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“VIA BARNABA ORIANI: IL GIARDINO DEI PARIOLI” è una passeggiata Roma2pass sul percorso dell’antica via Salaria, tra catacombe ormai dimenticate, antiche ville e costruzioni, ma non solo. Osservando villini e palazzine ai lati della via e sulle strade adiacenti, ci sembrerà di sfogliare un libro di architettura di metà Novecento. 

Purtroppo, non vedere la parte forse più impegnativa del lavoro degli architetti che hanno progettato questi edifici, cioè gli interni. In molte di queste abitazioni infatti, gli appartamenti sono ampi, realizzati utilizzando materiali pregiati e arredati in modo raffinato.

L’atmosfera che respiriamo in via Barnaba Oriani e dintorni è quella di una zona esclusiva, abitata da persone che considerano la privacy uno dei fattori fondamentali della qualità della vita. Su questi marciapiedi, potevate incontrare Vittorio Cecchi Gori che in pelliccia portava a spasso il cane o Claudio Lotito che andava allo stadio a vedere la “sua” Lazio. Ma anche, per qualche settimana del 1953, Gregory William Wyler.

Vi guideremo io (Pietro Rossi Marcelli) e Andrea Ventura e quasi tutto quello che diremo è pubblicato in internet, sulla banca dati www.roma2pass.it. Andiamo ad iniziare!
Via Barnaba Oriani è il proseguimento di via Antonio Bertoloni che scende verso l’Acqua Acetosa, lungo uno dei percorsi della Salaria Vetus.

Sotto i nostri piedi esiste una catacomba chiamata Ad clivum cucumeris, in italiano “sul Colle del Cocomero”, o Ad septem columbas, oggi non più localizzata ma ma che sappiamo si trovavano al secondo miglio della via Salaria Antica prima che la strada iniziasse la discesa verso il Tevere. Secondo documenti topografici del sesto e settimo secolo, all’ingresso delle catacombe sorgeva una chiesa, chiamata Ad caput sanctus Ioannis. Giovanni era un presbitero del IV secolo, quando regnava Giuliano l’Apostata (l’imperatore che tento di restaurare il paganesimo), che, dopo aver sepolto Santa Bibiana e altri cristiani, fu martirizzato proprio qui. all’inizio del Clivo del Cocomero. La chiesa però aveva una particolarità: le reliquie di Giovanni erano conservate in due punti della chiesa: la testa era sotto un altare e il corpo in un altro. Ogni reliquia aveva i suoi fans e i due gruppi di devoti si trovavano spesso in dissidio tra di loro.

Nel Medio Evo l’area fuori le mura è completamente spopolata; è troppo alto il pericolo di fare brutti incontri. Solo intorno al 1500, la situazione diventa più tranquilla e questo tratto di Salaria ricomincia ad essere frequentato prendendo il nome di vicolo dell’Imperiolo. Monticello è in nome con cui era chiamata questa piccola altura dei Parioli, tra il Monte San Valentino e il Monte San Filippo. Per secoli, dal punto in cui oggi inizia via Barnaba Oriani, si entrava in una grande proprietà ecclesiastica, detta vigna Monticello, che si estendeva dall’antico vicolo dell’Imperiolo (l’attuale via Denza) al fondo valle dove oggi corre viale dei Parioli, e dopo un breve viale si apriva il casale della tenuta (sul luogo dove oggi sorge Villa Elvezia).

Nel Settecento, l’antica denominazione non era ancora del tutto dimenticata poiché, in una pergamena dell’archivio di San Pietro in Vincoli, il luogo in cui ci troviamo è chiamato Torre Cucumera. A fine Ottocento, l‘archeologo Giuseppe Tomassetti identifica il “cocomero” in un pinnacolo monumentale di laterizio, ai suoi tempi ancora in piedi, ritenuto un antico simulacro dedicato al Sole. Molto più probabilmente si trattava solo i ruderi dell’antica chiesa di cui abbiamo già palato.

Via Barnaba Oriani è creata nel 1920, sulla base delle indicazioni del Piano Regolatore del 1909. In quel piano regolatore però, c’era scritto qualche cosa di diverso dalla situazione che vediamo oggi. In particolare, sui colli tra cui si insinua il nuovo viale dei Parioli (allora realizzato da quasi trentanni) sono previste due grandi piazze-belvedere. La prima, sulla destra, è stata realizzata ed è quella che chiamiamo piazzale delle Muse. La seconda piazza-belvedere, invece, sarebbe dovuta sorgere su questa piccola altura a sinistra del viale ma ragioni economiche legate all’edificazione hanno prevalso. Nessun belvedere è stato fatto da questa parte e in compenso sono state tracciate via Oriani e, successivamente, la piccola via Frisi.

Siamo del quartiere degli scienziati: Barnaba Oriani (1752-1832), milanese, è stato un matematico e astronomo italiano. Ebbe un ruolo importante nell’osservatorio astronomico di Brera, con studi sulle orbite di Giove, di Saturno e anche di Urano, l’ultimo oggetto spaziale allora scoperto, che lui capì che era un pianeta del sistema solare. Per darvi un’idea di questi uomini dimenticati che ormai conosciamo solo come strade, aggiungo che Napoleone in persona, entrato con le sue truppe nel 1796 a Milano, volle conoscerlo di persona.

L’atmosfera che respiriamo è quella di una zona esclusiva, abitata da persone che considerano la privacy uno dei fattori fondamentali della qualità della vita. Su questi marciapiedi, si poteva incontrare Vittorio Cecchi Gori che d’inverno in pelliccia portava a spasso il cane oppure l’onorevole Claudio Lotito che va allo stadio a vedere la “sua” Lazio.

Guardando gli edifici sui due lati sembra di sfogliare un libro di architettura del Novecento. La via presenta palazzine e villini, spesso costruiti da architetti famosi, in cui il barocchetto romano, stile caratteristico degli edifici su via Antonio Bertoloni, lascia il posto al razionalismo.

A proposito degli architetti che hanno progettato gli edifici lungo questo itinerario, bisogna fare una premessa: camminando lungo la strade non vedremo la parte più importante e impegnativa del loro lavoro, cioè lo studio e la realizzazione degli interni. In molti di questi edifici infatti, gli appartamenti sono ampi, eleganti, ben studiati e arredati in modo raffinato, spesso con l’impiego di materiali, mobili e oggetti pregiati.

Gli alberelli che vediamo sui marciapiedi sono dei ligustri, arbusti caratteristici della macchia mediterranea. Sono presenti anche oleandri e lagerstroemia, piante originarie del sud-est asiatico caratterizzate da un’abbondante fioritura e un tronco incredibilmente liscio.

Via Barnaba Oriani 1

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Al n. 3, sull’angolo con via Francesco Denza, una madonnina in smalto protegge l’ingresso del Villino Pasinati. Il villino è progettato dall’ing. Arturo Hoerner (1893-1979) che lavorò molto nell’Africa Orientale italiana. In particolare, è suo il progetto di una piccola struttura alberghiera di 14 camere che l’Italia costruì, sempre uguale, in molti centri abitati dell’Africa Italiana. A Gimma, in particolare, Hoerner progetta il Grand Hotel. In Italia, Hoerner ha lavorato molto con il barone Alberto Fassini, in quei tempi proprietario della vicina tenuta qui accanto (oggi Villa Elvezia). Tra le sue opere, citiamo la progettazione dello stabilimento “Supertessile” di Rieti, poi diventata la società “SNIA Viscosa”, di proprietà appunto del barone.

Al n. 5, il villino Santovetti, unifamiliare, con particolari linee di gronda e delle enormi grate aggiunte. La famiglia Santovetti (adesso il villino non è più loro) sono originari dei Castelli Romani e sono stati i fornitori di legname per migliaia di cantieri edilizi a Roma. Questo probabilmente spiega il generoso impiego di lego nella realizzazione del sottotetto del villino.

Al n. 11, l’Hotel degli Aranci, costruito negli anni Novanta ristrutturando villa Chiovenda e facendo diventare delle lussuose suite anche le rimesse per le carrozze e stalle affacciate sulla strada. La famiglia Chiovenda è originaria della val d ‘Ossola. A fine Settecento si trasferiscono a Roma e acquistano vicino a via dei Coronari, quello che ancor oggi chiamiamo Palazzo Montevecchio Chiovenda, costruito (forse) da Baldassarre Peruzzi su un precedente progetto (forse) di Raffaello. I Chiovenda erano commercianti di vino, possedevano diverse osterie e grotte, vicino a Roma, dove veniva tenuto il vino. Una delle loro osterie era proprio a piano terra del palazzo, dove oggi c’è l’Arciliuto. Con tempo, il livello della famiglia si eleva. Il primo proprietario di questa villa, Giuseppe Chiovenda (1872-1937) è stato un celebre giurista italiano; Emilio Chiovenda (1871-1941), il fratello del giurista, noto botanico; La figlia di Giuseppe, Beatrice Canestro Chiovenda (1901-2002), fu una storica dell’arte, famosa per aver “scoperto” il pittore seicentesco Gian Battista Gaulli, detto il Baciccia (1639-1709), genovese, le cui opere adornano numerose e famose chiese romane (tra cui Sant’Agnese in Agone, il Gesù, Santi Apostoli, San Francesco a Ripa).

Nella costruzione di Villa Chiovenda, dopo un cedimento del terreno, si riuscì a penetrare in un gruppo di gallerie cimiteriali, già esplorate, a metà Ottocento, dall’archeologo Giovanni Battista de Rossi (1822-1994). Erano le antiche catacombe Ad clivum cucumeris. Tutto fu poi richiuso.

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Al n. 2, sull’angolo con via Lagrange, una bella palazzina rivestita in travertino.

Largo Elvezia (al centro della piazza)

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Al n. 15 all’angolo con largo Elvezia, un villino unifamiliare in stile neo-medioevale con una torretta al centro e un giardino posteriore che arriva a via Francesco Denza. E’ il Villino Saffi, progettato nel 1928 dall’ing. Luigi Portolani per Emilio Saffi. La prima costruzione della lottizzazione della grande Vigna del Monticello. Luigi Portolani, ingegnere, lavorava nel Municipio di Roma, a conferma che allora una serie di ottimi architetti hanno incarichi nell’Amministrazione Capitolina. Emilio Saffi (Napoli 1861-1930), architetto, è l’autore del palazzo delle Poste di Bologna. A Roma, nel 1913 su incarico del sindaco Nathan, ha realizzato i Mercati Generali all’Ostiense. E’ il figlio di Aurelio Saffi, uno dei triunviri della Repubblica Romana nel 1849 (con Giuseppe Mazzini e Armellini). Emilio, bolognese, nasce a Napoli proprio perché in quell’anno, il padre è a fianco di Garibaldi che ha appena concluso l’impresa dei Mille.

Qui ha vissuto la contessa Gabrielli, ricchissima, single per tutta la vita ed esperta di dialetti cinesi. Oggi i nuovi proprietari … hanno completamente eliminato gli alberi centenari che coronavano villino e speriamo che non riescano a buttare giù anche l’edificio della vVilla.

largo Elvezia, deve il suo nome all’Ambasciata svizzera che ha sede nella villa prospiciente dal secondo dopoguerra. Ma la creazione dello è precedente e risale alla lottizzazione di vigna Monticello, quando il viale di accesso al casale diventa la parte iniziale di via Barnaba Oriani.

Al n. 5-13, due palazzine, realizzate nel 1935 in stile razionalista da Giovanni Albonetti , nel parco del preesistente villino che si affaccia su via Francesco Denza e che intravediamo in fondo. Questo villino era la casa romana di Edmondo Sanjust di Teulada che, su incarico del sindaco Nathan realizzò il piano regolatore di Roma nel 1909. In una di queste palazzine, abitò William Wyler nel 1953 quando girava il film “Vacanze Romane” e spesso, si racconta, Gregory Peck e Audrey Hepburn venivano a trovarlo in vespa. William Wyler, tedesco nato in Alsazia il cui vero nome era Wilhelm Weiller (1902-1981), è stato un regista vincitore di undici premi Oscar. Tra i suoi film ricordiamo anche Ben-Hur del 1959, Funny Girl del 1968.

All’angolo con via Barnaba Oriani, un edificio di servizio, realizzati nel 1929 dall’ing. Filippo Cosimi quando la proprietà si chiamava Villa Pisa e oggi sede di uffici dell’Ambasciata svizzera. Al n. 14a, il grande cancello con pilastri in travertino dell’antica Villa Monticello, oggi Villa Elvezia, ambasciata Svizzera che si vede in fondo al viale di accesso

Villa Elvezia si estende su un rettangolo i cui lati sono quello davanti a noi, via Oriani, via Frisi e via Denza anche se la fascia del terreno che si affaccia dietro su via Denza è stata venduta prima dell’arrivo degli svizzeri ed è occupata da una serie di villini privati.

La villa è costituita da una elegante palazzina centrale in stile barocchetto romano, da un parco intorno e da diversi edifici di servizio lungo piazza Elvezia e via Denza. All’interno della villa, da visitare sono lo studio dell’ambasciatore e il salone principale, dal caldo tono rossastro del pavimento in cotto. Lì è esposta la gemma della collezione dell’ambasciata, un affresco del Tiepolo. Ma in tutte le sale dell’ambasciata c’è una ricca collezione di opere d’arte: dal «Trionfo di Bacco» di Luca Giordano alle belle nature morte opere di Margherita Caffi, al bassorilievo «Danze di satiri e ninfe» di Alceo Dossena, alle moderne sculture che decorano il giardino.

Siamo sul Monticello, la piccola altura dei Parioli tra viale dei Parioli e piazza Euclide, anticamente chiamato “clivus cucumeris” su cui corre via dell’Imperiolo. La villa, in particolare, è costruita nel 1928 sul sito in cui sorgeva un antico casale rustico appartenuto all’abbazia di San Lorenzo fuori le Mura. Al centro di una vasta proprietà denominata Vigna Monticello.

Nel 1924, con la realizzazione di via Barnaba Oriani, la vigna del Monticello, con il casale e il grande terreno intorno, è acquistata dal barone Alberto Fassini (1875-1942), l’imprenditore proprietario delle società che diventeranno la SNIA Viscosa. A Carlo Busiri Vici (che, per conto del barone, aveva già ricostruito la fortezza San Gallo a Nettuno) è dato l’incarico di realizzare, al posto del rustico casale esistente, il nuovo, grande casino della villa. Ma l’architetto muore e non fa in tempo a completare il lavoro.

Intorno al 1928, la proprietà passa alla famiglia Pisa che completa le realizzazione del casino nobile (villa Pisa) e costruisce, la palazzina che vediamo su piazza Elvezia, destinata a ospitare il personale di servizio. Pochi anni dopo, il proprietario si suicida e gli eredi, con l’apertura di via Paolo Frisi, lottizzano la parte inferiore del parco.

La villa è infine acquistata dallo Stato Svizzero che in quegli anni cercava una sede prestigiosa per la sua ambasciata a Roma.

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Al n. 6, un villino del 1935 dell’arch. Giovanni Albonetti, tra piani con il filo della facciata non allineato alla strada.

al n. 8A, la palazzina dove abita Emi De Sica. Lì Vittorio De Sica ha abitato con la prima moglie Giuditta Rissone. Attore, regista e sceneggiatore,Vittorio De Sica (1901-1974) è stata una figura preminente del cinema italiano e mondiale. È considerato uno dei padri del Neorealismo, e allo stesso tempo uno dei grandi registi e interpreti della Commedia all’italiana. Vincitore di quattro premi Oscar: INDOVINELLO nel 1946 con “Sciuscià”, nel 1948 con “Ladri di biciclette”, nel 1965 con “Ieri, oggi, domani”, nel 1972 con “Il giardino dei Finsi-Contini”.

al n. 8B-10, una palazzina del 1936, progettata dall’ing. Cherubino Malpeli con i proprietari del terreno M.G. Theodoli e C. Ruggiero. Qui abitava Sandro Pallavicini, il creatore de La Settimana INCOM il cinegiornale che, prima dell’arrivo della televisione, informava settimanalmente gli italiani che andavano al cinema su quello che stava succedendo in Italia e nel mondo. Su chi sia e cosa abbia fatto l’ing. Cherubino Malpeli non sono riuscito a trovare nulla ma a lui è intestato un grande viale di Tor dei Cenci, fuori il GRA.

via Barnaba Oriani 63, ingresso di Villa Elvezia

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sulla via, le scuderie, poi autorimesse, di, oggi trasformate in ambienti di Villa Pisa, poi villa Fassini, oggi ambasciata della Svizzera in Italia. La costruzione è sovrastata da un serbatoio che ricorda l’origine campestre di tutto il complesso. Al n. 63 l’ingresso attuale di Villa Elvezia, poi il muro del parco della villa fino a via Paolo Frisi

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al n. 16-18, Villino Valle realizzato dall’arch. Mario Marchi del 1932. E’ il secondo costruito dall’architetto per la famiglia Valle dopo il Villino all’angolo tra via Carissimi e via Paisiello, oggi dipinto in rosso scuro.

al n. 20 notiamo un villino rossiccio, elegante esempio di architettura razionalistica del 1936 dell’arch. Lorenzo Chiaraviglio, noto per la Villa Farinacci a Casal de’ Pazzi sulla Nomentana.

al n. 22-24 il Villino Giacinti, del 1956, degli arch. Mario De Renzi e Roberto Nicolini (1909-1977). Qui ha abitato il pittore Amerigo Bartoli Natinguerra. Ternano studiare all’Accademia di Belle Arti di Roma. E’ allievo di Giulio Aristide Sartorio che aiuta nella realizzazione di affreschi di ville e palazzi romani, nonché di alcune sale del Palazzo del Quirinale. Nel 1920 divide lo studio con Giorgio de Chirico. Diventato un artista noto e apprezzato, nel 1939 vince il primo premio alla Biennale di Venezia, con il suo “Gli amici al Caffè”, oggi conservato alla Galleria Nazionale. Inizia a frequentare i maggiori salotti letterari e diventa amico di molti artisti frequentatori del Caffè Aragno in via del Corso (Ardengo Soffici, Emilio Cecchi, Giuseppe Ungaretti, Vincenzo Cardarelli, ecc.). Insegna all’Accademia d’arte per ventuno anni formando più generazioni di artisti. Bartoli era basso di statura e aveva braccia molto corte, molti lo prendevano in giro ma lui non se la prendeva e, nel 1941, racconta a Giuseppe Bottai che Cardarelli gli aveva detto: “Diventerà così presbite, invecchiando, che non ti basteranno le braccia per leggere il giornale!“.

Via Brocchi è il nome delle scalette che scendono da via Oriani a viale dei Parioli in corrispondenza del vecchio ristorante La Scala, un’antica panetteria in cui i ragazzi della vicina scuola Ippolito Nievo andavano a comprarsi la pizza. Gian Battista Brocchi (Bassano del Grappa 1772 – Khartum 1826) è stato un geologo.

via Barnaba Oriani 24

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al n. 67, all’angolo con via Paolo Frisi, sorge un villino dalla tipica architettura razionalista: il villino Argenti del 1937 di Pietro Sforza, un strano progettista che ha lavorato tutta la sua vita per l’Istituto Case Popolari, alla Garbatella, al Testaccio e al Tufello ma ha anche realizzato un villino come questo e partecipato, con Mario De Renzi e Giorgio Calza Bini alla realizzazione di un capolavoro come la Palazzina Furmanik in lungotevere Flaminio.

al n. 71-73 e al n. 79, vediamo due palazzine del 1938 di Elio Leoni dalle ripetute scansioni cilindriche che “citano” la Casa del Cannocchiale che vedremo più avanti,

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Al n. 24, il Villino Masutti, in cortina di mattoni e un corpo rossiccio aggettante sull’angolo.

Al n. 26 e 28 due villini in stile rinascimentale. Il primo, al 26, è la sede del Consolato dell’Algeria, il secondo al n. 28 è il Villino Del Drago, unifamiliare, progettato nel 1931 dagli arch. Filippo Galassi e Mario Marchi oggi caratterizzato dal celeste delle pareti accostato al grigio del peperino. Galassi è uno dei principali progettisti di opere pubbliche a Roma a cavallo del 1900 (come il Policlinico). Il giovane Marchi, di cui abbiamo già parlato al villino al n. 16, inizia nel suo studio la sua carriera. E’ sua, per esempio, la progettazione della palazzina in piazza di Priscilla.

Al n. 30 vediamo una bella costruzione arretrata rispetto al fronte degli altri edifici. E’ sede dell’Ambasciata della Repubblica di Corea, detto anche Villino Tupini o Villa de Martino perché qui hanno abitato entrambi gli uomini politici,

Al n. 32, prima della traversina a destra, vediamo la villa di Attilio Biseo, ufficiale dell’Aeronautica, amico di Italo Balbo; uno dei piloti italiani che, dagli anni Trenta agli anni Quaranta, portarono l’aviazione italiana in giro per il mondo in decine di gare e trasvolate dimostrative. E’ noto soprattutto per le trasvolate compiute a bordo di velivoli Savoia-Marchetti insieme con il figlio del Duce, Bruno Mussolini.

Al n. 36, una piccola strada privata che da accesso a palazzi con una splendida vista verso l’Acqua Acetosa, il Tevere e, in lontananza, il monte Soratte.

via Barnaba Oriani 34

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al n. 85, un villino plurifamiliare caratterizzato da uno stile barocchetto romano molto semplificato, con una sopraelevazione e l’aggiunta di un bow-window sul fronte e di un corpo scala sul lato sinistro.

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Al n. 34A, villino dell’avv. De Rienzi, con un vistoso ampliamento del 1949 di Sabino Staffa e E. Strada

Al n. 36, palazzina, del 1938 ca, di Marcello Partini. E’ dello stesso architetto la palazzina a piazza Digione tra via di Villa San Filippo e via Luigi Bellotti Bon

Al n. 42 un villino, dietro un muro di cinta, che sembra immerso in un grande parco. L’edera cresciuta sulla recinzione crea una specie di portico verde, frutto di arte topiaria ma ormai in disuso.

via Barnaba Oriani 44

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ai n. 91-113 la palazzina detta Casa del Cannocchiale, Questo edificio è importante perché costituisce un punto di riferimento per molti architetti che hanno lavorato in questa zona. Sono numerosi infatti i corpi cilindrici che possiamo vedere nella palazzine qui intorno, costruite successivamente a questo edificio.

Al n. 11? l’ingresso di un villino plurifamiliare con ingresso arretrato

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Al n. 44, un cancello chiuso. Dietro vediamo un grande parco che si adagia sul versante scosceso del Monticello verso viale dei Parioli, dove è un altro grande cancello d’ingresso. La casina nobile della villa è sulla sinistra, completamente invisibile dall’esterno. Per avere un’idea della proprietà bisogna andare a Villa Glori. Tutto nasce dal casino della vigna della contessa Lucia Toschi Tiberi, nell’Ottocento trasformato in villa Alpi e che nel 1929 è diventata Villa Fiammingo. L’attuale villa infatti è il risultato dell’ampliamento voluto dall’onorevole Giuseppe Fiammingo che acquista la villa e ne affida la ristrutturazione nel 1929 a Vincenzo Morali, lo stesso che, pochi anni prima, aveva restaurato villa Abamelek sul Gianicolo. Successivamente il parco della villa è parzialmente lottizzato e costruito e la villa stessa parzialmente demolita e ricostruita su progetto dell’ing. Pietro Parboni nel 1958. Oggi è villa è di un noto imprenditore romano che qui organizza, una volta l’anno all’arrivo dell’estate una grande festa.

Al n. 60, un’elegante costruzione bianca. E’ la palazzina Narbone realizzata dalla coppia Monaco – Luccichenti nel 1954. Qui ha abitato per anni Giorgio Albertazzi.

Al n. 62, il villino con ingresso in via Paolo Frisi 48 che si fa notare per le sue linea semplici che nascondono un trucco molto utilizzato in questo quartiere: sfruttare la pendenza per realizzare molti più appartamenti rispetto a quelli previsti dalle norme edilizie.

via Barnaba Oriani 92

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Al n. 115 sull’angolo con via Paolo Frisi, è Villa Marziale, oggi Ambasciata del Sud Africa. un edificio bianco in travertino con una loggia con archi al primo e secondo piano. E’ una grande villa, costruita nel 1938 per il finanziere Antonio Marziale, dall’ing. Fabio Dinelli, il progettista del grattacielo Alitalia all’EUR, del palazzo del CIM a via XX Settembre e della ristrutturazione del Teatro Savoia in cinema (oggi cinema Savoy).

via Frisi scende e attraversa via Oriani.

Alto sulla strada, il villino con ingresso in via Paolo Frisi 48 che si fa notare per le sue linea semplice. E’ stato costruito nel 1937 dall’ing. arch. Costantino Costantini per abitarci. E’ costituito da un corpo ricurvo con due cilindri al centro di entrambe le facciate, davanti per balconi e dietro per la scala, senza altri orpelli. Esteticamente si basa sul forte contrasto tra la semplicità e rusticità della parete posteriore convessa a blocchi di tufo (visibile dall’ingresso su via Paolo Frisi), e l’eleganza di quella anteriore (affacciata su via Barnaba Oriani), concava e bianca per il suo particolare rivestimento in travertino. All’interno i marmi degli appartamenti sono pregiati e, visto che mentre costruiva la sua casa Costantini seguiva i lavori del complesso dal Foro Mussolini, qualcuno fece cattivi pensieri sulla loro provenienza.

ai n. 123 , notiamo due villini plurifamiliari bianchi, simili tra loro. Entrambi con la facciata caratterizzata da balconi orizzontali, concava a seguire la curva, entrambe alte sulla strada su un basamento completamente coperto di rincosperma, costituito dai garage e dal piano degli gli ex appartamenti degli chauffeur. Il primo, il villino Mazzitelli, ha l’entrata in via Paolo Frisi 50;

al n. 145 il portone del secondo villino. Dietro queste due villini, c’è il parco di Villa Elvezia;

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Al n. 92 il Villino Ruta, unifamiliare, decorato con affreschi e balaustre in stile art nouveau, oggi un bed & breakfast di alto livello: la Suite Oriani Townhouse.

al n. 94-100 il Villino Gemma, unifamiliare, di proprietà dell’Opus Dei, con affreschi e interessanti cancellate, inferriate e balaustre in ferro battuto

via Barnaba Oriani angolo via Denza

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Al termine della via, all’angolo con via Francesco Denza, c’è il Villino delle Palme, ormai senza più una palma visto che sono tutte morte a causa del famigerato punteruolo rosso. Nel 1944, questo villino era molto frequentato dal feldmaresciallo Kesselring, che lo aveva destinato ad abitazione della sua amante. A questo proposito c’è da dire che, durante la seconda guerra mondiale, questo quartiere, tranquillo, signorile, defilato dal centro della città, fosse frequentato da numerosi ufficiali nazisti e da una serie di personaggi che si presentavano come uomini di affari ma in realtà erano spie al servizio degli alleati. Come ci racconta Peter Hopkins nel libro autobiografico “Una spia a Roma”

Via Francesco Denza. Francesco Denza napoletano, prete barnabita, studioso di scienze naturali e fautore della nascita della meteorologia, inventò alcuni strumenti come un anemo-pluviografo che porta il suo nome.

Sul lato destro della via notiamo una fascia di aiuole curate dai condomini delle palazzine che si affacciano sulla strada (le prime, più in alto, sono degli anni ’30 e ’40 mentre quelle più in basso sono degli anni ’50). E’ lo spazio in cui correvano le rotaie del tram 2 che scendeva a piazzale della Rimembranza per arrivare a piazza Cavour passando per viale dei Parioli (oggi viale Maresciallo Pilsudski) e via Flaminia quando, con la seconda guerra mondiale, la linea 2 fu soppressa, questo spazio fu affidato ai condomini vicini che ne hanno preso in carico la manutenzione, accettando un vincolo assoluto di inedificabilità; per avere un’idea approssimativa di quanto tempo sia passato da allora, basta osservare il leccio davanti al n. 21 e i numerosi abeti, tutti ex alberelli di natali piantati qui dai cittadini.

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al n. 114 una prestigiosa palazzina con una pianta a quadrifoglio e un ingresso imponente sulla strada. Numerose sono le società che hanno sede in questo edificio. Nella parte retrostante si affaccia su via Francesco Denza con una bella vista su piazza Euclide. Qui, tra altri personaggi noti, ha abitato Nanni Loy.di fronte a noi ci sono le palazzine di via Denza che affacciano su piazza Euclide con ben sette piani.

Via Francesco Denza angolo via Frisi

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in basso corre via del Sacro Cuore e dall’altra parte della strada, gli edifici del complesso del Sacro Cuore Immacolato di Maria, dei Clarettiani

Al n. 35 una bassa e lunga costruzione tra le due vie, un elegante e costoso ristorante specializzato in piatti di mare: “i Piani”. Fino a vent’anni fa era una trattoria in cui venivano a mangiare coloro che facevano attività sportive nei circoli e negli impianti dell’Acqua Acetosa ma non volevano spendere troppo andando da “Giggetto il pescatore”, il ristorante di pesce migliore della zona, oggi chiuso

Il ristorante Giggetto il pescatore era in via Antonio Sant’Elia 13, sotto la collina di Villa Glori tra viale dei Parioli e lungotevere dell’Acqua Acetosa, dove ora è un grande supermercato. Ma Luigi Sterpetti, detto Giggetto, inizia la sua attività di pescatore negli anni Quaranta, quando nel Tevere (a monte della città) si pescavano ancora pesci ottimi da mangiare. Aveva la barca sulla spiaggetta qui vicino, sotto la fonte dell’Acqua Acetosa . Quando l’area dei Parioli inizia a popolarsi, sempre più persone cercano di sfuggire alla calura estiva andando a fare il bagno giù a fiume e ogni giorno Giggetto, dopo aver pescato, attrezza la spiaggetta con qualche ombrellone e qualche sedia. All’ora di pranzo poi, cucina il suo pesce per sfamare i bagnanti. Nasce così “la spiaggia dei Parioli” che prospera fino a quando tutta quella ripa è data in concessione al Circolo Canottieri Aniene. La spiaggia chiude ma Giggetto continua cucinare il pesce sotto la collina di Villa Glori, in una bettola che tutti chiamano “Da Giggetto il pescatore”. Con gli anni, grazie all’impegno costante del proprietario e dei suoi eredi e al valore dei cuochi che prendono il suo posto, l’osteria cresce e nasce un ristorante che diventa famoso e prospererà fino agli anni Duemila.”

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Al n. … una delle prime costruzioni in questa area … Ambasciata dell’India.

Al n. 50 c’è una palazzina caratterizzata da un notevole portone ? uguale a quello della stessa palazzina presenta su via Paolo Frisi

ai n. 52 e 66, un edificio per negozi e abitazioni dell’arch. Amedeo Luccichenti, costruito nel 1956 al posto di una antica villa denominata Torre Sant’Agostino, di proprietà delle Suore Agostiniane

Via Paolo Frisi 24

Paolo Frisi diede numerosi contributi alla matematica, alla fisica e all’astronomia. In fisica lavorò sulla luce e sull’elettricità. Fu per merito suo che in Italia si iniziarono a introdurre i parafulmini per la protezione degli edifici.

Questa via è tracciata con la lottizzazione di villa Pisa (oggi Villa Elvezia) e della parte inferiore del terreno dell’antica vigna del Monticello. Questa area, prima che fossero costruite negli anni ’60 le palazzine in basso, era tutta edificata a villini, con una splendida vista sulla valle sottostante e sull’altura di Villa Glori davanti a loro. Diversi personaggi dello spettacolo hanno abitato in questa piccola via, come i registi Gillo Pontecorvo e Luigi Squarzina. Milly Carlucci ci abita tutt’ora. Qui è nata la storica Paola Salvatori e ha trascorso gli ultimi anni della sua vita Edda Ciano Mussolini.

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Dietro il grande palazzo di Amedeo Luccichenti, sorge villa Lina, un villino che si fa notare per le sue forme e decorazioni. L’edificio nasce dalla collaborazione di due giovani artisti: il committente,

Eugenio Fegarotti (1903-1973), studente ventiquattrenne primogenito di una illustre famiglia di orafi di Catania, e

il progettista, Alfio Fallica (1898-1971) di cinque anni più anziano e allora non ancora laureato.

Il villino Fegarotti è stato definito una “interpretazione mediterranea di principi razionalisti”, ha una pianta asimmetrica ad “L” in cui non esiste a un prospetto principale, ma offre varie visuali (oggi visibili a fatica, a causa della vegetazione e delle case adiacenti). Al centro, un pronao costituito da due colonne sottili collegate con mensole alla parete a sorreggere balconi semicircolari. Dappertutto le decorazioni ideate da Fegarotti (cioè dal gioielliere e non dall’architetto):

i levrieri in cemento posti a coronamento delle colonne,

i “Venti” di Tommaso Bertolino, cioè le maschere augurali in ceramica sui pilastri della cancellata che il vento rende vive muovendo i nastri di bronzo ai lati del capo,

le scritte all’ultimo piano con i punti cardinali,

gli affreschi inseriti nel basamento con temi futuristi di esaltazione dello sport, dell’industria, dell’ardire militare (simboli peraltro presenti anche nell’iconografia fascista).

Interessante infine il coronamento: la parte che ospita il vano scala, contrassegnato con la scritta“NORD”, si alza sopra tre terrazze a quote diverse, con la più grande protetta da una pergola, un’immagine di sapore marino.

Il primo progetto del villino è del 1926 ma fu respinto dalla Commissione Edilizia in quanto non era il linea con il barocchetto romano dominante. Allora Fallica ripresenta il progetto inserendo nei prospetti, sopra le porte-finestre del primo piano dei timpani sottili che, apparentemente sorretti da sottili tubolari metallici solidali con le balaustre, danno origine a eleganti piccoli balconi e costituiscono una stilizzata citazione classica. Con una variante del 1930 (presentata insieme a Duilio Cambellotti), viene costruito il garage e la cantina a valle dell’edificio con ulteriori due maschere (di cui una perduta). L’ultimo piano, inoltre, viene innalzato e dotato di finestre circolari.

Particolare la vivacità cromatica originale del villino, oggi appannata da un bianco troppo uniforme, giallo nelle superfici di fondo, rosso scuro nelle colonne, nelle cornici e nel basamento, e turchese per gli affreschi di facciata. Molto semplici gli interni, con due appartamenti identici ai primi due livelli mentre il secondo piano ospita lo studio di Fegarotti, a doppia altezza, con i servizi, una carriera da letto e un salotto che affaccia sulla più bassa delle terrazze mentre il vano scala prosegue all’ultimo livello con una camera e l’accesso alla terrazza con il pergolato.

Parzialmente compromessa è oggi la fisionomia originaria dell’edificio: è stato chiuso il balcone semicircolare del secondo piano, coperta a veranda la terrazza a sud-ovest, e “ornati” rispettivamente di grillage e inferriate arabescate i parapetti delle terrazze e le aperture a piano terra. Gli interni invece, almeno nelle parti di proprietà degli eredi Fegarotti, sono rimasti immutati.

DX

Al 24 una palazzina anni 50, con due corpi cilindrici ripresi dalla palazzina del Cannocchiale, che una volta era un residenza alberghiera, come si può vedere dal bancone, all’interno dell’ingresso a sinistra. Una stanza di questo albergo è stata per anni la casa romana di Domenico Modugno, prima che diventasse famoso.

FINE

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