PI602 Dal vicolo dell’Arco Oscuro ai Monti Parioli

Questa pagina costituisce un memorandum degli argomenti da trattare o accennare durante le passeggiata.  La presentazione dell’evento è all’indirizzo DAL VICOLO DELL’ARCO OSCURO AI MONTI PARIOLI (cod. PI602).

Presentazioni generali:  personali,  Associazione AMUSE ASP,  Programma Roma2pass,  info su Banca dati www.roma2pass.it

Presentazione della passeggiata: obiettivi, punto di arrivo tempi

Siamo in viale delle Belle Arti, davanti alla splendida Villa Giulia in una valle che scende verso il Tevere.  Nella prima parte della ns passeggiata parleremo dell’Arco Oscuro partendo da una traccia che è davanti a noi: quel “buco” dall’altra parte del viale.  Poi inizieremo la salita sui cosiddetti Monti Parioli e continueremo a raccontare le storie di quello che vedremo e non solo.
Perché si chiamano Monti Parioli al plurale?

Villa Giulia

Anche se questa passeggiata non è rivolta a Villa Giulia, questo territorio non ha senso se non partendo dalla storia della Villa.  Siamo nel 1550.  Il papa Paolo III Farnese è morto ma il conclave riunito non riesce a decidere nulla.  Carlo V domina sia la Spagna che l’Austria e i cardinali legati all’imperatore, da una parte, e i cardinali francesi e italiani, dall’altra, si fronteggiano.  Solo per un colpo di mano di alcuni cardinali, che si accorgono che alcuni spagnoli si erano allontanati dal conclave e indicono una votazione, la situazione si risolve.  Il papa eletto è Giovanni Maria Ciocchi del Monte, nobile famiglia di Monte San Savino (Arezzo).
Sono tempi duri.  Lo Stato della Chiesa è ancora piccolo e circondato da enormi proprietà nobiliari che sono dei veri e propri stati indipendenti  (da pochi anni, per esempio, Giulio II aveva occupato il Ducato di Castro sottraendolo ai Farnese) e il Santo Uffizio, fondato pochi anni prima (nel 1542) e allora presieduto da Gian Pietro Carafa (futuro papa Paolo IV), combatte l’insinuarsi dell’eresia protestante anche nelle cattolicissime Spagna, Francia e Italia.
Il nuovo papa prende il nome di Giulio III, in onore di papa Giulio II che aveva fatto cardinale lo zio, aprendo così la carriera ecclesiastica del giovane Del Monte.
Appena eletto, Giulio III decide di soddisfare un desiderio che culla da tempo con lo zio cardinale: crearsi un suo “luogo di delizie“, come si diceva allora.  Il terreno è già stato acquistato da zio e nipote qui; una valle stretta che presenta versanti scoscesi (oggi inimmaginabili) e grotte naturali, distante dalla città e dal Vaticano ma non troppo, in quanto facilmente raggiungibile anche in barca, grazie al Tevere.  Il nuovo papa acquista tutta la valle ed estende le sue proprietà sulle alture a settentrione, che oggi chiamiamo Monti Parioli.
I migliori architetti sono convocati, i progetti completati e inizia la costruzione della villa sognata da anni.  Qui lavorano: Jacopo Barozzi da Vignola, Bartolomeo Ammannati, Giorgio Vasari e una squadra di pittori guidati da Taddeo Zuccari. Anche Michelangelo, ormai avanti negli anni, prepara un progetto ma non verrà scelto.

Villa Poggi

Qualche anno prima, nel 1540, il cardinale Giovanni Poggi, bolognese, si era fatto costruire una villa sul versante occidentale dell’antico Monte San Valentino in una posizione che domina la valle del Tevere a nord di Roma (il nome della collina deriva dalle sottostanti catacombe, che hanno l’ingresso lungo l’attuale viale Maresciallo Pilsudski).
A Bologna, Palazzo Poggi, la sontuosa abitazione della famiglia del cardinale, oggi ospita la sede centrale dell’Università.
Giovanni Poggi, nel 1551, diventa tesoriere di papa Giulio III e, sapendo bene quello che il nuovo papa gradiva, gli dona la sua villa romana.   Il parco di Villa Poggi, il cui centro è l’attuale giardino di Villa Balestra, era incantevole e pieno di luoghi ameni dove conversare o meditare.  Nei conti di costruzione della villa è riportato anche un “Uccellare per tordi” per rifornire la tavola dei proprietari.
Villa Poggi aveva una splendida loggia, oggi scomparsa, affacciata sulla valle del Tevere, che il Vasari dice affrescata da Pellegrino Tibaldi.  Oggi sarebbe sopra viale Tiziano, nell’area davanti al giardino pubblico di Villa Balestra.  La loggia era dipinta e aveva due colonne di marmo bianco ai lati, di cui una ancora esiste, perduta nella fascia di bosco fuori il recinto del parco di Villa Balestra, a picco su viale  Tiziano.
Un secondo casino era a sud della proprietà, in una posizione panoramica con Roma davanti (dove oggi sorge il villino Delfino Parodi in via Ammannati).
Fanno parte della villa diversi edifici rurali oggi non più esistenti e due casali che conosciamo: la cosiddetta Casa del Maresciallo, un antico edificio all’angolo tra via Bartolomeo Ammannati e via dei Monti Parioli, che negli anni cinquanta fu trasformata in un moderno villino, e la Casina del Curato, in una valletta laterale, miracolosamente rimasta verde.

l’Arco Oscuro

Come abbiamo detto, il cardinale Poggi offre la sua villa a Giulio III che ingrandisce le sue proprietà sul colle.  Ma c’è un problema enorme!  Arrivare alle cosiddette “vigne alte” dal fondo valle dove siamo noi ora era praticamente impossibile, a meno di non arrampicarsi o fare un giro lunghissimo.
Per capire la situazione dobbiamo dimenticarci viale Bruno Buozzi, una strada realizzata in epoca mussoliniana con il nome di via dei Martiri Fascisti, e immaginarci invece davanti a noi una parete scoscesa che rendeva veramente difficile la salita.
Per fortuna, al di là di questo “bastione” naturale c’era un avvallamento da cui, una volta arrivati, si poteva proseguire sui colli retrostanti fino a Villa Poggi senza troppe difficoltà.  Vista la situazione, la decisione degli architetti papali fu quella di scavare una galleria lunga una trentina di metri per poter arrivare a questo avvallamento e, come è possibile vedere dall’allineamento dell’arco che vediamo oggi sulla parete, sbucare dove ora corre viale Buozzi verso piazza Don Minzoni.
Arrivato in cima al colle (cioè all’attuale piazza Don Minzoni), lo stradello scendeva dritta verso il Tevere e in particolare verso una sorgente in cui si poteva bere un’acqua dalle grandi proprietà risanatorie: il vicolo dell’Acqua Acetosa (sulle attuali via Luciani, via Civinini, piazza Euclide e così via).
A destra, approssimativamente dove oggi corre via Mangili, c’era una traversa che portava al vicolo delle Tre Madonne (l’odierna via Aldrovandi).
A sinistra c’era un altro stradello che portava alle “vigna alte” del papa sopra Villa Giulia e, dopo una grande curva a sinistra, a villa Poggi, per poi scendere fino a via Flaminia, passando vicino alla Casina del Curato.  Sul tracciato di quest’ultimo antico vicolo nasceranno via dei Monti Parioli e l’attuale via Francesco Iacovacci.
La parete di tufo è scavata e l’arco che noi vediamo oggi era appunto l’apertura di una galleria in leggera salita che, dal piazzale davanti a Villa Giulia, sbucava nella valletta una trentina di metri più in là, dove continuava la salita della strada verso le vigne e i casali più in alto.  Questa valletta di cui parliamo è stata completamente interrata con la costruzione di viale Buozzi.
E’ arrivato il momento di andare a vedere questo Arco Oscuro e di sentirne la storia.

Attraversiamo la strada

Alla morte del papa nel 1555, villa Giulia è al centro di dispute legali tra la famiglia Del Monte, a cui papa Giulio III l’aveva lasciata in eredità, e il Vaticano, che sosteneva che tutto era stato fatto con denari dello Stato.
Anche a causa di queste diatribe legali, questa zona del suburbio romano torna nel suo stato di abbandono e passare in questo luogo poco frequentato diventa molto pericoloso anche di giorno, perché qui giravano dei malviventi che, sfruttando il buio della galleria, assalivano e depredavano i pochi passanti.
E’ in questo periodo che:
(1) questo breve tunnel prende il tetro nome di Arco oscuro,
(2)  si chiama vicolo dell’Arco Oscuro la strada che da via Flaminia dove c’è la fontana dell’Acqua Vergine voluta da papa Giulio III porta alle vigne e ai campi coltivati sulle alture sovrastanti Villa Giulia passando per questa piccola galleria.
(3) Arco Oscuro infine diventa il toponimo che ha caratterizza tutta quest’area a monte di Villa Giulia fino ad inizio Novecento.
La prima cosa che notiamo avvicinandoci è che l’apertura dell’Arco Oscuro è completamente disallineata rispetto alle due pareti che la affiancano.  Ma questo è solo il frutto dei grandi movimenti di terra successivi, effettuati in quest’area nella prima metà del Novecento.  Sulla destra infatti c’era una parete naturale, spianata per realizzare il grande viale delle Belle Arti, l’asse di Valle Giulia dove fu organizzata la parte dell’Esposizione Universale del 1911 dedicata all’arte.  Solo successivamente, infatti, è stato costruito l’edificio posteriore di Villa Giulia che vediamo prima della curva.  A sinistra invece, con l’avvento del regime fascista pochi anni dopo, c’è stato un grande riempimento di terra per far passare in alto via dei Martiri Fascisti, l’attuale viale Bruno Buozzi, modificando completamente la ripida parete che c’era allora.
Sopra l’Arco Oscuro vediamo uno stemma papale con una data: 1686.  Lo stemma è di papa Innocenzo XI Odescalchi.
Avviciniamoci alla cancellata e guardiamo dentro. L’ambiente non è grande.  In fondo, davanti a noi, vediamo un muro con un’immagine religiosa decora il muro di chiusura.  Il passaggio di cui stiamo parlato è murato da quando è stata realizzata la strada soprastante.
Dentro l’arco, a sinistra, c’è una porta.  E’ l’entrata in una cappella oggi gestita dalla chiesa parrocchiale di Sant’Eugenio. Una targa esterna ci dice a chi è dedicato il “sacello”: SACELLUM MATRI DIVINAE PROVIDENTAE DE ARCU OBSCURO DICATUM.  Ma per spiegare tutto questo “clima religioso” che troviamo in un luogo con un nome per niente clericale, l’Arco Oscuro, dobbiamo riprendere a raccontarne la storia.

Nel Seicento, il vicolo dell’Arco Oscuro

è un sentiero poco frequentato e con un passaggio al buio in quella specie di grotta che, con gli anni, diventa pericoloso.  Il tunnel infatti è il luogo ideale per malviventi dove assaltare un passante e derubarlo senza che nessuno veda o senta e intervenga.  E visto che le brutte notizie si diffondono, sempre meno gente utilizza questa “scorciatoia” da Porta del Popolo alle alte vigne e ai campi sui colli dei Parioli.
La brutta fama di questo luogo, convince i pochi abitanti dei dintorni e i frati di Santa Maria del Popolo (la parrocchia) a mettere un’edicola con l’immagine della Madonna all’inizio del tunnel, affinché protegga i viandanti.  Nasce così, a inizio Settecento, una tradizione che sarà rispettata per molti anni: una processione che il 15 ottobre portava molti romani da Santa Maria del Popolo a qui all’Arco Oscuro per una messa all’aperto in onore della Madonna e che finiva con una grande mangiata sull’erba (che poco aveva a che fare con la devozione).
Nel Settecento, nasce qui, davanti Villa Giulia, una nuova tradizione annuale: nel giorno della processione che porta qui tanti romani di ogni censo, alcuni cavalieri spagnoli organizzano una specie di corrida in cui, in una specie di arena, colpisco le bestie per inferocirle e poi evitare le loro cariche.
Ma nel 1741, come racconta il “Diario di Roma”, questa corrida andò a finire male.  Lungo via dell’Arco Oscuro la folla si è accalcata, tutti vogliono avere il posto migliore per assistere allo spettacolo.  Sul piazzale hanno montato dei palchi e vendono i posti in cui si poteva vedere bene lo spettacolo.  Il sole inizia a calare.  E’ il segnale di inizio. I cavalieri iniziano ad affrontare i tori volteggiando abilmente.  Tutto procede normalmente fino a quando un toro inferocito corre incontro a un cavaliere appiedato che stava saltando uno steccato, colpendolo in pieno con le corna, lacerandogli i vestiti e la carne, lasciandolo in terra in una pozza di sangue.  Forse per il troppo peso da sostenere, unito ai movimenti delle persone che avevano davanti quello spettacolo atroce, improvvisamente un palco crolla.  Qualche spettatore resta tramortito sotto le travi, altri sono feriti.  Ma fortunatamente gli spagnoli colpiscono a morte il toro evitando ulteriori danni.
Negli anni successivi, visto che l’edicola non è bastata a rendere sicuro il luogo, un eremita che abitava nelle vicinanze incomincia a scavare una cappella nel tufo all’ingresso del tunnel.
Una cinquantina di anni dopo, da queste parti un bambino è rapito da briganti e solo diversi giorni dopo rilasciato. Con una grande processione, dalla chiesa di Santa Maria del Popolo è portata qui un’antica immagine della Madonna da collocare nella cappella scavata dall’eremita che, nell’occasione, viene consacrata.  Che la cappella sia stata realizzata dell’eremita addetto alla custodia della primitiva edicola, lo conferma un’iscrizione che si trova tutt’ora nell’interno del piccolo santuario: un vano ampio, profondo, disadorno, con la volta a botte e le pareti imbiancate.

Lasciamo l’Arco Oscuro e saliamo a viale Bruno Buozzi con la scala lì vicino.

Madonnella Mater Itineris

Siamo sul marciapiede sinistro del viale, verso sud-est.  Davanti a noi Villa Giulia e in alto gli alberi di Villa Strohl Fern.   In basso, Villa Poniatowski, e sulla sinistra e Sant’Eugenio, Più vicino a noi i campi sportivi dei Cavalieri di Colombo. Qui sotto davanti a noi, il grande viale delle Bella Arti non esisteva.  Al suo posto c’era, a destra,  l’ingresso alla Vigna Bassa di papa Giulio, un portone monumentale che possiamo ancora vedere all’Aventino, a, dove è stato utilizzato per accedere al Giardino delle Arance a fianco di Santa Sabina.

Scendiamo di qualche metro verso all’area del distributore.  Dall’altra parte di viale Bruno Buozzi, vediamo una parete di tufo messa in sicurezza, come si dice adesso.  Fino a qualche anno fa c’erano dei cavalletti che impedivano ai pedoni di passare sotto la parete che si sgretolava.  Parete che, come abbiamo già detto, è stata arretrata e modificata per realizzare questa strada nei primi anni dell’era fascista.
Volgiamo l’attenzione, nell’area del distributore, sulla grande apertura nel tufo oggi chiusa da una saracinesca. Era uno dei pochi ingressi oggi visibili all’allora chiamato Tartaro, cioè il reticolo di cavità naturali e passaggi creati nei secoli dall’uomo che si sviluppa sotto Villa Balestra.  Una rete di cunicoli che perfora tutta la collina tufacea e permetteva il passaggio tra qui e la zona di piazza Euclide. Un luogo da sempre utilizzato dalle classi più povere della città per trovare un riparo.

Prima di continuare, permettetemi un breve inciso.  Nel 1802, in quest’area non distante dal Tevere, alcuni contadini ritrovano enormi resti di un animale sconosciuto.  La voce della scoperta si diffonde rapidamente e un articolo sull’argomento è pubblicato su un numero del Diario di Roma, un giornale periodico fondato a inizio Settecento dalla famiglia Chracas.  Sul posto, richiamato da un fatto cosi eclatante, giunge il conte di Morozzo, nobile di origine piemontese che coltiva fin dalla giovinezza una grande curiosità scientifica.  E il presidente dell’Accademia delle Scienze di Torino ma non ha alcun modo per stabilire quale animale si trova di fronte, né l’età della sua morte.  In un suo primo rapporto, il conte dichiara che inizialmente aveva creduto si trattasse di un elefante, ma non se la sente di assicurarlo e ipotizza che siano le ossa di un cetaceo.  Sui Monti Parioli lo scheletro di una balena?  In realtà dopo altri studi il Morozzo confermerà che si tratta di un grande elefante preistorico.

Iniziamo a salire su via dei Monti Parioli

a destra al n. 4, vediamo una palazzina.  Qui al terzo piano, trascorse gli ultimi anni della sua vita il principe Antonio de Curtis, in arte Totò, con lui Franca Faldini, l’attrice dagli occhi verdi che gli è accanto per circa un quindicennio.  L’attore napoletano da quando era arrivato a Roma aveva sempre abitato ai Parioli.  La sua penultima residenza, per esempio, è stata la celebre palazzina detta la Casa del Girasole dell’architetto Luigi Moretti che troviamo un poco più avanti su viale Buozzi.
Qui sotto ogni mattina l’autista l’aspettava per accompagnarlo con l’auto sul set e, intorno, c’era sempre uno stuolo di mendicanti che aspettavano come lui il “principe”.  E quando, nel tarda mattina, scendeva, Totò non mancava mai di distribuire un elemosina a tutti.  Si diceva che, per stare qui ogni giorno, alcuni prendessero addirittura il treno da Napoli, ovviamente senza pagare il biglietto!
Totò muore un giorno del 1967 alle 3:00 del mattino, l’ora in cui era solito andarsene a dormire. Quella sera aveva confessato al suo autista Carlo Cafiero: «Cafiè, stasera mi sento una vera schifezza».  I funerali furono celebrati prima nella vicina parrocchia di Sant’Eugenio e poi ripetuti a Napoli dove la sua salma riposa nella tomba di famiglia.

Salendo pochi passi arriviamo a largo Monti Parioli,

una piazzetta che sembra senza senso ma che nasce perché qui l’antica strada che scende davanti a noi svoltava a destra verso la valletta della Casina del Curato e il tratto di via che abbiamo appena percorso in salita non esisteva.
Il primo cancello a destra (al civico 3) ha più di un secolo, cosa molto frequente a Roma ma rara da queste parti, e si apre su un viale verso una palazzina realizzata in una posizione dominante e panoramica sopra la valle sottostante da cui veniamo.  E’ una palazzina moderna che ha preso il posto di un grande villino legato alla nascita e allo sviluppo di tutta l’area sottostante.  Nel 1928, infatti, qui aveva costruito la sua residenza Cesare Bazzani, progettista, nel 1911, di tutta la zona sottostante, a partire dalla attuale Galleria Nazionale.  Il nome che il proprietario aveva dato alla villa era la Nuova Officina in quanto proprio in questo sito Bazzani aveva sistemato la “vecchia officina”, cioè il suo studio che lui chiamava “officina”, durante lo svolgimento del grande cantiere.
A fianco, vediamo Villa Carrega di Lucedio, una grande villa in posizione panoramica verso la valle del Tevere, il cui profilo è uno dei simboli di questo lato di Monti Parioli, ben visibile anche da lontano.  Realizzata nel 1917 su progetto di Giovan Battista Milani per il principe Carrega di Lucedio, ve la dovete immaginare come una villa nata per ospitare solo una famiglia e la sua servitù.  Oggi, dopo un paio di cambi d’uso, tutti accompagnati da pesanti ampliamenti, sembra una palazzina!
(1) Il primo ampliamento è stato realizzato, con progetto di Tullio Passarelli, nel 1955 per ospitare la casa generalizia della Congregazione delle Ancelle del Sacro Cuore di Gesù, un ordine religioso femminile.  Nel grande salone da ballo della villa è realizzata la Cappella che per anni è stata frequentata dagli abitanti delle strade intorno.  Le pareti erano in boiserie stile Ottocento, residuo della villa precedente, e si favoleggia che per un certo periodo fosse stato esposto, sul cuore della statua della Madonna sull’altare, un grosso diamante, donato da una signora molto devota,  uno straordinario ex-voto che procurava alle suore una certa preoccupazione per i ladri.
Tullio Passarelli è stato un architetto che ha realizzato diverse scuole e istituti religiosi.  Sono sue il complesso della basilica di Santa Teresa a corso d’Italia, l’Istituto San Gabriele a viale Parioli, il liceo Azzarita in via Tommaso Salvini.
(2) Il secondo ampliamento c’è stato nel 2011, quando la villa è venduta dalle suore a una società immobiliare che ha operato una profonda ristrutturazione e ampliamento che ne ha compromesso l’eleganza ma ha permesso di realizzare diverse lussuose abitazioni.
Sul lato nord della piazza sorge una palazzina in cui tutti i balconi hanno un panorama verso il Tevere e San Pietro.  Sembra una palazzina è invece un villino multifamiliare costruito dopo la guerra da Luigi Piccinato, Sergio Radiconcini e Bruno Zevi.  E’ la prima costruzione moderna in questa area dove allora sorgevano solo grandi ville.
Questo edificio è appunto pensato come una serie di ville sovrapposte in cui ciascuno dei tre alloggi è stato calibrato sulle esigenze del nucleo familiare che lo abita.  Il rifiuto del “piano tipo”, che caratterizza ogni palazzina, è percepibile anche nel fronte aperto verso la valle del Tevere, caratterizzato dai grandi balconi panoramici, in cui traspare la volontà di legare il più possibile i vari ambienti in uno spazio continuo divisibile da pannelli scorrevoli e divisori trasparenti (rompendo quella che chiamano la «scatola muraria» di un edificio).

Scendiamo lungo via Francesco Iacovacci (pittore romano 1838-1908) e,

dopo averla vista dall’alto, ci fermiamo davanti al cancello della Casina del Curato detta anche Casina di Raffaello (grande pittore che qui, probabilmente, non c’è mai stato).
Davanti a noi, vediamo un piccolo edificio rinascimentale, con una torretta e una graziosa loggia. Sulla facciata, si intravede ancora la decorazione a graffiti in chiaroscuro imitanti bugne a punta di diamante.
La Casina è una costruzione realmente antica.  Sappiamo che fu realizzata a fine Quattrocento nel podere di papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia) utilizzando una torretta di epoca anteriore.  Diventa poi un casale della villa del cardinale Poggi e successivamente entra a far parte del grande complesso di Villa Giulia.  Successivamente appartiene ai Colonna (proprietari della vicina Villa Borromeo) ed è visibile in una pianta del 1617 e indicata come “edificio ad uso del vignarolo”.   Nel 1849, come molti edifici in quest’area, è danneggiata dai cannoneggiamenti dei francesi contro i difensori della Repubblica Romana.  I Francesi infatti, non riuscendo a sfondare il fronte dei difensori di Roma al Gianicolo, decidono di entrare da Ponte Milvio, aggirando così la resistenza dei patrioti romani.
Intorno al 1900, la proprietà passa ai Balestra.
Con la realizzazione del viale dei Martiri Fascisti (oggi viale Bruno Buozzi) e lo smembramento di villa Balestra, la proprietà della casina e del terreno degradante verso viale Bruno Buozzi passa al comune di Roma che,  in considerazione della “notevole importanza paesaggistica” della casina, assoggetta l’area a vincolo (1938).  Abbandonata per parecchi decenni, nel 1990 la Casina è stata affidata in concessione al Circolo della Pipa ed è oggetto, nel corso degli anni, di importanti lavori di restauro.  Il Circolo della Pipa è un club esclusivo (i soci sono poche decine) fondato da Fausto Fincato, titolare dell’omonima storica tabaccheria di via della Colonna Antonina a Roma, a due passi da Palazzo Chigi e Montecitorio
Superata la Casina scendiamo a viale Buozzi utilizzando delle scalette.  ????  e DA VERIFICARE

Arrivati al termine della strada, a destra ci sono due palazzine gemelle in barocchetto romano, le Palazzine Ambrosio,

realizzate a  inizio Novecento dalla famiglia Ambrosio.  All’ingresso una grande lapide ricorda la Medaglia d’Oro al Valor Militare Vincenzo Ambrosio caduto in Albania nel 1941.
Queste due palazzine sono famose in quanto immortalate da Giorgio De Chirico nel suo primo periodo romano (dal 1919 al 1924) quando abita a piazza di Spagna ed è solito passeggiare lungo la via Flaminia, senza mai stancarsi di vedere le costruzioni, più o meno antiche, lungo la via consolare.    Le due Palazzine Ambrosio, sovrastate appunto dalla rupe di Villa Balestra e stilizzate, sono ritratte nel suo dipinto “Villa Romana”, una grande tempera su tela, del 1922, oggi a New York in una collezione privata.   Nel dipinto si distinguono sugli edifici un Apollo e l’Eschilo del Louvre e notiamo così che De Chirico in questa opera inserisce delle statue, invece dei manichini utilizzati nei dipinti precedenti.

A sinistra, nell’angolo tra viale Buozzi e viale Belle Arti vediamo un cartello stradale veramente di lusso. C’è scritto l’attuale nome della strada, via Bruno Buozzi, ma il realtà il cippo nasce per segnalare il nome originario della grande strada: viale dei Martiri Fascisti.

Dall’altra parte della strada davanti a noi, c’è la basilica minore di Sant’Eugenio,

parrocchia di una vasta zona del quartiere Flaminio e del quartiere Pinciano, affidata alla Prelatura Sanctae Crucis et Operis Dei, cioè all’Opus Dei.
E’ dedicata a papa Eugenio I romano, pontefice del VII secolo, ma una colossale statua in cui riconosciamo papa Pio XII sull’altare ci fa capire a chi veramente sia stata dedicata la basilica.
La storia inizia nel 1942 quando cade il 25° anniversario della consacrazione episcopale di papa Pio XII Pacelli e il mondo cattolico vuole offrire al Santo Padre une dono.  Il Pontefice suggerisce che le oblazioni servano a erigere un tempio in una nuova zona di Roma, particolarmente estesa ma priva di edifici per culto e di assistenza parrocchiale, i Monti Parioli, e acconsente che la nuova chiesa sia dedicata al santo del suo nome di battesimo: papa Eugenio I.
Tra le offerte vi è quella dell’area su cui sorge la chiesa, da parte dei Cavalieri di Colombo.
Nel 1943, in pieno periodo bellico, il papa benedice la pietra dedicatoria, in marmo “tratto dalle mistiche oscurità delle grotte vaticane”. La pietra è tuttora ben visibile nella cripta della chiesa ed è ben leggibile l’iscrizione che vi è incisa.
Ma la guerra è in corso e, nello stesso anno. la situazione a Roma precipita.  I lavori sono sospesi ed è possibile riprenderli solo nel 1947.   La costruzione della chiesa è ultimata nel 1950, anno del grande Giubileo in cui è inaugurata via della Conciliazione e l’influenza della Chiesa sulla Democrazia Cristiana (e quindi sul nuovo Stato repubblicano) è molto forte.
Sant’Eugenio è una basilica modernissima ma costruita secondo i dettami dell’architettura classica romana, con archi, colonne, cupola, e piena di opere d’arte come le chiese rinascimentali di Roma.  Che la tradizione di Santa Romana Chiesa sia rispettata in pieno è evidente nel “sepolcreto” in cui viene conservata la piccola pergamena papale di consacrazione della chiesa, racchiusa con le reliquie di San Lorenzo, Sant’Agnese, papa Pio V, San Filippo Neri, San Nicola della Flue, Santa Caterina da Siena e Santa Francesca Saverio Cabrini.
Nel 1951, papa Pio XII consacra l’altare maggiore con la sua grande statua bronzea, la chiesa viene dichiarata basilica minore e diviene parrocchia di un vasto territorio tra Santa Maria del Popolo, Santa Croce al Flaminio e il Sacro Cuore Immacolato di Maria a piazza Euclide.

Cavalieri di Colombo

I Cavalieri di Colombo sono la più grande organizzazione cattolica di servizio, nata negli Stati Uniti nel 1882.
A Roma, i Cavalieri hanno una sede sportiva a lungotevere Flaminio 87, progettata da Ernesto Lapadula (il progettista del Palazzo della Civiltà noto col nome di Colosseo Quadrato) aderendo ai canoni di un raffinato razionalismo, e i campi di calcio davanti a noi.  Sono loro che prima della seconda guerra mondiale hanno acquistato tutti i terreni di Villa Borromeo e donano alla Chiesa l’area su cui è sorta la Basilica di Sant’Eugenio.
Molti dei primi membri erano immigrati italiani, che spesso facevano i lavori più pericolosi e vivevano in condizioni antigieniche. Una missione primaria dei Cavalieri era quella di proteggere le famiglie contro la rovina finanziaria causata dalla morte del capofamiglia.
Oggi l’Ordine offre una struttura moderna e vanta il rating più alto tra le assicurazioni americane, pari a quello del governo degli Stati Uniti.  La confraternita ha assunto un potere enorme attraverso l’adesione di circa 2 milioni di soci.  In Italia è arrivata nel dopoguerra.  Tutte le cerimonie e riunioni di lavoro dell’Ordine sono limitate ai membri (tutti uomini) che non possono rivelare alcun dettaglio dei cerimoniali all’esterno dell’organizzazione.
Nell’anno 2010 l‘ordine ha dato più di US $ 154 milioni direttamente alla carità  ed eseguito oltre 70 milioni di ore-uomo di volontariato. Oltre 413.000 litri di sangue sono stati donati.  Per il loro sostegno alle comunità ecclesiali e locali, nonché per i loro sforzi filantropici, l’Ordine si riferisce spesso a sé stesso come “braccio destro forte della Chiesa”.

Siamo arrivati alla fine della nostra passeggiata. Grazie per la vostra pazienza e arrivederci alla prossima.

Fine

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