Passeggiata da piazza Fiume a Porta Pinciana di Andrea Ventura

Descrizione della passeggiata Roma2pass DA PORTA SALARIA A PORTA PINCIANA, preparata da Andrea Ventura.

Nell’ambito dell’Evento del Comune di Roma, “Camminare in città” il Comitato Mura Latine ha organizzato, per domenica 26 settembre 2021, una giornata delle Mura alla quale ha invitato i soci AMUSE ad illustrare le porzioni di Mura che interessano il Municipio Secondo. 

Il tratto di Mura Aureliane del quale ho scelto di occuparmi è quello che va dall’antica Porta Salaria a Porta Pinciana. Poiché non ho idea del livello di conoscenza delle Mura Aureliane che hanno i miei interlocutori faccio una breve introduzione e descrivo di che cosa mi occuperò in un’ora e mezza di passeggiata.

Le Mura di Roma sono il monumento più imponente della città, ma quasi nessuno ci fa caso. Questa difesa, realizzata tra il 271 ed il 275 sotto l’Imperatore Aureliano e poi rafforzata e modificata da Massenzio e Onorio, ha protetto (o, perlomeno, ha tentato di proteggere) Roma fino alla caduta dello Stato Pontificio nel 1870, vuol dire per circa 1600 anni.

Solo Nanchino ha mura più possenti e lunghe di queste, furono realizzate sotto i Ming tra il 1366 ed il 1393, e costituivano un quadruplo circuito di difesa, mura esterne per 60 km, completamente distrutte, e mura interne lunghe originariamente 35 km dei quali rimangono 22 km, alle quali si aggiungevano le Mura Imperiali che proteggevano al suo interno le Mura del Palazzo che formavano la città proibita.

Le altre mura più possenti e famose dell’antichità sono quelle di Bisanzio realizzate prima da Costantino tra il 324 ed il 336 e poi da quelle di Teodosio che le hanno sostituite. Costruite tra 391 d.C ed il 439 d.C sono famose per il sistema di protezione a doppia cinta per una lunghezza di 6,5 Km.

Tutte le mura di difesa delle città, in tutto il mondo sono state oggetto di grandi interventi di distruzione tra l’Ottocento e il Novecento, in tutto il mondo, Cina compresa. Le ragioni di una simile devastazione sono molteplici, da uno sciocco concetto di “modernizzazione” alla “salubrità”, dalla mera speculazione edilizia al bisogno di dare lavoro ai disoccupati. Fatto sta che moltissime città, specialmente nel Nord Italia ed in Europa non hanno più questi “confini” che individuavano la città vecchia.

Aureliano

Le Mura Aureliane furono realizzate dall’Imperatore Lucius Domitius Aurelianus nato a Sirmio, ossia Sremska Mitrovica in Serbia il 9 settembre del 214, acclamato Imperatore nel dicembre del 270 ed assassinato, praticamente senza ragione, da una assurda congiura degli equivoci, a Caenophrurium nei pressi di Bisanzio il 25 settembre del 275.  Aureliano è ricordato quasi esclusivamente per aver edificato la cinta muraria di Roma, ma in realtà fu un grande imperatore che meriterebbe di essere celebrato per molte altre imprese di grande importanza. Valentissimo generale agli ordini dell’Imperatore Claudio il Gotico (213 – 270), alla morte di Claudio, pose rapidamente fine alle ultime resistenze dei Goti, accettò la nomina ad imperatore alla fine del 270 e da subito fu impegnato a sconfiggere le  tribù barbare che dall’Europa orientale invadevano il nord Italia: Goti, Jutungi, Vandali, Alemanni e Marcomanni. La guerra contro queste due ultime tribù fu funestata nel gennaio del 271 da una pesante sconfitta a Piacenza. Ne conseguì che Roma era praticamente indifesa dai barbari che stavano discendendo la penisola. In città ne nacque una rivolta violentissima, alla quale presero parte, tra gli altri, i dipendenti della zecca, che formavano una vera corporazione. Aureliano, sconfitti definitivamente Alemanni e Marcomanni a Fano ed a Pavia, tornò a Roma, e soffocò nel sangue la rivolta. Tuttavia la corsa dei barbari verso Roma lungo le vie consolari, l’Emilia prima e la Flaminia poi, convinse l’Imperatore a  dare forte impulso alla costruzione di una cinta muraria in grado di arginare un eventuale ulteriore attacco a Roma. Inoltre, le implicazioni organizzative, finanziarie e gestionali di questa grandiosa opera, diedero il destro all’Imperatore per concepire una vera rivoluzione dell’apparato dello Stato, che ponesse fine alle rivolte interne. Domata la rivolta interna, l’Imperatore si dedicò ad eliminare i residui focolai autonomisti che si erano nel frattempo consolidati nell’Impero. Mosse tra l’altro contro Zenobia, che aveva proclamato il Regno autonomo di Palmira in Siria e che, nel 274 fu portata in catene (d’oro) nel trionfo di Aureliano ma ebbe risparmiata la vita e visse tranquillamente a Tivoli nei pressi di Villa Adriana, forse in località Bagni della Regina, per il resto dei suoi giorni. Mentre sistemava le questioni politico-militari e procedeva nella costruzione della nuova imponente cinta muraria, l’Imperatore avviò una estesa riforma monetaria, conclusa nel 274, stabilendo che le Zecche dell’Impero fossero solo 10 da ben 540 che erano, ma soprattutto costringendole ad abbandonare la produzione locale in bronzo, per adottare un’unica moneta basata sul tipo di quella emessa dalla zecca di Roma, che ritornava così ad essere il centro monetario dell’Impero. Inoltre impose, nella monetazione così come in tutti i documenti pubblici, l’uso esclusivo della lingua latina. Unica eccezione Alessandria d’Egitto, che potè continuare la produzione dei suoi tetradrammi, con legende in lingua greca. La riforma monetaria ridiede un ruolo preminente all’aureo,  intervenendo sulle monete divisionali, con nuove caratteristiche rispetto alla produzione scadente dei decenni precedenti. Le innovazioni sulla monetazione ebbero un effetto di deflazione e, al tempo stesso, di inflazione dato che il valore corrente valeva ben più del  metallo pregiato in essa contenuto. Ciò era dovuto anche al fatto che l’Impero, dopo circa 150 anni, aveva perduto la provincia della Dacia con le sue miniere d’oro e d’argento. Gli effetti dell’inflazione, le riforme amministrative e monetarie e l’immenso cantiere delle Mura, convinsero l’Imperatore a concepire un vero nuovo bilancio dello stato che finanziasse i lavori pubblici e tenesse a bada le maestranze. In pratica un vero PNRR ante litteram. Inoltre Aureliano introdusse importanti novità in campo religioso, consolidando nell’Impero il culto del Sole, e l’istituzione ufficiale del culto del Sol Invictus, indicendo una festività dedicata alla nascita del Sole, che cadeva proprio il 25 dicembre. Il Tempio del Sole, le cui spoglie sono in San Silvestro in Capite, aveva, tra le altre cose, il monopolio della mescita del vino ed anche in questo caso la riforma sociale e quella finanzaria si fusero in quanto lo stato guadagnava sulle gabelle derivanti dalle vendite del vino che avveniva presso il Tempio.  Nonostante tutte queste importanti riforme che modrrnizzarono lo Stato, nel 275, Aureliano fu vittima di una meschina vendetta da parte di un segretario infedele che, rimproverato e minacciato di punizioni, si inventò e fece circolare una lista di condanne a morte di importanti ufficiali dell’esercito, che attribuì alla volontà dell’imperatore. Questi ufficiali caddero nella trappola ed ordirono un complotto che portò all assassinio di Aureliano presso Bisanzio.

Le Mura Aureliane

Come abbiamo detto, Aureliano decise di dotare Roma di una nuova cinta muraria quando si rese conto che le difese “esterne” dell’Impero potevano cedere e permettere a popoli ben determinati ed equipaggiati di raggiungere rapidamente Roma utilizzando la rete di Strade consolari, cosa che nei secoli successivi si verificò puntualmente. I tempi di percorrenza sulle vie consolari romane variavano da un minimo di 20 miglia (31 km) / giorno per un viaggiatore a piedi ad un massimo di 80-100 miglia  (124 – 155 km) al giorno per una staffetta di corrieri governativi a cavallo, con un valore medio giornaliero, stabilito per il servizio postale, di circa 45 miglia (70 km)/giorno. Ciò voleva dire, per esempio, che gli Jutungi, dopo la battaglia di Piacenza si erano già messi in viaggio lungo la via Emilia e poi la Flaminia, (262 km tra Piacenza e Rimini e 345 km tra Rimini e Roma in totale 607 km), ed anche alla velocità “lenta” di 30 km/giorno, in 20 giorni sarebbero potuti arrivare a Roma. Ed infatti, Aureliano, dopo Piacenza, “riprese” gli Iutungi a Fano, dopo neanche un mese dalla sconfitta, li costrinse a tornare sui propri passi ed infine li sbaragliò a Pavia. Questo però voleva dire che Roma era “scoperta”, il pericolo era troppo grande ed i tempi per creare una cinta muraria che difendesse la città erano stretti. In realtà Roma aveva la sua antica cinta muraria, le Mura Serviane, ma con il passare dei secoli, la città si era espansa ben aldilà del Pomerio delle sue antiche mura. La cinta muraria romana era stata fatta costruire da Tarquinio Prisco, (del resto le città dell’Etruria e del Lazio erano già munite di cinte murarie fin dal VI sec. a.C.) e poi vennero ampliate e dotate di un fossato dal successore, Servio Tullio, dal quale presero il nome. L’opera era stata realizzata in Saxo Quadrato e con tufo di Grotta Oscura (in blocchi squadrati di cappellaccio di tufo), probabilmente con l’ausilio di maestranze Siracusane. Su questa cinta di mura si apriva una porta per ogni altura: la Mugonia per il Palatino, la Saturnia (o Pandana) per il Campidoglio, la Viminalis, l’Oppia, la Cespia e la Querquetulana per i colli di cui portano il nome (Querquetulum era l’antico nome del Celio) e la Collina (per il collis Quirinalis). La porta del “Colle” Quirinale, porta Collina, fu da sempre teatro di battaglie ed invasioni a cominciare nel 508 a.C., con Porsenna, che assediò da qui la città, finché Muzio Scevola non lo convinse a chiudere le ostilità, poi ancora nel 449 a.C  la plebe entrò e poi uscì diretta a Monte Sacro, e ancora, nel 390 a.C., passarono di qui i Galli che si spinsero fin sul Campidoglio. Sempre per Porta Collina, poi,  erano arrivati i Sabini nel 284 a.C., i Fidenati e i Veienti nel 319 a.C., ed i Prenestini nel 376 a.C. E ancora fu proprio a Porta Collina che nel 217 a.C., durante la seconda guerra punica, Annibale si avvicinò con 2.000 cavalieri numidi per contemplare la città che per fortuna non prese mai. Infine questo era stato, nell’82 a.C., il sito fuori del quale si combatté la battaglia di Porta Collina, in cui Silla annientò l’ultima resistenza dei partigiani di Mario. Dalla Porta Collina uscivano le vie Salaria e Nomentana, in prosecuzione del vicus Portae Collinae che scendeva direttamente dal colle Quirinale. Questo vicus era la prosecuzione dell’antico percorso viario Alta Semita (oggi via del Quirinale-via XX Settembre), e subito al di fuori della porta si ergeva il santuario dedicato a Venus Erycina, o Venere di Erice, il cui culto si diffuse a Roma a partire dalla Sicilia durante la I guerra punica (264-241 a.c.). Fuori Porta Collina si trovava poi il “campus sceleratus”, dove venivano sepolti i condannati a morte e le Vestali che non avevano osservato il voto di castità. Il sito esatto dove sorgeva Porta Collina è stato individuato nel 1872 quando si scavò per la costruzione del grande palazzo del Ministero delle Finanze progettato da Raffaele Canevari. All’angolo tra Via XX Settembre e via Goito, vennero alla luce le fondazioni della Porta delle Mura Serviane, ma con grande scandalo di Rodolfo Lanciani furono distrutte “con la dinamite”. L’unica memoria che rimane di questa porta è nel nome di una strada che corre da via Flavia a via Calabria in direzione proprio del sito dove si trovava la porta. Per definire il tracciato delle nuove Mura gli architetti militari di Aureliano decisero di seguire il perimetro daziario dell’Urbe che era stato segnato da Marco Aurelio e Commodo. Ciò permetteva non solo di includere praticamente tutto l’abitato effettivo di Roma, ma di far combaciare un limite “fiscale” con un limite “fisico”. La coincidenza della cinta Daziaria con le Mura Aureliane rimase in vigore fino a dopo il 1870 quando il Regno d’Italia decise di estendere l’abitato di Roma oltre le Mura Aureliane. La scelta di Aureliano di inglobare nel recinto di mura tutte le nuove espansioni della città comportava un impegno immenso, le nuove mura sarebbero state lunghe circa 19 km, (contro gli 11 km delle preesistenti Mura Serviane), e  realizzate in laterizio. Il progetto era improntato alla massima velocità e semplicità strutturale, oltre, ovviamente, a una garanzia di protezione e sicurezza. Ciò che è meno evidente del progetto di Aureliano, è che le mura non avrebbero avuto solo una funzione di difesa “esterna”, ma anche un ruolo di “ordine pubblico interno”. I recenti tumulti avevano messo in evidenza come gli interventi di polizia alla quale erano chiamati i pretoriani alloggiati nel Castrum Pretoriano, a supporto dei “Vigiles”, che dovevano sorvegliare tutte le 14 regioni  dell’Urbe con 423 quartieri ed oltre 147.000 edifici che in larga parte erano insulae di legno che alloggiavano più di un milione di abitanti, era un compito improbo e difficile. All’interno delle viuzze delle varie Regiones dell’Urbe, la concentrazione della popolazione e la densità abitativa era altissima. Se ipotizziamo un milione di persone dentro le Mura Aureliane raggiungiamo una densità di 740 abitanti per ettaro. Per dare un’idea, a parità di condizioni i quartieri centrali di Hong Kong ne hanno 1600,  Bombay 1160 e Calcutta 1000 . Un vero inferno sia per l’ordine pubblico che per la sicurezza. Ne consegue che Aureliano ideò la cinta muraria come un Raccordo Anulare di sicurezza, nel quale le truppe potevano rapidamente spostarsi lungo i camminamenti partendo dai casermaggi in genere localizzati presso le Porte che erano dei veri e propri castelli collocati in corrispondenza, sì delle vie consolari, ma anche in corrispondenza di otto delle quattordici regiones amministrative dell’urbe. I lavori, iniziati nel 271, furono portati avanti piuttosto velocemente e dovettero essere quasi terminati alla morte dell’imperatore, anche se vennero condotti a termine con Probo (279).  L’inserimento di edifici già esistenti nelle mura conferma la fretta che presiedette ai lavori, lungo il percorso furono infatti riutilizzati molti edifici, alcuni dei quali di grandi dimensioni quali i Castra Praetoria, le arcate dell’Acquedotto Claudio, l’Anfiteatro Castrense, il muro di sostruzione degli Horti degli Acilii con il “Muro Torto” sul Pincio e la Piramide di Caio Cestio. In diverse occasioni i muri romani civili preesistenti furono irrobustiti tamponando archi, aumentando gli spessori o consolidando le parti di costruzioni non destinate ad usi militari. La nuova cinta muraria tracciò un perimetro grosso modo circolare attorno alla città per una lunghezza complessiva di quasi diciannove chilometri (18.837,5 m, secondo il Lanciani). L’alzato delle Mura consisteva in un nucleo cementizio composto da ingenti quantità di malta frammista a pezzami di tufo, rivestito di cortine laterizie su entrambi i lati, per uno spessore totale di ca. 3,5 – 3,7 m. Questa struttura venne eretta per ca. 7 m, al di sopra di una fondazione in cementizio senza paramenti, leggermente più spessa delle Mura stesse. Con l’aggiunta del parapetto merlato sul lato esterno del cammino di ronda scoperto, l’altezza complessiva della struttura arrivava a ca. 8 m sopra il livello del suolo. 
Il circuito venne rafforzato con 383 torri quadrate, sporgenti dalla facciata esterna e distanti 100 piedi romani (29,6 m) l’una dall’altra, la maggiore parte delle quali dotate di una base solida e di una camera all’altezza del cammino di ronda. Il circuito di Aureliano era provvisto di sedici porte principali, di cui tre in Trastevere, generalmente poste in corrispondenza con le principali vie consolari, mentre un numero analogo di porte secondarie, posterule, di dimensioni variabili si apriva su alcune strade secondarie. Altre cinque o sei posterule nel tratto nord delle Mura lungo il Tevere, ricordate in fonti medioevali, collegavano il Campo Marzio con gli scali fluviali e, attraverso il ponte Elio, il mausoleo di Adriano/Castel Sant’Angelo e la zona del Vaticano. I tre gruppi di porte seguivano uno schema che sostanzialmente ancora oggi risulta essere valido, e cioè: Porte di «prima classe», istallate lungo le quattro vie allora più frequentate della città, Portuense, Ostiense, Appia e Flaminia, vantavano una facciata in travertino a doppio fornice, fiancheggiata da due torri semicircolari. Quelle di «seconda classe», quali le Porte Latina, Tiburtina, Nomentana e Salaria, si presentavano con torri semicircolari simili, ma con una facciata in mattoni a fornice unico. Le porte di «terza classe» erano semplici varchi aperti nelle cortine laterizie tra due torri quadrate normali, come la Porta Metronia e l’Asinaria, e difficilmente si distinguevano dalle posterule maggiori. Infatti le quattro o cinque porte che solitamente si aggiungono alle undici porte di «prima» e «seconda» classe sono quelle ingrandite e abbellite in epoche posteriori, principalmente sotto Onorio (384 – 423). Va notato che la maggior parte dei paramenti murari della fase aureliana furono pesantemente rimaneggiati durante la campagna edilizia onoriana, impegnativa quasi quanto il cantiere di Aureliano, che raddoppiò l’altezza dell’intero circuito tramite la costruzione di muri alti ca. 6 m che sorsero sopra il cammino di ronda aureliano. Sempre composte di un nucleo cementizio rivestito di mattoni, le cortine onoriane vennero realizzate in due varianti principali. Quella più semplice, impiegata laddove il circuito, costeggiando i rilievi naturali del terreno, rafforzato dalla mole della terra retrostante, consisteva in un muro spesso 6 piedi romani (177,6 cm) coronato da un cammino di ronda stretto e con un parapetto merlato. In questi tratti, ciascuna campata fu munita di due nicchie coperte ad arco, ricavate nello spessore del muro al livello del cammino di ronda aureliano, ognuna con una feritoia per arcieri. Nell’altra variante,quella più diffusa, tutta la larghezza del nucleo sottostante aureliano era occupata da una galleria coperta, scandita da archi aperti sul lato interno, nel cui lato esterno, leggermente meno spesso (4 piedi romani; 1,20m), erano disposte sette piccole nicchie coperte ad arco per ogni campata, poste in corrispondenza con gli archi retrostanti. Allo stesso tempo, le torri e le porte furono rialzate di un piano, ed il secondo piano delle torri fu dotato di uno spazio adatto ad ospitare una balista. Le porte principali ricevettero nuove facciate in marmo o travertino e alcuni varchi secondari, come la porta Asinaria, vennero monumentalizzati con l’aggiunta di torri semicircolari costruite ex novo, insieme alle facciate in travertino a fornice unico. Questa fase può collocarsi con sicurezza nel regno di Onorio, tra il 401 e il 403 d.C

Porta Salaria

Porta Salaria fu aperta nelle Mura Aureliane aldilà  del Campus Sceleratus  fuori Porta Collina sulla “via Salaria nova“. Trattandosi di una porta di seconda categoria era dotata di un solo fornice e difesa da due torri semicircolari. La porta originaria fu demolita nel 1871 dopo essere stata gravemente danneggiata dai cannoneggiamenti del 20 settembre 1870. Nel 1873, tuttavia, Vincenzo Vespignani ricevette l’incarico di ricostruire la porta la quale, però, fu definitivamente demolita nel 1921 per motivi di viabilità. Il Progetto realizzato da Vespignani era particolare in quanto la porta era costituita da un vasto corpo centrale che sul lato interno era dotato di tre fornici ad arco, mentre sul fronte esterno aveva un solo fornice. Sul lato interno, inoltre, sorgeva una famosa osteria chiamata “La Torre di Belisario”. La porta romana originale era ad un solo fornice, con un arco in pietra sormontato da una cortina in mattoni, ed era affiancata da due torri semicircolari, con due diverse dimensioni: l’orientale aveva un diametro di quasi 7,60 metri, mentre l’altra raggiungeva i 9,20. Probabilmente anche le altezze delle due torri erano diverse e non altrimenti che il resto delle mura, anche la Porta Salaria includeva costruzioni preesistenti, al duplice scopo di velocizzarne la costruzione e di rimuovere possibili punti d’appoggio per eventuali assedianti. Ciò era tanto più naturale in quanto lungo la Salaria sorgeva il Sepolcreto Salario (tra i più vasti antichi cimiteri dei dintorni dell’Urbe). Molti monumenti sepolcrali vennero perciò completamente inglobati nelle torri, con i rivestimenti in travertino che spiccavano sullo sfondo della struttura in mattoni. La dimostrazione di ciò deriva anche dal fatto che dalla demolizione della torre orientale, nel 1871, sono venuti alla luce due monumenti sepolcrali inglobati nella costruzione. Il primo, databile alla fine del I secolo a.C., è formato da un ambiente quadrangolare con muratura in blocchi di tufo ornata da lesene e da una cornice e non è stato identificato mentre il secondo è la tomba di Sulpicio Massimo, oggi collocati all’incrocio tra via Piave e via Sulpicio Massimo all’interno delle mura accanto ai resti di un edificio quattrocentesco, rimaneggiato nel ‘900 che faceva parte del corpo di guardia della porta. Il portale su via Piave a pochi metri da dove sorgeva Porta Salaria da accesso a un piccolo isolato all’interno delle Mura aureliane, “tagliato” da via Sulpicio Massimo realizzata con la nuova apertura delle mura per alleggerire il traffico di piazza Fiume. C’è anche una fontana. Era la parte posteriore dello studio di Ettore Ferrari ricavato da una serie di vecchie abitazioni addossate alle mura tra la porta e Villa Paolina. Ettore Ferrari (1845-1929) scultore celebrativo, buona parte delle sue opere raffigurano grandi protagonisti del Risorgimento, politicamente impegnato nel movimento democratico e repubblicano. Il suo studio di Porta Salaria fu teatro di riunioni e accesi convegni politici. Nel 1897 tra queste mura fu pianificata la spedizione garibaldina in Grecia. Qui furono tenute numerose riunioni con la carboneria romana e i rappresentanti dell’Alleanza Repubblicana Universale, per mantenere vivo in Italia l’ideale repubblicano. Suo è il monumento a Giordano Bruno a piazza di Campo de’ Fiori inaugurato nel 1889. L’artista eseguì anche diverse statue di Giuseppe Garibaldi ed anche il grande monumento a Giuseppe Mazzini sull’Aventino di Roma, dove in appositi medaglioni sono ricordati anche altri protagonisti del Risorgimento, tra cui Goffredo Mameli, Carlo Pisacane, Aurelio Saffi. Dalla demolizione della torre occidentale di Porta Salaria vennero alla luce diversi blocchi di travertino appartenuti alla cosiddetta tomba Cornelia, con una parte dell’iscrizione funebre incisa a grandi lettere: ”Figlia di Lucio Scipione e moglie di Vatieno”, oggi collocata pochi metri ad ovest di piazza Fiume (verso il Muro Torto), presso i resti di un altro sepolcro a tumulo circolare con rivestimento marmoreo, a basamento quadrangolare di travertino e coronamento con rilievi di bucrani, databile alla fine del I secolo a.C. Sul selciato di Piazza Fiume è ancora visibile il tracciato del tratto di mura demolito “disegnato” con cubetti di porfido che delineano anche la pianta delle due torri, mentre una lastra di marmo indica dove si trovava il fornice originario della porta. Nella torre di sinistra erano inglobati due monumenti funerari: uno, databile alla fine del I secolo a.C., è formato da un ambiente quadrangolare con muratura in blocchi di tufo ornata da lesene e da una cornice. Adiacente a questo vi è un secondo monumento funerario databile alla fine del I secolo d.C. e dedicato al poeta adolescente Quinto Sulpicio Massimo. Si tratta di un cippo di marmo pentelico alto circa 1,61 metri, coronato da un timpano con acroteri angolari, al centro del quale, entro una nicchia semicircolare, è raffigurato in altorilievo il giovinetto in toga con un “volumen“, in parte svolto, nella mano sinistra. La scritta “DEIS MANIBUS SACRUM” separa la parte superiore da quella inferiore, interamente occupata da un’iscrizione dedicatoria in latino ed in greco, dedicata al giovane poeta dai genitori “infelicissimi” Quinto Sulpicio Euganeo e Licinia Ianuaria. Il fanciullo morì alla tenera età di 11 anni “essendosi indebolito e ammalato per il troppo studio e l’esagerato amore per le Muse”, dopo aver gareggiato con altri 52 poeti alla terza edizione del “Certamen capitolino“, nel 94 d.C., suscitando meraviglia ed ammirazione nei giudici, pur non vincendo. Il poema scritto dal fanciullo è riportato, in greco, ai lati della statua ed ipotizza i rimproveri di Giove ad Apollo, colpevole di aver lasciato condurre il carro del sole al giovane ed inesperto Fetonte. Il cippo originale si trova ai Musei Capitolini e quello che oggi possiamo ammirare è un calco che fu collocato all’interno delle mura, all’angolo tra via Piave e via Sulpicio Massimo. Sicuramente degna di nota è la presenza, nella parte alta del muro, subito ad est della porta Salaria, di una sorta di garitta semicilindrica poggiata su due mensoloni di travertino: si tratta dell’unica delle 260 latrine (necerrarium), utilizzato dai soldati romani di guardia, che un tempo ornavano l’intera cerchia delle Mura Aureliane, giunta fino a noi in ottimo stato di conservazione.

Seconda parte

Il Sacco di Roma dei Visigoti di Alarico (24 – 27 agosto 410)

Non altrimenti che Porta Collina, anche Porta Salaria, nonostante fosse stata irrobustita da Onorio, subì vigorosi oltraggi. Il Più grave fu quello inferto da Alarico (370 – 410) re dei Visigoti che prima dell’alba del 24 Agosto del 410 trovò i battenti della porta aperti e potè dilagare nella città saccheggiandola per tre giorni.

Non è possibile stabilire con esattezza le modalità dell’ingresse dei Visigoti in Roma che avvenne al termine del terzo assedio portato da Alarico alla città. Che la città cadde con il tradimento, questo sembra confermato dall’assenza di qualunque memoria relativa a fatti d’armi o assalti dei barbari contro le mura.  Inoltre, noi sappiamo che Roma venne conquistata dai Visigoti nel cuore della notte, come scrive San Gerolamo. Il che rafforza la tesi di un’azione di sorpresa, probabilmente favorita dall’interno, non certo quella di una battaglia notturna, che sicuramente non ebbe mai luogo. Rimane più probabile l’ipotesi che l’ingresso dei Visigoti in città sia stato favorito dai loro naturali alleati, i pagani, gli ariani o magari qualche schiavo di razza germanica rimasto, suo malgrado, sotto il giogo degli antichi padroni.

I Visigoti, quasi appena penetrati in città appiccarono il fuoco ai grandiosi Horti Sallustiani, situati vicino alla Porta Salaria. Poi continuarono incendi, stupri, devastazioni e violenze di ogni genere che pare risparmiassero solo le basiliche di San Pietro e San Paolo all’interno delle quali poterono rifugiarsi i romani terrorizzati. Ma le altre chiese, i templi e le case furono devastati, come, ad esempio, l’incendio documentato della basilica di S. Maria in Trastevere. Ma vi sono prove che non pochi altri edifici importanti subirono una eguale sorte : nel quartiere aristocratico del Celio andò bruciato il palazzo di Santa Melania e Piniano, due giovani nobili cristiane, ed il palazzo dei Valerii, le terme di Decio, il Tempio di Giunone, del pari andò bruciata la grandiosa basilica Aemilia nel Foro Romano, fra la Curia e il Tempio di Antonino e Faustina; ancor oggi sono evidenti i restauri dell’età di Onorio e il pavimento sovrapposto a quello precedente, del tempo di Augusto. Il fuoco appiccato in più punti ebbe conseguenze assai gravi per i monumenti del passato. Eppure anche da questo colpo l’Urbe avrebbe potuto risollevarsi a sfidare i secoli, se l’incuria degli uomini e il saccheggio medioevale degli antichi edifici non avesse recato alle antiche memorie il colpo decisivo. Le distruzioni monumentali di Alarico, Genserico, Ricimero e Totila non furono niente al confronto di quelle dei Romani medesimi.

Alarico si allontanò da Roma portando con sé un immenso tesoro ed anche, come ostaggio, la sorella di Onorio, Galla Placidia che poi sposò suo cognato e successore Ataulfo. Ma il re visigoto non fece in tempo a raggiungere le provincie del Nord Africa, dove era diretto, perché morì a Cosenza.

Il suo corpo, con il suo cavallo e tutta la sua parte del bottino, narra la leggenda, fu seppellito nell’alveo del fiume Busento le cui acque furono fatte deviare per l’occasione e poi reimmesse nel letto usuale.

L’assedio di Roma degli Ostrogoti di Vitige (2 marzo 537-12 marzo 538)

Dopo la caduta dell’Impero Romano di Occidente, tra il 2 marzo del 537 ed il 12 marzo del 538, Roma dovette subire l’assedio degli Ostrogoti guidati da Vitige. Questo famoso episodio della Guerra Gotica ebbe come protagonista assoluto il generale Balisario.

Il 3 dicembre del 536 d.C, Flavio Belisario (Flavius Belisarius), generalissimo della maestà imperiale romana d’oriente, celebrato per le molte vittorie, invitato da Papa Silverio a liberare Roma dai barbari, entrava in città, dalla “Porta Asinara”(S. Giovanni), con il suo esercito, dopo aver attraversato la “via Latina”. Iniziava la prima parte della guerra gotica. Nel frattempo, gli Ostrogoti, battendo frettolosamente in ritirata, uscivano dalla “Porta Flaminia” (Porta del Popolo), dirigendosi a Ravenna.

Tra i primi di dicembre del 536 e quelli di febbraio dell’anno successivo, Vitige (Witigis o Witiges), re dei Goti, (di famiglia ostrogota non illustre) riunita una forte armata, si presentò sotto le mura dell’Urbe, cingendola d’assedio con sei accampamenti, tra “Porta Flaminia” e la “Prenestina”, mentre un settimo, collocato a Trastevere, impediva i contrattacchi e distruggeva il Ponte Milvio, tagliando agli assediati il traghettamento tra le sponde fiume, minacciando la “Porta Aurelia” e quella trasteverina.

Gli Ostrogoti, inoltre, avevano costruito, intorno ai loro campi, fossati e trincee, e, come tutti i popoli germani, li avevano fortificati con pali aguzzi, per evitare incursioni notturne da parte degli assediati. Nel frattempo avevano tagliato tutti e quattordici gli acquedotti di Roma, con l’intento di fare capitolare la città per sete. Lo stratega bizantino, però, dopo aver assunto la difesa di Porta Pinciana e Porta Salaria, secondo il suo parere più minacciate, fece murare la “Porta Flaminia”. E ricordandosi che, nella conquista dell’Italia meridionale, era penetrato nella città di Napoli, attraverso gli acquedotti, fece ostruire solo quelli che penetravano nell’urbe.

La mancanza d’acqua, nel frattempo, mise in crisi la “Città Eterna”, impedendo ai mulini di funzionare, soprattutto per la scarsità di animali da soma. Belisario, allora, creò “mulini a nave”, ossia fece ancorare sul fiume delle barche, l’una accanto all’altra, e v’impiantò delle mole, che giravano grazie a delle ruote mosse dall’acqua del Tevere. Era iniziata la famosa “guerra di logoramento” che caratterizzava la strategia militare del generale di Bisanzio. Di contro, i Goti cercarono di spazzare il ponte di barche e le mole, con grandi tronchi d’albero immessi nel fiume, e inquinare le acque con cadaveri di nemici morti in battaglia. La contromossa del condottiero orientale non si fece attendere. Chiuse il Tevere con delle catene, distese da una riva all’altra, impedendo ai barbari i loro disegni e soprattutto la navigazione. I mulini cominciarono a funzionare e i romani grazie all’acquedotto Vergine che scorreva in profondità e ad alcuni pozzi sparsi in città, poterono combattere la sete.

Gli Ostrogoti durante l’assedio alla “città eterna” usarono onagri, arieti, testuggini, baliste, torri di legno, fascine per colmare i fossati, eccidi di prigionieri, e persino un trabucco chiamato “Lupo” , una micidiale macchina da guerra che lanciava sassi per distruggere le mura, senza mai riuscire ad annoverare una sola vittoria. Avevano di fronte la grande civiltà militare di Bisanzio e loro erano, ancora, dei popoli barbari. All’apice della “guerra psicologica”, tra Bizantini e Ostrogoti, c’erano i “catafratti bizantini”, (cavalieri ricoperti interamente di armatura ferrea, così come i cavalli di corazze formate da lamine di ferro), figli della tradizione militare sarmata, armena, sasanide e parta, l’unità da guerra più terrificante e temuta del tempo.

All’improvviso, uscendo dalle porte segrete dei bastioni, i “cavalieri della morte” piombavano veloci come il vento sull’esercito ostrogoto, seminando terrore. La prima ondata colpiva la cavalleria gota, con le lunghe e famose lance “Kontarion”, la seconda, la seconda con gli arcieri sterminava la fanteria. Era un tiro a segno, impietoso, un massacro, veloce e pungente, che non dava tregua ai nemici, impotenti a reagire a una macchina da guerra, così rapida e perfetta. Passata l’orda dei “cavalieri neri”, tutt’intorno, regnava il silenzio della morte: I “catafratti” erano spariti nel mistero da cui erano venuti. Anche i cittadini romani compirono atti di eroismo, aiutando i soldati bizantini, giunti in loro aiuto, a lanciare pece e acqua bollente sugli Ostrogoti.

Famoso fu l’avvenimento al Tempio di Adriano, dentro le mura, dove gli assedianti erano penetrati. La popolazione ruppe le statue di marmo del mausoleo e, con un fitto lancio di lastroni, distrusse l’iniziativa dei nemici, che lasciarono sul terreno molti morti. I Goti, allora, tentarono una forte sortita nello stretto passaggio del “Vivarium”, con ingenti forze, ma, essendo una trappola preposta da Belisario, l’attacco si trasformò in un eccidio per i Goti dell’est, che lasciarono sul terreno molte armi e macchine da guerra in fiamme. L’assedio alla “città eterna” durò dal marzo del 537 a marzo del 538 quando Belisario con i catafratti ed i brucellarii uscì da Porta Pinciana e sbaragliò definitivamente Witiges. Dopo questa sortita, le truppe ostrogote, decimate dalla peste, dalla fame, dalla sete e dalle armi, e, dopo aver inviato una delegazione a Bisanzio per una pace onorevole, respinta dall’imperatore d’oriente, si ritirarono con il loro re e tolsero l’assedio all’Urbe.

Nel 539, il re ostrogoto si rifugiò a Ravenna, a causa di una calata devastatrice dei Franchi. L’imperatore, nel frattempo, minacciato dai Persiani (sobillati dallo stesso Witigis, così come affermano gli storici), aderì a una pace con il re dei Goti dell’est. Belisario, però, si oppose fermamente e, quando i Goti, gli offrirono la corona, fece finta di accettare ed entrato, a maggio del 540, in Ravenna fece prigioniero Witiges, la moglie Matasunta, (Mataswintha, che spesso aveva tramato contro il marito, della dinastia degli Amali, figlia del re visigoto Eutarico Amalo e di Amalasunta – Amalaswintha), la corte e confiscò il tesoro regio. A Costantinopoli, Vitige divenne amico di Giustiniano, che lo creò “patricius” dell’impero romano d’oriente. Morì nel 542 e fu l’ultimo sovrano degli Ostrogoti, riconosciuto dall’autorità legislativa imperiale. Mataswinta, “patricia ordinaria”, andò in sposa al nipote di Giustiniano I, Germano, comandante supremo militare in Italia. Lo scopo fu politico: legare gli Amali goti con gli Anici romani.

Piazza Fiume

Piazza Fiume è stata realizzata nel 1921 al momento della demolizione di Porta Salaria ed è una piazza anomala, in quanto è essenzialmente un crocevia, infatti sorge all’incrocio di corso d’Italia con l’asse via Salaria – via Piave a cavallo delle Mura Aureliane. La sua struttura ne impedisce la caratterizzazione come “Piazza” vale a dire come luogo di incontro omogeneo, infatti le funzioni di aggregazione sociale sono suddivise dal traffico veicolare e si concentrano in tre diversi punti della piazza: uno attorno all’area della demolita Porta Salaria, un altro all’incrocio tra via Nizza e via Bergamo ed un terzo davanti all’edificio de “La Rinascente”.

Attorno alla piazza sorgono edifici di aspetto, storia ed epoche differenti, accentuando l’immagine disomogenea di una piazza/non piazza. La costruzione di più forte personalità, anche a causa della sua collocazione, è certamente il palazzo de “La Rinascente” tra Via Salaria e Corso d’Italia, poi c’è l’isolato dietro le Mura Aureliane caratterizzato da fermate di bus urbani e parcheggio di taxi, ed infine alla confluenza tra via Nizza e via Bergamo la piazza da accesso ad un piccolo centro di “movida” costituito da svariate pizzerie, bar e ristoranti che da via Bergamo si snodano fino a Piazza Alessandria e vie adiacenti.

La Rinascente

Il Palazzo de “La Rinascente” a Piazza Fiume è tra le opere più note dell’architettura italiana degli anni ’60, viene realizzato tra il 1960-61 nel quartiere umbertino di piazza Fiume in prossimità delle Mura Aureliane.

Il palazzo sorge su un lotto dove, fino al 1957 vi era un villino costruito nel 1904 dall’ing. Carlo Morichini, autore, tra l’altro del carcere di Regina Coeli. Il Villino era stato realizzato per il fotografo Domenico Anderson, figlio a sua volta del fotografo inglese James Anderson iniziatore delle foto artistiche di Roma, molto apprezzate dai turisti internazionali, che lì aveva casa e studio. Nella foto d’epoca qui a fianco si vede sia il villino Anderson che il villino Calderai, che, in primo piano le rovine della Porta Salaria.

Il progetto, del 1957, viene affidato ai milanesi Franco Albini (1905 – 1977) e Franca Helg (1920 – 1989)  che, attraverso le moderne tecniche dell’acciaio e della prefabbricazione, reinterpretano lo spirito rivoluzionario ereditato dagli architetti lombardi che avevano contribuito alla realizzazione della Roma Barocca, vale a dire, tra tutti Carlo Maderno, Carlo e Domenico Fontana e Francesco Borromini.

L’aspetto della facciata verso la Porta Salaria è quello di un “muro romano” dai colori e dagli effetti di chiaro-scuro che vorrebbe “ricucire” il taglio nelle mura aureliane causato dalla demolizione della Porta Salaria e dei tratti di mura adiacenti.

L’aspetto dell’edificio si consolida in un blocco chiuso, scandito dagli elementi verticali e orizzontali della gabbia strutturale in acciaio a vista. Il risultato è un parallelepipedo definito dallo scheletro metallico con tamponatura in pannelli di graniglia di granito e marmo rosso arretrati rispetto all’intelaiatura, al cui interno scorrono le canalizzazioni degli impianti. L’opera riprende i toni cromatici dell’edilizia storica e in qualche misura intende emulare il ritmo degli edifici barocchi attraverso l’uso delle piegature che producono un effetto contrastato e dinamico tra luce-ombra tale da definire l’aspetto di un masso corrugato, ma anche di una tenda rigida che evoca le pareti di un gigantesco camerino di prova. I marcapiani avanzano rispetto alla facciata assumendo valore di modanatura accentuato anche dalle successioni di architravi, canali per l’illuminazione, canali di gronda. Verso la piazza, il prospetto che guarda le Mura Aureliane è caratterizzato dall’inserimento di una fascia centrale vetrata e arretrata rispetto il piano della facciata che svolge la funzione di “vetrina” a “specchio” capace di riflettere una porzione delle Mura Aureliane.

All’interno vale lo stesso principio, agli ambienti aperti e privi di caratterizzazione formale, Albini ed Helg oppongono la forma sinuosa del corpo scala elicoidale con struttura portante in acciaio, che collega il primo piano interrato con il 6° piano (mentre le scale mobili collegano il primo piano interrato con il quarto piano fuori terra). La scala sembra staccarsi dalle pareti donando a chi la percorre una sensazione di leggerezza, anche in questo caso non è possibile non pensare all’ardita scala elicoidale del ticinese Francesco Borromini a Palazzo Barberini.

Nel 2021, a 60 anni dall’inaugurazione, la Prelios, proprietaria del marchio “La Rinascente”, ha avviato un radicale progetto di Restyling di questo monumento del razionalismo italiano. Tra le principali operazioni previste, ci sono interventi sull’esterno dello storico palazzo, sull’architettura interna e sul brand mix generale, e la realizzazione di elementi architettonici che andranno a dare nuovo carattere e aspetto all’edificio, come l’ascensore esterno, la food hall col market alimentare e il ristorante con vista panoramica e l’area garden oltre che una piazzetta riqualificata lungo il marciapiede. Inoltre le varie vetrate, da tempo opacizzate, torneranno alla trasparenza per un miglior rapporto interno-esterno.

Anche questa sede del marchio di Grandi Magazzini confermerà quindi il suo nome legato alla “rinascita” come ci dice la storia di questa impresa spesso colpita duramente, ma sempre “rinata”. La ditta originariamente nasce a Milano intorno alla metà del XIX secolo come “Commercio tessuti Bocconi”, sarà poi sviluppata, nel 1887 con i fratelli Luigi e Ferdinando Bocconi i quali presero in affitto l’Hotel Confortable, a pochi passi dalla Galleria Vittorio Emanuele II, per adibirlo a grande magazzino chiamato ‘Alle città d’Italia’’. Era il primo in Italia sul modello de Le Bon Marché di Aristide Boucicaut (1852), reso celebre da Émile Zola nel romanzo Au Bonheur des Dames.

Con l’inizio del nuovo secolo le sedi della grande azienda milanese si estendono a Milano, Roma, Genova, Torino, Palermo, Napoli, Venezia, Firenze e Bologna e fanno di Ferdinando Bocconi, rimasto ormai solo alla guida dell’impresa, uno degli uomini più ricchi d’Italia, nominato senatore nel 1906. Nel 1908 tuttavia Ferdinando Bocconi muore, dopo aver creato, in memoria del suo terzo figlio morto nella campagna d’Africa, l’Università Commerciale Luigi Bocconi. E’ così che il complesso entra in crisi, i restanti due figli Ferdinando e Ettore non riescono a portare avanti la stupefacente struttura fondata dal padre.

Durante la prima guerra mondiale l’imprenditore e senatore Giuseppe Cesare Borletti rilevò l’attività dei Fratelli Bocconi ormai sull’orlo del fallimento. Borletti diede una svolta puntando sulla qualità e sull’eleganza senza aumentare troppo i prezzi. Mentre per la fascia medio bassa aprì successivamente un’altra catena di negozi: UPIM, Unico Prezzo Italiano Milano.

Il 27 settembre 1917 nacque così la società “La Rinascente” – nome suggerito dal poeta Gabriele D’Annunzio, amico di Borletti, per simboleggiare la rinascita del negozio,

“È semplice, chiaro e opportuno” fu il commento di D’Annunzio in una lettera all’avv. Leopoldo Barduzzi che era il tramite con Borletti. Tuttavia durante la notte di Natale del 1918, proprio a poche settimane dall’inaugurazione della sede de “La Rinascente” in Piazza Duomo a Milano, un enorme incendio distrusse l’intero complesso e il negozio riaprì le porte al pubblico solo tre anni più tardi.

Per l’occasione, fu chiamato l’artista Aldo Mazza a realizzare il manifesto pubblicitario diventato celebre con l’immagine di un tronco di ulivo da cui sbocciavano nuovi rami, a simboleggiare, appunto, l’idea della ripresa e di un nuovo corso.

Palazzo di Ezio Garroni

All’Angolo tra via Nizza e via Bergamo sorge un edificio dal carattere Liberty opera del 1919 dell’architetto  Ezio Garroni autore anche del Villino Astengo in via del Tempio (accanto alla Sinagoga) e del villino Berardi del 1912, in via Nomentana, acquistato dalla Casa Reale Afgana ed ora sede dell’Ambasciata di Afghanistan a Roma. Ezio Garroni è stato interprete sensibile delle raffinate istanze stilistiche dell’«art nouveau», che all’inizio del nostro secolo tentarono, con scarso successo, di penetrare nell’ambiente culturale romano, ancora saldamente ancorato alla tradizione eclettica.

Casa Studio di Ettore Ferrari

Di questo complesso abbiamo già parlato, sorge a fianco di Porta Salaria. Il portale su via Piave a pochi metri da dove sorgeva Porta Salaria dà accesso a un piccolo isolato all’interno delle mura, “tagliato” da via Sulpicio Massimo realizzata con la nuova apertura delle mura per alleggerire il traffico di piazza Fiume. Era la parte posteriore dello studio di Ettore Ferrari ricavato da una serie di vecchie abitazioni addossate alle mura tra la porta e Villa Paolina. Lo studio è ormai “sommerso” dall’isolato costruito tra via Sulpicio Massimo e via Augusto Valenziani ed è visibile solo da quest’ultima via, al civico 10, appena dentro le Mura.

Corso d’Italia
Il grande viale, una volta completamente alberato, che corre lungo le Mura Aureliane, da Porta Pia a Porta Pinciana, passando davanti Porta Salaria  (piazza Fiume) è corso d’Italia. Questo tracciato lungo il lato esterno delle Mura Aureliane, fu realizzato intorno al 1885 ed è un tratto della arteria che costeggia esternamente le Mura Aureliane da Castro Pretorio al Tevere, che cambia nome da viale del Policlinico, Corso d’Italia e  viale del Muro Torto.

Il suo nome deriva dal fatto che lungo il suo percorso si trova la Breccia di Porta Pia, dove l’Italia è entrata in Roma e al fatto che nei rioni dentro le mura (il rione Sallustiano e il rione Ludovisi) le strade sono intitolate alle regioni italiane, mentre nel quartiere Salario le strade sono intitolate alle città italiane.
Come molti viali principali della nuova capitale, anche questo fu piantato a platani e nel Novecento era percorso da linee tranviarie. Il viale alberato fu praticamente distrutto nel 1960 anno in cui, per i Giochi Olimpici del 1960, furono eliminati i tram e realizzati i Sottopassaggi per realizzare una strada di scorrimento per agevolare il traffico automobilistico tangenziale al centro di Roma.

Villino Calderai

Villa Calderai è una villa che si trova in Corso d’Italia n. 44. Fu costruita nel 1902 da Amedeo Calcaprina per la famiglia Calderai. Era uno degli edifici liberty più importanti di Roma.

Il corpo principale aveva tre piani, le finestre erano architravate e avevano decorazioni in maioliche floreali, anche il cornicione tra gli ultimi due piani era ricoperto da maioliche colorate, l’ultimo piano era dipinto a girali di foglie.
L’ingresso si apriva su un portico angolare costituito da due arcate su ogni lato sostenute da grosse colonne con capitelli floreali. La torre era l’elemento più spettacolare per la ricchezza figurativa: grandi volute di stucco si trovavano tra il piano terra e il primo piano e terminavano in un gruppo di quattro maioliche raffiguranti fiori. Gli architravi delle finestre del primo piano erano decorati da maioliche. La torre terminava con una profusione di stucchi: pilastri strigilati, teste femminili sui capitelli, cariatidi di gusto liberty a reggere il cornicione modanato del terrazzo. Sulla sommità una spettacolare copertura di ferro battuto e vetro a bande di vari colori riparava dalle intemperie.

Nel 1910 la proprietà passò ai Torlonia che decisero di affidarne la ristrutturazione a Gustavo Giovannoni, furono eliminati gli elementi floreali per avere un ornato più classico. La torre fu restaurata sezionandola al livello del tetto e ampliandola superiormente con l’aggiunta di due colonne corinzie sui lati lunghi e una su quelli brevi.

Rimangono ancora oggi la splendida cancellata in ferro battuto, le balaustre dei balconi, sempre in ferro battuto, il cornicione in maiolica tra primo e secondo piano, i fiori di ceramica del cornicione dell’attico. Del complesso è parte anche l’edificio adibito originariamente a scuderia che, dal 1933 al 1989, ha ospitato la storica gelateria Fassi, mentre il villino è stato destinato all’attività alberghiera, con il nome di Hotel Washington. Attualmente ospita la sede romana del gruppo di consulenza finanziaria Roland Berger.

Palazzi della STET

Proseguendo su  Corso d’Italia ai civici 41 e 43, tra via Tevere e via Aniene, sorgono due palazzi per uffici costruiti per ospitare la sede della STET (una volta società capogruppo di Telecom Italia).

I due palazzi della STET sono stati realizzati in tempi successivi su progetto architettonico di Antonio Antonelli e Manfredi Greco e su progetto strutturale di C. Benedetti e F. De Miranda. Il primo, all’angolo con via Tevere è più recente ed è stato costruito tra il 1965 ed il 1968, quello all’angolo con via Aniene, invece, è stato realizzato nel 1963-1965.

Come tutti gli immobili della seconda metà del XX secolo di questa zona, anche questi due palazzi sono stati costruiti al posto di due edifici preesistenti, in particolare, in questo caso sono state demolite due case costruite nel 1888 dell’arch. Ettore Bernich per Gregorio Moretti e per Vincenzo Martini,

I due edifici sono rivestiti con pannelli prefabbricati in pietra artificiale di due diverse tonalità di ocra e il partito architettonico è marcato dai canali verticali degli impianti che, pur assumendo configurazioni diverse, costituiscono un elemento di unità del progetto. I due edifici sono collegati tra loro da un ponte vetrato.

L’edificio all’angolo con via Tevere, ha un disegno sintetico con un basamento porticato segnato dalle travi metalliche di bordo ed un coronamento molto netto, sottolineato dall’arretramento della facciata in corrispondenza del penultimo piano, che nel fronte su via Tevere si arretra dal filo della strada con una parete inclinata alta due piani.

Nell’edificio all’angolo con via Aniene, invece, la soluzione architettonica ha un carattere più analitico e descrittivo nella quale vengono evidenziati il disegno dell’attico, il cornicione, i marcapiani e le soglie.

In entrambi gli edifici le facciate sono caratterizzate da un forte spessore nel quale sono concentrati strutture portanti e impianti. Questo spessore, grazie anche alla disposizione su tre piani diversi degli elementi verticali, dei pannelli di tamponamento e delle finestre, determina chiaroscuri molto netti che rimandano alla profondità delle articolazioni delle pareti esterne negli edifici in muratura della città storica. Questa caratteristica delle facciate è volta a ricucire sia la continuità volumetrica della quinta stradale, sia la continuità percettiva con gli edifici adiacenti e manifesta il proposito dei progettisti di non alterare i caratteri volumetrici e cromatici dell’ambiente nel quale i due edifici si inseriscono.

Casa Generalizia dei Carmelitani Scalzi

All’angolo con Via Aniene vi è un palazzo per uffici realizzato nel 1968 su progetto degli architetti Giulio Pediconi e Mario Paniconi, che sorge al posto di una parte del collegio dei Carmelitani. L’edificio su Via Aniene si presenta con una facciata scandita da lesene di cemento che partono dal primo piano  scandendo la finestratura interrotta ritmicamente da bovindoli squadrati. Il ritmo di queste sporgenze finestrate, tre verticali ed una orizzontale movimenta la facciata per l’altezza di due piani intermedi  dei quattro totali che formano il complesso. L’attico è caratterizzato da un’alta grata in prefabbricato di cemento che nasconde i volumi ed i macchinari di servizio che sono alloggiati sulla copertura.

All’angolo di Via Aniene con Corso D’Italia l’immagine della Beata Vergine del Monte Carmelo sorregge in piedi un bambinesco che porge ai passanti i paramenti sacri dell’ordine il cui stemma caratterizza il pannello in piastrelle di ceramica.

Proseguendo su Corso d’Italia troviamo una delle preesistenti strutture in laterizio realizzate nel 1901 da Tullio Passarelli costituito da una facciata ad arcate con un solo piano finestrato a voltine (aggiunto negli anni ’60). L’arcata centrale, chiusa da un cancello in ferro ornato dallo stemma dei Carmelitani, dava accesso all’ampio giardino che una volta si estendeva fino a Via Isonzo e che invece negli anni’60 è stato occupato dall’ampia losanga quadrangolare di un edificio che ospita il convento della Casa generalizia.

L’Ordine dei Carmelitani si trasferirà qui  alla fine dell’Ottocento quando la sede in via della Panetteria nº 45 e vicolo dello Scalone, nº12 che si trovavano presso i giardini del Quirinale, furono espropriati nel 1873. Attualmente fanno parte della residenza del Presidente della Repubblica italiana. Il Padre generale dell’epoca, P. Bernardino di S. Teresa, decise quindi di comprare un terreno su Corso d’Italia, allora solo parzialmente edificato. Al giovanissimo Tullio Passarelli (1869-1941), allievo di Gaetano Koch, fu affidato il progetto di costruzione di un convento e di una grande chiesa dedicata a Santa Teresa d’Avila. I lavori per il convento iniziarono subito e fu inaugurato il 25 giugno 1897, all’epoca l’indirizzo era corso d’Italia n. 10. Si trattava di un grande edificio di quattro piani, con un cortile interno, lo stile era quello romanico lombardo, con finestre ad arco al piano terra e all’ultimo piano.

Basilica di Santa Teresa d’Avila

La Basilica di Santa Teresa d’Avila fu dedicata dai Carmelitani scalzi a Santa Teresa d’Avila (1515-1582) in quanto patrona dell’Ordine insieme a San Giovanni della Croce. La chiesa è progettata da Tullio Passarelli in stile romanico-lombardo e inaugurata nel 1902, ma successivamente e in più momenti ristrutturata e rifinita nei particolari, in parte dallo stesso Passarelli. La facciata, a salienti, in forme eclettiche romanico-gotiche, è suddivisa in due ordini: l’inferiore, aperto da un grande portale aggettante, simile a un protiro sostenuto da fasci di colonne, presenta una lunetta decorata con un bassorilievo raffigurante Gesù Cristo che benedice santa Teresa d’Avila (1902), in marmo di Giuseppe Trabacchi.
Nell’ordine superiore è posta una loggia ad arcatelle e un grande rosone in marmo traforato, sormontato da una finestra a croce. A coronamento, lo sporto del tetto è sorretto da eleganti mensole.
Si accede all’aula liturgica attraverso un interessante portale in bronzo, eseguito nel 1983 da Serafino Melchiorre decorato con rilievi raffiguranti le Storie della vita di santa Teresa d’Avila. Nel retro si erge il possente campanile, a pianta quadrangolare (alto 40 m.), con trifore e colonnine in travertino, che si staglia con eleganza proprio di fronte alle Mura Aureliane.

L’interno, a forma di gotico italiano, è a tre navate ma, fino al 1936, quelle laterali erano sopraelevate rispetto alla centrale. Numerosi gli altari, disegnati dal Passarelli, con diversi bassorilievi del Piraino; di notevole effetto la grande statua di Santa Teresa, di Giuseppe Trabacchi, e la statua di San Giuseppe con Gesù adolescente di Alberto Galli. All’altare del Santo Bambino di Praga, particolarmente venerato dai Carmelitani, un trittico marmoreo di O. Decimioni. Splendidi i confessionali, realizzati dall’ebanista Alfonsi.

Turris omnium perfectissima

Su corso d’Italia, vicino all’incrocio con via Po e via Romagna, difronte alla Basilica di Santa Teresa D’Avila, sorge la torre n. XXXIX, una delle torri delle Mura Aureliane meglio conservate, la turris omnium perfectissima, come la battezzò Rodolfo Lanciani. Nella parete esterna della torre si può ancora vedere una palla di cannone che, dopo aver perforato la cortina di mattoni, si è infissa nella muratura retrostante.

La palla è una testimonianza tangibile del cannoneggiamento subito da questa porzione di mura durante l’assedio del XX Settembre 1870. Si tratta di una palla da 9 libbre sparato da un cannone “12 cm bronzo rigato ad avancarica”, fuso nelle Acciaierie di Parma nel 1867 e montato su un fusto modello Cavali 1844.

Villa Marignoli

All’angolo di Corso Italia con via Po a fianco di S.Teresa, c’è una caratteristica costruzione in mattoni e travertino, Villa Marignoli. Realizzata nel 1907 dall’architetto Giulio Magni per il Marchese Giacomo Marignoli, membro di una ricca famiglia spoletina, il padre Filippo, si era fatto costruire il palazzo nobiliare in Via del Corso dove c’era il famoso Caffè Aragno. Magni progettò un edificio di chiare ascendenze nordeuropee, con rimandi al gotico riletto in chiave liberty, che si manifestano nell’uso del laterizio in cortina, nella presenza di tetti a spiovente, nelle semplici cornici di travertino e nell’assenza di ornamento eccessivo.

Il villino è dotato di tre piani, con finestre quadrangolari con cornice di travertino nei primi due piani, in cui si inseriscono trifore di tipo rinascimentale. All’angolo con Via Po caratterizza tutta la costruzione la grande torre, con portefinestre su balcone al primo piano, e un’ampia arcata a tutto sesto a livello dell’attico, che sorregge il timpano su cui poggia il tetto a spioventi della torre stessa. L’edificio risente dell’influenza di George E. Street, l’architetto inglese che, un trentennio prima, aveva progettato a Roma le chiese anglicane di S. Paolo in Via Nazionale e di All Saints in via del Babuino.

Pronipote del Valadier, Magni fu artefice di alcune di grandi opere edilizie dei primi decenni del nuovo secolo, tra cui, ad esempio il Palazzo Marina (1911). Il Villino Marignoli è articolato in un volume principale e in alcuni corpi secondari. Interamente risolto dal disegno degli elementi in marmo posti all’interno della superficie in mattoni, il suo linguaggio si ispira all’edilizia nordica medioevale.

Nella seconda metà degli anni ’70 fu ristrutturato con un processo lungo e complesso nello stato attuale.   Oltre a garantire la stabilità statica delle strutture, la ristrutturazione è riuscita sia a ricostruire le parti demolite, in modo tale che l’edificio tornasse, per la parte in elevato, a mostrarsi come era all’atto della costruzione. Attualmente è un residence: La Residenza Marignoli, meta di soggiorno di stranieri ed italiani che vi hanno trovato un rifugio tranquillo, tra questi Federico Fellini, Pietro Notarianni ed il regista Dario Argento.

Via Po

Via Po è una arteria che inizia da corso d’Italia, incrocia via Salaria e arriva in piazza Buenos Aires su viale Regina Margherita. La via fa parte di un asse viario costituito da via Quintino Sella, via Romagna, via Po, via Tagliamento, via Nemorense, piazza Santa Emerenziana e via Tripoli che collega via XX Settembre con il quartiere Africano. Negli anni ’50-’60 ha preso il via un processo di sostituzione edilizia che, pur mantenendo le sagome e i volumi dei fabbricati originari ne ha mutato profondamente la morfologia.

Edificio plurifunzionale di via Campania.

La realizzazione dell’asse tra via XX settembre ed il quartiere Africano comportò a cavallo tra il XIX ed il XX secolo la distruzione di una porzione di mura per innestare via Po con Via Romagna. All’Angolo tra Via Romagna e via Campania, affacciato sul “taglio” delle Mura Aureliane, si trova questo caratteristico edificio  polifunzionale, realizzato a partire dal 1965, da Paolo Cercato nello studio Passarelli ed è testimonianza della ricerca espressiva, tipologica e tecnologica di quegli anni. Bruno Zevi lo definì uno degli edifici migliori del ventesimo secolo. L’edificio ospita quattro differenti funzioni: garage, commercio, uffici e residenze, distinguibili da diversi linguaggi architettonici. Al piano terreno, in posizione ribassata rispetto al livello stradale, vengono collocati i negozi. Nell’interrato sorge l’autorimessa. Al primo, secondo e terzo piano ci sono gli uffici, racchiusi in un volume vetrato che riflette la facciata interna delle Mura Aureliane creando l’effetto di “ricucirne” il taglio. La parte superiore dell’edificio, molto più libera e con ampi sbalzi, è la parte destinata alle dodici residenze, composte da singoli appartamenti circondati da logge e fioriere variamente articolate. La parte destinata ad uffici segue il perimetro dell’area, di forma trapezoidale, mentre la parte oltre il terzo piano, destinata ad abitazioni, è a pianta rettangolare. Cercato e Passarelli per la prima volta fanno impiego di un materiale che verrà utilizzato di lì a poco in tutto il mondo: il curtain wall in vetro specchiante. Della stessa altezza delle mura sono i tre piani di uffici rivestiti in vetro brunato, che creano un effetto specchio duplicando la vista delle mura e del verde. Il volume vetrato proietta un’ombra intensa sull’elemento sottostante, marcando la differenza volumetrica; è un pieno che schiaccia un vuoto. Nel corso del tempo, la chiusura delle vetrine mediante vetri opachi al piano terra ha fatto in modo che l’intero edificio perdesse molte sue possibilità espressive; la parte basamentale, leggermente arretrata e ribassata rispetto al livello stradale sembrava risucchiare l’attenzione dei passanti. Nei piani interrati del garage ciascun pilastro diventa un unico elemento circolare utile per il passaggio delle macchine. L’accesso di quest’ultime al garage è consentito mediante una rampa circolare che scende fino a quasi quattordici metri sotto il livello stradale. Circolari sono anche le due scale che salgono, una ai piani destinati agli uffici, l’altra alle residenze. Sono realizzate in cemento armato e si avvitano intorno ad un unico pilastro.

Palazzo della CGIL

Al n. 25 il Palazzo della CGIL , trasformato e ampliato del 1939 dall’ing. arch. Florestano di Fausto, per ospitare la sede della CFLA (Confederazione dei Lavoratori dell’Agricoltura).

NH Hotel

All’imbocco di Corso d’Italiaal civico n. 1, sul lotto ad angolo tra piazzale Brasile e via Pinciana sorge l’edificio dell’ NH Hotel. L’edificio è costruito nel 1970 per ospitare il Jolly Hotel. Il progetto è di Vincenzo Monaco, Edoardo Monaco e Amedeo Luccichenti e affida la propria espressività alla struttura metallica.

La scomposizione del volume, l’elaborata struttura, i pannelli grigliati e le vetrate riflettenti color bronzo ne fanno un edificio completamente diverso dal contesto architettonico in cui è inserito. Ma a guardar bene questa affermazione non è vera. Le vetrate su via Pinciana riflettono il verde dei pini di Villa Borghese e l’alta torre che contiene, dissimulandoli, gli impianti tecnici è ricoperta di mattonelle di pietrisco e dialoga con le torri delle Mura Aureliane dirimpettaie. Prima dell’albergo, in questa area sorgeva un tranquillo villino delle suore che è stata sede dell’Istituto dell’Assunzione. 

 

L’unico lacerto dell’antico villino è il muro di recinzione del giardino, sull’angolo con piazza Brasile.

Terza parte

Piazzale Brasile

Prima della seconda guerra mondiale Piazzale Brasile si chiamava Piazzale Italia e si apriva davanti a Porta Pinciana alla confluenza di quattro strade Corso Italia, che costeggiava le Mura provenendo da Porta Pia, via Pinciana, che costeggiava Villa Borghese, il viale interno a Villa Borghese che ora si chiama Viale San Paolo del Brasile, ma che prima si chiamava Via del Galoppatoio e via del Muro Torto che prima della guerra era percorso dalla linea Tranviaria che portava a Piazzale Flaminio. Poco prima delle Olimpiadi del 1960 il piazzale fu stravolto dalla realizzazione del sottopasso che si incuneò sotto il piazzale, sotto Corso d’Italia, Piazza Fiume e Piazzale di Porta Pia sconvolgendone la tranquilla urbanistica.

Da qualche decina d’anni, poi, Viale San Paolo del Brasile è stato interdetto al traffico veicolare privato ed il Piazzale ha perso totalmente la sua funzione di “raccordo” tra arterie esterne alle mura e arterie interne. All’interno delle mura infatti Via di Porta Pinciana, Via Vittorio Veneto e via Campania confluivano sulla facciata interna di Porta Pinciana, accentuandone l’importanza.

Le limitazioni del traffico veicolare, sacrosante dal punto di vista ambientale, della sicurezza e della preservazione dei monumenti, non potendo eliminare del tutto il trasporto privato, hanno però, di fatto, stravolto ulteriormente l’estetica del piazzale isolando di fatto Porta Pinciana dai Propilei delle Aquile,  realizzato da Antonio Asprucci nel 1790, originariamente collocato all’ingresso lungo il Muro Torto e spostato davanti a Porta Pinciana nel 1933 proprio dare lustro al piazzale.

Porta Pinciana

La porta risale al 403 d.C., quando una porta di terzo grado delle Mura Aureliane fu ingrandita dal Magister Militum Stilicone (359 – 408) che, per ordine di Onorio (384 – 423), avviò la grande fase di restauro e rinforzo delle Mura Aureliane alzando i bastioni dai 6-8 mt originari ai 10,50 – 15 che praticamente raddoppiò l’altezza coprendo a volta, e con feritoie per gli arcieri, i camminamenti di Aureliano. Stilicone affiancò e protesse l’unico fornice con due torri semicircolari. Nel 537 Belisario la fece ulteriormente rinforzare. I

l generale bizantino copre la struttura in laterizio con un rivestimento di pietra bianca per renderne la trama più robusta agli assalti degli invasori e probabilmente è dovuto a lui un accorgimento particolare: l’arco d’ingresso, serrato tra le due torri, è posto di sbieco rispetto all’asse delle mura, in modo che l’invasore a piedi o a cavallo, scoprisse il fianco coperto dallo scudo, dovendo improvvisamente svoltare per l’entrata. Negli stipiti si notano delle bozze, forse con funzione apotropaica o residui di lavorazione dei blocchi, nella chiave dell’arco sono due croci, una greca all’esterno ed una latina all’interno.

La porta conserva ancora l’originale arco in travertino, che era dotato, al piano superiore, di una galleria coperta con una camera di manovra per la movimentazione della saracinesca, e i cardini degli antichi battenti in bronzo. Il toponimo della porta discende dalla “gens Pincia“, proprietaria del colle omonimo che sorge sul lato occidentale della porta. Questa era la “porta Salaria vetus” perché di qui transitava la “via Salaria vetus” (ossia “vecchia”), nata prima della nascita di Roma come “itinerario del sale” e progressivamente sistemata come grande via di comunicazione. Proveniva dalla “porta Fontinalis” delle Mura Serviane, alle pendici del Campidoglio, costeggiava il Quirinale e con un percorso corrispondente alle attuali via Francesco Crispi e via di Porta Pinciana usciva dalla Porta Pinciana, dopodichè si congiungeva, poco oltre la porta, alla “via salaria Nova“, che invece usciva da Porta Collina, per dirigersi poi verso la Valle dell’Aniene e la Sabina.

Porta Pinciana venne chiamata anche “porta Turata“, perché più volte murata tra l’VIII ed il XIX secolo, e, dopo che assunse la denominazione Pinciana, per corruzione fu detta anche “Porciana” e “Portiniana”. Il nome di “porta Belisaria” le deriva, invece, dal nome del generale bizantino Flavio Belisario (500-565) che nel 537 qui respinse Vitige(….-542), re degli Ostrogoti, ma che fu anche l’artefice di un restauro delle Mura Aureliane nel VI secolo. Procopio di Cesarea, anzi, dice che proprio fuori Porta Pinciana Belisario fece la sortita decisiva sbaragliando l’esercito Ostrogoto nell’area dell’attuale Villa Borghese.

La tradizione, inoltre, vuole che Belisario, vecchio e ridotto in miseria, mendicasse presso la soglia della porta che fu l’epicentro della sua gloria militare: la storia appare del tutto falsa, perché Belisario morì in ricchezza, ma l’origine della leggenda sembra che derivasse da una scritta (che non esiste più) un tempo graffita alla destra della porta, “Date obolum Belisario“. La porta venne murata nel 1808 e riaperta nel 1887. Nel versante interno della porta, su via Vittorio Veneto,  è possibile anche notare il monumento ai caduti della Prima Guerra Mondiale del rione Ludovisi.

Al fornice in travertino originario sono state affiancate ben cinque aperture due a oriente (verso Porta Salaria) e ben tre a occidente (verso il Muro Torto) delle quali una aldilà della prima torre quadrata verso ovest. Un sesto passaggio, minuscolo e solo pedonale si apre dopo la prima torre orientale. Tutte queste aperture sono state realizzate per agevolare il traffico tra Piazzale Brasile e Via Veneto.

Nel 1973 in occasione della grande mostra “Contemporanea” che si tenne negli spazi del Parcheggio del Galoppatoio non ancora utilizzato, Christo e Jeanne-Claude impacchettarono Porta Pinciana con un’opera che era anche, di per sé un manifesto della manifestazione “sotterranea”. Per 40 giorni nei mesi di febbraio e marzo 1974, Porta Pinciana e un tratto lungo 250 metri delle Mura Aureliane fu avvolto con del polipropilene e della corda per ricoprirne integralmente entrambi i lati, la sommità e gli archi. Quaranta operai edili portarono a compimento l’opera temporanea in quattro giorni. Il tratto scelto dagli artisti per la loro opera d’arte temporanea si trova tra l’imbocco di Via Veneto, una delle strade più animate di Roma, e il parco di Villa Borghese. Il progetto fu coordinato da Guido Le Noci, amico di lunga data dell’artista e proprietario della Galleria Apollinaire che aveva ospitato nel 1963 due personali di Christo.

Tre dei quattro archi drappeggiati erano percorsi da un intenso traffico automobilistico mentre uno era riservato ai pedoni. Il Wrapped Roman Wall fu finanziato da Christo e Jeanne-Claude con la vendita degli studi preparatori di Christo: disegni, collage, modelli in scala, oltre che da precedenti opere e litografie. Gli artisti non accettarono sponsorizzazioni di alcun genere, come loro solito. Al termine dei 40 giorni la struttura fu smontata e riciclata.

Il Parcheggio del Galoppatoio di Villa Borghese

Il parcheggio, destinato ad accogliere sino a duemila autoveicoli, si sviluppa su due piani interrati per un totale di 3,6 ettari. Il sistema strutturale prevede un reticolo quadrato di ml/3,30, che organizza la giacitura dei pilasti in cemento armato, mentre alcune parti dei solai sono realizzate attraverso componenti prefabbricate. Oltre al parcheggio la struttura contempla la presenza di un centro commerciale di mq 6000. Dopo la costruzione è stato interamente ripristinato il verde, garantendo la continuità di parco a Villa Borghese anche al di sopra dell’imponente struttura.

Il parcheggio è stato disegnato dall’architetto Luigi Moretti tra il 1966 e il 1973 per la Società Italiana per Condotte D’acqua. Uno dei suoi ultimi progetti prima della scomparsa, il 14 luglio 1973, completato post mortem dall’architetto Paolo Cercato, incaricato dalla società stessa.

La struttura è risolta da una maglia ortogonale di tozzi pilastri sagomati a fungo, che si allargano verso l’imposta del solaio sovrastante. L’integrazione con l’ambiente naturale della villa è risolto attraverso ampi scavi circolari che mettono in contatto diretto il parcheggio sotterraneo con l’esterno, fungendo contemporaneamente da prese d’aria e di luce, mentre un manto erboso punteggiato da alberature leggere mimetizza la superficie di copertura.

Villa Ludovisi

Tutta l’area interna al tratto di mura tra Porta Pinciana e Porta Salaria era occupata dalla Villa Ludovisi.  La bellissima villa tanto decantata da poeti quali Goethe, Elliot, Gogol, Stendhal, D’Annunzio, tutti estasiati dalla bellezza e dalla vastità dei giardini della villa occupava un’area di oltre 30 ettari, dalla porta Salaria alla porta Pinciana e da qui fino ai confini dei conventi di S.Isidoro e dei Cappuccini. Fu voluta dal cardinale Ludovico Ludovisi, nipote di Gregorio XV, che acquistò nel 1622 la Villa Orsini ampliandola con altre proprietà adiacenti. Gli edifici furono progettati dal Domenichino, e i giardini dall’architetto di Versailles, André Le Nôtre.

Dopo la morte del cardinale la villa ebbe alterne vicende di cura e disamore da parte dei proprietari, finché, nella febbre edilizia che assalì Roma, diventata capitale d’Italia nel 1870, ancora dei principi eredi Boncompagni Ludovisi iniziarono le controverse procedure per la lottizzazione dell’intera proprietà. Nel 1886, sotto gli auspici del sindaco di Roma, duca Leopoldo Torlonia, i Ludovisi firmano una convenzione con la Società generale immobiliare (che poi avrà, quasi fino ai giorni nostri una parte rilevante nella speculazione edilizia della capitale), trasformare la villa nel “quartiere” Ludovisi. È il «via» per la costruzione di via Veneto e del quartiere che le gravita intorno. Non fu purtroppo un caso isolato nella febbre edilizia di quegli anni, ma è certamente fra i più gravi.

Non furono risparmiati né i giardini né i casini né (parzialmente) il palazzo. Sul terreno dov’era il parco sorse l’attuale rione Ludovisi. Degli edifici storici della villa – decantata ai suoi tempi da Goethe e Stendhal e di fronte alla cui distruzione levarono grandi proteste D’Annunzio e Rodolfo Lanciani – si salvarono solo il casino detto “dell’Aurora” (dall’affresco del Guercino) nonché la facciata e la scalinata del Palazzo Grande, oggi addossata al Palazzo dell’Ambasciata degli Stati Uniti e non visitabile, né visibile dalla strada.

Identica sorte ebbe la confinante villa Massimo Colonna, abbattuta nel 1923 per far posto al palazzo dell’INA e che ora è stato acquistato dall’Ambasciata Americana che è proprietaria dell’intero isolato tra Via Boncompagni, Via Lucullo, Via Sallustiana e Via Leonida Bissolati.

Oltre alla dispersione delle centinaia di statue della Collezione Ludovisi, furono trovati importanti reperti quali ad esempio, il Trono Ludovisi, che si rifa ai misteri del culto della Venere Ericyna.

Fons Ludovisia

 

La piccola fontanella che porta sull’architrave la scritta “Fons Ludovisia” è stata ricavata nello spessore delle mura aureliane che costeggiano  uno degli attraversamenti di esclusivo transito veicolare da Corso d’Italia a via Campania all’altezza di via Abruzzi. La fontana, di autore ignoto, è stata inserita, a inizio Novecento, nella bella e compatta massa muraria in laterizio ed è alimentata dall’Acqua Marcia.. Inquadrata in un arco in laterizio delle mura aureliane, la strana fontanella é sovrastata da vari frammenti architettonici che costituiscono una specie di composizione ornamentale ad una semplice cannella che versa acqua in una vaschetta sospesa di forma rettangolare e di grossolana fattura. Interessante è, invece, nella parte superiore del prospetto, un piccolo architrave in pietra con la scritta «Fons Ludovisia» che ha sicuro riferimento alla distrutta villa Ludovisi la quale si estendeva proprio nella zona. Quindi i frammenti, riuniti senza alcun criterio, potrebbero essere quanto resta di una più antica e certamente più nobile fontana.

Villa Bourbon del Monte

All’angolo tra Via Piemonte e Via Campania sorge un villino che ricorda gli Hôtel Particulier della Belle Epoque parigina, ed infatti sul portale su Via Piemonte fa bella mostra di sé lo stemma con i tre gigli di Francia dei Borbone, anzi dei Bourbon. In realtà questa elegante palazzina è stata realizzata nel 1907 dall’Architetto Carlo Pincherle (1863 – 1944) per la famiglia Bourbon del Monte che però ha uno stemma con tre gigli ma disposti in modo differente. Carlo Pincherle ha firmato moltissimi villini del quartiere Ludovisi ed anche del quartiere Sebastiani, su via Pinciana, dove aveva anche la sua residenza in via Sgambati (oggi fatiscente). Si tratta del padre dello scrittore Alberto Moravia e dello zio dei fratelli Rosselli assassinati in Francia per ordine del Partito Nazionale Fascista.

Il villino Bourbon, oggi Ambasciata della Repubblica di Indonesia (Wisma Indonesia) doveva avere sicuramente gli interni più sfarzosi di quanto non siano le facciate esterne. Moravia stesso disse infatti  del padre che come architetto era “più creativo in fatto di interni che di facciate, che erano per lo più massicce e banali”.

Villino di Lola Mora de Hernandez

Proseguendo su Via Campania incontriamo, all’incrocio con Via Romagna l’edificio plurifunzionale di Paolo Cercato per lo Studio Passarelli di cui abbiamo già parlato.

Tuttavia dietro questo edificio spicca una costruzione molto elaborato nella decorazione in stile eclettico, che nel progetto originale era dotato di una torre angolare con tetto a cono. Il villino si sviluppa su tre piani, ha un fronte lineare su Via Sardegna mentre su Via Romagna è mosso, caratterizzato da due torrette circolari angolari.

Questo villino fu costruito nel 1912 dall’ingegner Quadrio Pirani per la scultrice argentina Lola Mora Vega de Hernandez. Questa casa e la sua padrona hanno giocato un ruolo fondamentale sia nell’evoluzione dell’estetica romana che nella emancipazione femminile.

Lola Mora (1866 – 1936) è stata una grande scultrice argentina, la cui storia può essere considerata emblematica per l’epoca in cui visse. A vent’anni cominciò a studiare Belle Arti con il pittore italiano Santiago Falcucci che per primo la mise in contatto con la grande tradizione dell’arte e in particolare della scultura italiana. Lola si trasferisce a Roma e qui prende lezioni di scultura da Giulio Monteverde il quale riconobbe in lei un talento da sviluppare. Lo spirito indipendente di Lola e la sua innata trasgressione delle regole, la spingono a tentare una sfida alla bellezza tradizionale inserendo una sorta di “brutalismo” nella levigatezza del marmo, cosa questa, per quei tempi di moralità vittoriana, del tutto inaccettabile sia dalla critica e dal pubblico che non si rendevano conto che con quelle sculture sbozzate Lola Mora si stava avvicinando alle avanguardie del XX secolo  da Alberto Giacometti a Eduardo Chillida Juantequi, da Pablo Picasso a Henry Moore anticipate dai visionari Auguste Rodin e Antoine Buordelle.

Lola non era sposata, lo farà a quarant’anni con un uomo molto più giovane e ricco di lei, Luis Hernandez Otero, che lei stessa lascerà dopo pochi anni, i suoi amanti non ne surclasseranno mai la personalità né lei permetterà loro di assumere nella sua vita un ruolo predominante.

Lola passava ore nel suo laboratorio in pantaloni e camicioni ampi, a lavorare la creta e il marmo, a immaginare e a scolpire le sue statue vibranti di donne che esibivano trionfalmente e senza pudori la loro nudità, una nudità che così esibita faceva parte allora solo del mondo postribulare e pornografico di cui gli uomini erano segreti e ipocriti fruitori. Contemporaneamente fuori del suo laboratorio la sua bellezza, il suo fascino, la sua eleganza nei salotti di Roma e Buenos Aires ne imponevano fortemente la presenza. Lola oltre al suo talento artistico aveva enormi capacità di immaginazione sul futuro e di conoscenze tecniche che le permisero di brevettare molte nuove idee riguardanti l’esplorazione mineraria, la ferrovia (fu una delle realizzatrici della ferrovia transandina, per dove oggi passa il famoso Tren de las Nubes – il treno delle nubi –  che raggiunge i 5000 metri sulla Cordigliera delle Ande), un sistema per proiettare film senza schermo, utilizzando una colonna di vapore e un sistema di cinematografia a colori basandosi nell’iridescenza delle emulsioni oleose sulla celluloide. Fu anche urbanista e autrice del Primo Progetto della metropolitana e della galleria subfluviale in Argentina, proposto per la sua capitale.

Molte opere di Lola si trovano esposte nelle piazze e nei musei di varie città argentine ma la sua scultura più famosa resta “Las fuente de las Nereidas” (La fonte delle Nereidi). Il gruppo scultoreo rppresenta una grande conchiglia che sostiene in una spirale di corpi che tende verso l’alto le bellissime sensuali Nereidi.

Lola Mora morì a Buenos Aires il 7 luglio del 1936 ed in sua memoria il Congresso Nazionale dichiarò il giorno della sua nascita, il 17 di novembre, come “Giorno Nazionale dello Scultore e delle Arti Plastiche”.

In questa sua splendida residenza di quella che allora si chiamava via Dogali, e che lei stessa aveva progettato e fatta costruire in perfetto stile Liberty assieme a Quadrio Pirani, Lola riceveva artisti e personaggi celebri, dal suo maestro Giulio Monteverde a Gabriele D’Annunzio, da Guglielmo Marconi a Mario Rutelli, che da lei (o con lei) trasse ispirazione per la famosa fontana delle Naiadi di Piazza dell’Esedra. Era amica di Eleonora Duse e di Grazia Deledda che si ispirò alla figura di Lola Mora ed alla cada di via Dogali per sviluppare ambienti e personaggi del suo romanzo “Nel Deserto”.
Persino le regine Elena e Margherita sono state illustri ospiti del suo atelier romano, un’abitazione che anni dopo divenne residenza della famosa cantante Lina Cavalieri. E proprio quel villino in via Dogali, oggi via Romagna, fa ancora bella mostra di sé e del suo importante valore artistico e storico, come sede romana di Banca Marche.

Camminamento delle Mura Aureliane di Via Campania

Se il versante esterno delle mura tra Piazza Fiume e Porta Pinciana è costeggiato da Corso d’Italia, lungo il versante interno corre via Campania. Il camminamento nel tratto delle Mura Aureliane di via Campania, da Porta Pinciana a via Marche ha due ordini di arcate risalenti all’epoca dell’imperatore Onorio (401-403 d.C.) ed è stato riutilizzato come muro di confine della Villa Boncompagni-Ludovisi mentre dai primi decenni del Novecento vi hanno avuto sede gli studi di diversi artisti. Primo tra tutti Francesco Randone, ma poi Gran parte dei cosiddetti Pittori della Campagna Romana.

I XXV della campagna romana furono un sodalizio di artisti italiani attivo fra il 1904 e il 1930, quando il gruppo fu sciolto dal regime fascista. Il gruppo era formato da venticinque artisti accomunati dal gusto di ritrarre dal vero la natura e che decisero di creare un nuovo sodalizio artistico, senza manifesti programmatici, senza regole condizionatrici, senza gerarchie oltre al Capoccetta a vita (il presidente) e a un Guitto (il segretario). La loro attività sociale era rappresentata dalla gita domenicale in aperta campagna – armati di tele e di pennelli – che si concludeva allegramente in trattoria, dove il dipinto più bello era premiato col rimborso del viaggio e del pranzo e con l’omaggio di un ferro di cavallo.

Quando un artista moriva o abbandonava il sodalizio, era rimpiazzato da un altro che doveva avere il placet di tutti gli altri. Così dai 25 originari alla fine si arrivò a 46, (poiché chi rinunciava, oppure moriva, veniva sostituito), ma il nome rimase immutato.

La Scuola d’Arte Educatrice

La Scuola d’Arte Educatrice si trova all’interno delle Mura Aureliane in corrispondenza della Torre XXXIX e ha il suo ingresso in Via Campania 10; la scuola fu fondata alla fine del 1800, da Francesco Randone (1864-1935), pittore e ceramista,  quando iniziarono ad essere edificati i vari lotti della distrutta Villa Ludovisi. Ciò che mosse Randone fu il fatto che le maestranza che lavoravano nei cantieri, spesso si portavano appresso uno o due figlioletti più grandicelli che vagabondavano tra i cantieri senza scopo. Randone pensò di cominciare ad insegnare ai fanciulli arti applicate che potessero essere utili ai cantieri, affiancando l’insegnamento di nozioni più basilari. Questa scuola si vanta di essere la più antica scuola di ceramica della capitale. Tra gli insegnamenti promossi da Randone vi era anche acquerello, tornio, decorazione su porcellana, disegno.

Randone nel 1890 va ad abitare nella Torre XXVIII delle Mura Aureliane dove inizia, gratuitamente, a ricevere i suoi giovani allievi. Nel 1894 viene nominato Conservatore delle Mura dal Ministro della Pubblica Istruzione Guido Baccelli. Da quell’anno elegge a propria dimora la Torre XXXIX a est del Tevere, dove prosegue la scuola che, visitata da Ruggero Bonghi, viene battezzata Scuola Gratuita d’Arte Educatrice  L’artista segue un personale metodo di insegnamento educando l’animo dei giovani attraverso un programma semplice e rivoluzionario al tempo stesso: “insegnare quanto non si insegna nelle scuole pubbliche”, ossia: gentilezza, diretto contatto con la natura, dalla quale trarre ispirazione, strumenti e insegnamenti. In ricordo dell’apertura della scuola viene piantato vicino alla porta d’accesso il cipresso che possiamo vedere ancor oggi, albero caro al Maestro. La torre XXXIX è quella che Rodolfo Lanciani certificò come la più bella tra le torri delle Mura Aureliane: Turris omnium perfectissima.

Le antiche pareti di mattoni degli ambienti interni alle due torri (XXXIX e XXXX) concesse a Randone, e del camminamento intermedio sono in parte coperte da intonaco del 1672 quando questi ambienti erano stati sistemati a studio privato del Cardinal Federico Borromeo, (Milano 1617-Roma 1673), quasi un porto sereno per lui, dopo una vita spesa in faticose trattative tra nazioni avverse (Francia e Spagna) e contrarietà nella Curia Romana.

Oggi sull’intonaco sono disegnati simboli e scritte della scuola, l’arredo è quello della scuola e nelle vetrine ci sono i materiali per le lezioni. Soprattutto terrecotte, ceramiche, campioni di crete e un modello plastico delle mura allo stato attuale. Le torri vicine non hanno più la camera superiore e perciò non superano l’altezza dei camminamenti di collegamento. Queste perdite sono dipese in parte da azioni belliche, ma molto dall’abbandono per lunghi periodi e anche da soluzioni sbrigative di “restauro”. Nel gennaio 1826 per esempio la cupola della torre gemella ad ovest minacciava di cadere sulle serre di fiori della villa Boncompagni Ludovisi addossate alle mura e i principi , evitando di sentire il parere di archeologi allora attivi a Roma, come Carlo Fea e Antonio Nibby, ne decisero la demolizione immediata. Con il materiale di risulta furono costruiti gli attuali speroni di muratura in basso visibili in via Campania e le serre di fiori furono trasferite in alto all’interno del camminamento di ronda. Nel 1906 il metodo scolastico di Randone suscita l’interesse di Maria Montessori che ne riprende alcuni elementi nelle sue pubblicazioni. Nel 1914 viene fondata una seconda sede della Scuola al Pincio. La Scuola dopo la scomparsa di Randone prosegue la sua attività, animata dalle sue figlie e, successivamente, dalle nipoti, fino ai giorni nostri.

Il Liceo Tasso 

Nell’ottobre del 1887, con il nome di “Ginnasio IV” e con sede provvisoria in alcuni appartamenti situati in Via Ripetta e Piazza Firenze, venne fondato un Liceo classico che avrebbe rivestito in seguito un ruolo rilevante nella vita culturale della città. La scuola assunse ben presto il nome di Liceo “Tasso” e trovò sede fino al 1908 in vicolo delle Fiamme (che corrisponde oggi al tratto di via Bissolati dove si trova il cinema Fiamma).

In quell’anno, nell’ambito della lottizzazione di Villa Ludovisi, una piccola area fu destinata ad ospitare il Liceo che si trasferì dunque in via Sicilia, in un nuovo edificio il cui progetto – opera dell’ingegner Mario Moretti, su indirizzo del preside Venerio Orlandi – vinse la medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Bruxelles, nel 1910, come miglior esempio di scuola moderna.

Mario Moretti  (1845 – 1921) era il direttore dell’ufficio tecnico comunale ed aveva sostituito Guido Ersoch. Moretti rivestì un ruolo notevole nella redazione del piano regolatore del 1908 voluto da Ernesto Nathan e realizzato da Edmondo Sanjust di Teulada. Tra i suoi lavori: la sistemazione della piazza dell’Esquilino  con la spettacolare scalinata che accentua l’abside di Santa Maria Maggiore(1872), la sede della Camera Commercio di Bari (1887) ed il cavalcavia di raccordo fra il Pincio e la villa Borghese (1907),  il ponte Mazzini (1907) tra Regina Coeli e via Giulia oltre, naturalmente a 13 scuole tra cui il liceo Cavour (1893) ed il liceo Tasso (1907).

L’edificio presentava allora un’edilizia d’avanguardia: aule divise non per classi ma secondo la speciale destinazione d’uso, una biblioteca in ogni aula, un gabinetto di fisica con un anfiteatro con 90 posti, una palestra in grado di accogliere ottanta alunni contemporaneamente, una falegnameria, un laboratorio fotografico, una stamperia ed un piccolo osservatorio astronomico.il Museo delle Scienze, recentemente riportato al suo splendore dal lavoro abile e attento di docenti e studenti insieme, propone una ricca collezione di animali impagliati, nonché materiale didattico-scientifico dei primi anni del secolo scorso.

Insegnavano al “Tasso” docenti di fama, quali Adolfo Taddei, che era stato precettore del Principe Umberto di Savoia e suo insegnante  di italiano, latino e greco per otto anni, riconosciuto come “una presenza benefica nella giovinezza del principe”, il professor Staderini, insigne filologo ed appassionato di arte antica,  Antonio Maria Cervi, ancor giovane ma già apprezzato filologo classico e poi per lunghi anni docente alla Università La Sapienza di Roma, Cosimo Mariano, autore di un celebre vocabolario e successivamente Giuseppe Petronio, italianista, critico letterario e accademico italiano, Guido Calogero filosofo, saggista e politico italiano, Emma Castelnuovo, figlia del matematico Guido Castelnuovo, che ha dato significativi contributi alla didattica della matematica, rivoluzionando completamente il modo di insegnare la geometria euclidea, Carla Guglielmi, che ha lasciato un’impressionante foto fotografico di opere d’arte,  o Vladimiro Cajoli che spinse Gassmann sulla via della recitazione.

Propostosi inizialmente come scuola per l’alta borghesia dei quartieri limitrofi, il “Tasso” si è progressivamente affermato come una scuola culturalmente autorevole ed aperta a tutte le componenti della società. Da essa sono infatti usciti nomi illustri della cultura e della scienza, come il fisico Ettore Maiorana, il fisico teoretico Nicola Cabibbo, il chimico Luciano Caglioti, il giornalista e partigiano Sergio Segre, il matematico Michele Emmer, lo storico dell’architettura Bruno Zevi, il linguista Mauro Cristofani, l’architetto Paolo Portoghesi, il sovrintendente Adriano La Regina, il giudice vittima delle brigate rosse Vittorio Bachelet, l’archeologo Piero Guzzo, il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco; della politica come Paolo Gentiloni, il partigiano Silvio Serra, Giovanni Malagodi, Giulio Andreotti, Luigi Pintor, Alfredo Reichlin, Luciana Castellina, Giorgio La Malfa; dello spettacolo e del giornalismo come Vittorio Gassman, Luigi Squarzina, Sandro Curzi, Ruggero Zangrandi, Raimondo Vianello, Citto Maselli, Ugo Stille, Paolo Mieli, e l’elenco potrebbe continuare a lungo, con la citazione di personaggi noti a vario titolo, come Lauro De Bosis, Romano e Vittorio Mussolini e molti altri ancora. Dopo essersi costruito una prestigiosa fama, il “Tasso” è stato sempre un sicuro punto di riferimento nel panorama scolastico non solo romano, ma nazionale.

La storia dell’Istituto è stata oggetto di una pubblicazione, a cura del Liceo e dell’”Associazione Amici del Tasso” (“Un liceo per la capitale” – Storia del Liceo Tasso 1887-2000, ottobre 2001, edizioni Viella). Inoltre in segno di riconoscimento della sua storia, della sua consolidata fama e della sua “significativa” presenza nel mondo dell’istruzione, è stato emesso per il “Tasso” un francobollo celebrativo (11 marzo 2003).

L’edificio della DIA in Via Sicilia 194

Il palazzo costruito nel 1960 possiede ampi terrazzi con affaccio sulla piazza e le mura Aureliane come tutto il complesso che costituisce l’isolato della Guardia di Finanza. L’architetto è Mario Loreti autore dell’Hotel Mediterraneo e di molte altre opere a Varese e a Milano Marittima. Collaborava con il Ceramista Achille Capizzano (1907 – 1951) per cui è probabile che l’interessante ceramica che sovrasta l’ingresso sia l’ultima opera di questo scultore calabrese.

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