Madonna di Monte Mario” comprendente una strada, un belvedere, una via crucis e un edificio destinato al culto capace di ospitare dalle mille alle millecinquecento persone progettato da Pier Luigi Nervi. Ma, fortunatamente, i soldi necessari non si trovano e il progetto rimane sulla carta. Nell’ottobre 2009 una tromba d’aria la ha fatto crollare la statua della Madonna mandandola in frantumi. Nel giugno dell’anno successivo, la statua torna al suo posto grazie al restauro finanziato dall’Associazione dei Costruttori Edili di Roma con una cerimonia alla presenza di papa Benedetto XVI.

(*) Le vicende del gruppo scultoreo del Battesimo di Cristo di Francesco Mochi meritano di essere ricordate. Le statue erano state commissionate allo scultore da Orazio Falconieri per la cappella di famiglia nella basilica di San Giovanni dei Fiorentini. L’anziano Mochi impiegò otto anni per la loro realizzazione e solo nel 1655, un anno dopo la sua morte, i due colossi alti più di tre metri raggiunsero la basilica. Dopo la morte di Orazio Falconieri nel 1664, suo figlio Paolo Francesco commissionò per la cappella di famiglia un nuovo gruppo, sempre raffigurante il battesimo di Cristo, al più moderno scultore Ettore Antonio Raggi e le statue di Mochi vennero spostate nel vicino palazzo Falconieri. Nel 1825 furono acquistate dal Comune di Roma e destinate a essere poste ai lati dell’arco ricavato da Giuseppe Valadier nella torretta di Ponte Milvio, senza badare al fatto che le due statue, nate per formare un unico gruppo, apparivano sconclusionate e prive di senso separate una dall’altra (effettivamente, nel 1805 Valadier aveva fatto mettere a Ponte Milvio le statue, sempre di Mochi, dei santi Pietro e Paolo che erano ai lati di Porta del Popolo, ma venti anni dopo le aveva fatte riportate nella collocazione originaria). Nel 1955 per evitarne il degrado dovuto all’esposizione alle intemperie e agli inquinanti le due statue vennero trasportate all’interno di palazzo Braschi, con l’idea di sostituirle con delle copie. Ma i piedistalli rimasero vuoti a lungo, fino al 2001 quando arrivarono le nuove statue. Nel 2016 le statue originali di Mochi vennero spostate da palazzo Braschi alla basilica di San Giovanni dei Fiorentini che, a questo punto ha due gruppi scultorei raffiguranti il Battesimo di Cristo, nel presbiterio quello di Raggi e nel battistero quello di Mochi.
Figura – 1
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Figura – 10

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Palazzo Margherita

Il Palazzo Margherita è un edificio situato nel rione Ludovisi, su via Veneto che prende il nome della Regina Margherita che ne fece sua residenza ufficiale dopo l’assassinio del re consorte Umberto I di Savoia avvenuto nel 1900.

Il palazzo è costruito tra il 1886 e il 1890 su progetto di Gaetano Koch per Rodolfo, Principe di Piombino, uno dei tanti titoli nobiliari dei principi Boncompagni Ludovisi.  Nel fervore di costruire nuovi edifici infatti, il Principe aveva talmente sommerso di richieste di costruzione le autorità della nuova capitale che si era visto espropriare il Palazzo Piombino in via del Corso (il grande edificio dove è la Galleria Alberto Sordi, già nota come Galleria Colonna) e quindi volle sostituirlo con questo nuovo edificio chiamato Villa Piombino.

Il palazzo Margherita è circondato da un parco e incorpora, sul retro e invisibile dall’esterno, Palazzo Grande, dal 1622 primo nucleo di villa Ludovisi.  Gli alberi del giardino di Villa Margherita rappresentano l’ultimo residuo del parco originale della grande villa (insieme al giardino del Casino dell’Aurora Ludovisi).

Ma l’exploit immobiliare del Principe di Piombino gli aveva procurato più problemi che guadagni e l’immobile fu presto venduto ai Savoia, che l’acquistarono nel 1900 per farne la residenza della regina Margherita, divenuta regina madre dopo l’assassinio di Umberto I e il passaggio del trono al figlio Vittorio Emanuele III.  Qui, nel 1926, la regina tanto amata dai suoi sudditi, morì.

Dal 1931 il palazzo divenne sede dell’Ambasciata statunitense in Italia e, nel 1946, fu acquistato dal Governo degli Stati Uniti d’America.

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Via Vittorio Veneto

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Lottizzazione di Villa Ludovisi

Nel 1870, quando Roma diventa capitale d’Italia Villa Ludovisi,  è una grande proprietà dei principi Boncompagni Ludovisi.  Come in molti palazzi della nobiltà romana, anche qui entra la “febbre edilizia” che stava prendendo molti nobili romani e incomincia a sviluppare controverse familiari centrate sulla lottizzazione e vendita della grande proprietà.  Continue reading

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Villa Ludovisi: il mito

Documentarsi e ricostruire monumenti, ville e strade non più esistenti a Roma è coinvolgente ma al tempo stesso sconvolgente.   Enorme infatti è la perdita del patrimonio culturale e paesaggistico della città, che non è rimasta certo indenne ai millenari passaggi storici e quindi ai cambiamenti che questi portarono con sé.  Con questa pagina torniamo sulle tracce di una villa urbana che non esiste più: Villa Ludovisi Continue reading

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