Ettore Pompucci

Ettore Pompucci “da Cortona” (Avio 1921- Roma 1991)
è un pittore marguttiano, immaginista, figurativo, naïf, puntinista, neo-barocco attivo nella seconda metà del Novecento, autore di un migliaio di dipinti ad olio su tela e di una collezione di disegni e schizzi.

La storia familiare ed i paesaggi domestici avranno sempre una grande influenza sull’arte di questo originale pittore. Ettore era nato in Trentino, ad Avio, il 29 maggio del 1921, città nella quale suo padre, Spartaco, era stato nominato capostazione alla fine della prima guerra mondiale. Il padre di Ettore era nato a Firenze, ma aveva vissuto fin dall’infanzia nella città di Cortona, ove aveva sposato una bella cortonese, Amelia. Questa discendenza toscana in qualche modo, influenzerà le scelte artistiche e biografiche dell’artista il quale non solo aggiungerà l’epiteto “da Cortona” al suo cognome, ma studierà a fondo le tecniche dei pittori cortonesi.

Gli anni dell’infanzia trascorrono con la famiglia nelle stazioni ferroviarie di Avio e di Borghetto sull’Adige ed infatti molti sono i ricordi della vita nelle stazioni. Del resto il contesto era ameno, riempito dai panorami alpini delle passeggiate sul Monte Baldo e la passione per il giardinaggio del padre Spartaco, spesso premiato per la bellezza dei suoi giardini, specie quelli della sua stazione; per dipiù non mancavano romantici viaggi in treno attraverso la campagna veronese piena di colori e profumi che influenzeranno le sue opere pittoriche.

I treni costituiscono parte fondamentale della vita del giovane Ettore: è infatti in treno che con le sorelle raggiunge quotidianamente Verona durante gli anni delle superiori. Studia ragioneria come il fratello Onofrio, che proseguirà gli studi di Economia a Ca’ Foscari, mentre Ettore ama soprattutto l’arte e la lettura ed è dotato di un acuto e gentile senso dell’umorismo.

Giovane soldato di leva, nella Guardia di Finanza, fa parte del contingente italiano inviato a Lubjana, ma dopo l’8 settembre, figlio di un capostazione che non poteva che essere socialista, non aderisce alla RSI e sfugge a una retata grazie al rifugio fornitogli da un amico contadino che lo nasconde sulle rive del Piave, nella zona di Oderzo.

Terminato il conflitto, Ettore raggiunge a Roma il fratello Onofrio, che, giovane economista di punta, era stato nominato nel 1944 Commissario dell’IRI. A Roma, ospite del fratello, Ettore si appassiona al mondo del teatro e del cinema e vorrebbe diventare regista; si iscrive perciò alla scuola di teatro, di Alessandro Fersen, al Collegio Romano ed è lì che conosce Ida Finci, una giovane aspirante attrice, profuga ebrea fuggita  da Sarajevo. Ettore se ne innamora perdutamente, le scrive lettere appassionate tutti i giorni, ed alla fine si sposano nel settembre 1947; la giovane coppia va ad abitare prima nella zona del Gianicolo, poi a Piazza Esedra in un appartamento con uno splendido terrazzo, che svetta su Roma con vista sulla Fontana delle Najadi, Santa Maria degli Angeli e le Terme di Diocleziano. Lì nascerà la prima figlia, Silvia, per la quale Ettore si mette a disegnare, in primo luogo treni, scoprendo così il suo talento, che pur da autodidatta trae ispirazione dai pittori che ammira: Cézanne, Matisse, e i grandi maestri di Cortona – Pietro, Luca Signorelli, Gino Severini.

Pompucci ritrae oggetti (soprammobili, fruttiere, vasi di fiori che riempie di freschi coloratissimi anemoni) o soggetti collocati davanti a sé, spesso nel salotto di casa, curandone la disposizione e l’armonia cromatica che trasforma nella sua ispirazione “immaginista”.

La sua pittura è caratterizzata da colori vivaci e da uno stile personale dai tratti incisivi. Pompucci amava confrontarsi e ispirarsi ai grandi del passato frequentando musei e mostre, ma seguiva una forte vena personale. Si collegò a correnti del Novecento (post-impressionisti, Fauves,…) ma trovò la sua ⁹vena soprattutto alla grande scuola dei maestri di Cortona, la città dei suoi avi (da Luca Signorelli a Gino Severini): nello studio del colore e dello spazio pittorico, nel disegno dal tratto immaginista (si definiva “Caposcuola dell’immaginismo”), ma specialmente nella interpretazione visuale neo-barocca che si richiamava alla composita spazialità di Pietro da Cortona.

Intanto, dopo un breve incarico ai Consorzi Agrari, Ettore ottiene un impiego duraturo nella Società telefonica TETI/Sip (ora Telecom), che gli da la sicurezza economica e la possibilità di potersi sempre più  concentrare sull’Arte senza essere assillato da problemi economici.

Negli anni ’50 e ’60 partecipa con regolarità alle della Fiera d’Arte di via Margutta, l’importante
mostra d’arte romana che si svolgeva due volte l’anno, in primavera ed in autunno – tra il 1953 e il  1969 – nella via degli artisti, sotto il patrocinio dell’Assessorato alle Belle Arti e Problemi della Cultura

Ettore Pompucci aveva anche fondato nel 1953 il “Premio Margutta” (dopo la sua morte, il premio
è stato ricostituito nel 2001) che assegnava opere di una cerchia di artisti “marguttiani” a personalità
della cultura, dello spettacolo e dello sport.

Forte era la sua consuetudine con personaggi di spicco del mondo dell’arte di allora, che lo stimavano e alcuni di loro condivisero con lui il progetto di premiare con un’opera d’arte chi si era distinto in modo particolare – a insindacabile giudizio dellagiuria del premio – nello scenario della cultura.

Presto per il tramite del Premio Margutta, Ettore si lega agli artisti della Roma post-bellica frequenta ambienti artistici, visita mostre, assiste a concerti, spettacoli dell’opera e di teatro, sempre con l’inseparabile Ida. Scrive e partecipa con racconti e opere pittoriche a concorsi e premi. Spesso vince e ottiene riconoscimenti importanti da giurie prestigiose.

Sceglie di presentarsi come “Ettore Pompucci da Cortona” e comincia a esporre le sue opere nelle gallerie della capitale. In particolare sarà costante la sua presenza presso la Galleria “La Vetrata” di Via Tagliamento. Si definisce “Caposcuola dell’immaginismo” e combina immagini e temi astratti.

Nel 1964 diventerà Accademico Associato, dell’Accademia Tiberina, in virtù dei suoi meriti.

Nel 1959 la famiglia si trasferisce a Largo Forano, un ampio spazio luminoso lungo Viale Somalia, Ettore vi vivrà per 20 anni, fino al trasferimento nel 1980 nella casa di via Benaco, al quartiere Trieste, che si affaccia sulle chiome dei pini di Villa Savoia.

Nel 1980 compie anche un primo viaggio negli Stati Uniti, visita l’Art Institute di Chicago ed espone alcuni dipinti nella Galleria Botti ad Evanston (Chicago, Illinois). Sempre nel 1980 presenta alcune sue opere in una collettiva presso la Galleria Lombardi di Via del Babuino insieme a opere di Mirò, Masson, Ernst, Sutherland, Guttuso, Dalì, Pirandello, Matisse, Stradone, Purificato, De Chirico, accedendo poi, nel 1981, al  Catalogo Bolaffi dell’Arte Italiana.

L’evoluzione dell’arte di Pompucci parte dagli anni ‘50 dove il colore compatto copre la tela, fa da sfondo alle immagini, che sono a tinte vive, nitide e un po’ naïf. e, poi, pian piano, dagli anni ‘60 in poi, prendono il sopravvento i contorni, tracciati con pennellate spesse e decise, che delineano con colorazioni diverse le immagini, via via sempre più “astratte”, e pur tuttavia identificabili.

La produzione si intensifica alla metà degli anni ‘70, con sperimentazioni audaci e numerose variazioni sui temi prediletti.

Negli anni ‘80 la rapidità di ideazione lo porta a sviluppare anche tecniche più veloci: di questa fase sono rimasti molti disegni a pennarello su carta o cartoncino e ritratti estemporanei e incisivi tracciati a penna, con mano sicura. Sempre più spesso nei suoi dipinti, e ancor più nei suoi disegni compaiono scritte e simboli.

Numerosi sono gli autoritratti, vari i ritratti o le raffigurazioni dei familiari. Un tema ricorrente è la figura o il volto femminile: dalla ammirata geisha giapponese a presenze femminili costanti accanto a vasi di fiori, in salotto, presenze statiche come gli oggetti vicini, quasi confuse con questi – o, connotate con simboli religiosi, imperturbabili oggetti di ammirazione maschile.

Ettore Pompucci muore nel 1991 nella casa di via Benaco nel quartiere Trieste ed è per questo che egli compare sul web, sia in questa pagina a lui dedicata, che nella pagina dell’Associazione AMUSE – Amici del Municipio Secondo di Roma sotto la voce degli Artisti nel Municipio II, assieme a molti altri artisti suoi contemporanei ed amici.

Pompucci puntò soprattutto sulla pittura “dal vero” esprimendo la sua grande sensibilità di fronte a luoghi consueti. Molti dei suoi quadri raffigurano interni; alcuni dipinti – ma soprattutto i disegni – paesaggi ripresi “en plein air”; gli schizzi, invece, colgono l’essenziale delle persone raffigurate nei bozzetti.

In altri dipinti il soggetto è un luogo trasfigurato dalla colorata immaginazione artistica: Trinità dei Monti, le Chiese di Piazza del Popolo, la Basilica di Assisi, pittoreschi squarci di paesaggio, in altre occasioni l’ispirazione gli verrà dalla frequentazione di luoghi pubblici: piazze gremite (schizzi di “gente di Piazza del Popolo”), caffè, sale da concerto, paesaggi: tutto rappresentato sempre con grande levità ed allegria.

Ed infatti nelle sue opere traspare il suo incomparabile “sense of humor”: a Salisburgo, nel 1977, ritrarrà in inchiostro nero o blu i clienti del famoso Café Tomaselli e, poi, durante un concerto mozartiano alla Residenz, schizza le fattezze di un violinista, di una pianista ed i volti di membri del pubblico, talvolta con innesti,m fantasiosi di vasi di fiori o del nome “Mozart” ripetuto a oltranza. Tutta questa esuberanza veramente “mozartiana” farà sì che dietro ad uno di questi schizzi scriva: “alcuni passanti con un giro di parole, mi hanno fatto capire che un certo MOZART é nato a Salisburgo. Da molti segni credo che sia vero. Pompucci, agosto 1977”.

Attualmente la collezione delle opere del maestro è gestita dalla figlia, prof. Silvia Pompucci. Nel 2019 le opere di Pompucci sono state esposte alla Biennale di Milano, mentre alcuni dipinti campeggiano, a rotazione, presso la Galleria 82 di Pavullo nel Frignano (Modena).

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