Damnatio memoriae

Che quello del Foro Italico fosse un argomento delicato era una netta sensazione.
Se ne . avuta la conferma nell’organizzare il Convegno “Foro Italico: storia, protagonisti, destino”, che si è svolto a Roma nella giornata del 25 ottobre 2004.
Fin dalla fase preparatoria sono emerse alcune difficoltà: per condurre un convegno dove i relatori sono illustri docenti, tecnici, storici occorre avere un’ottima conoscenza della materia trattata, e sull’argomento si rilevano lo scarso numero di pubblicazioni scientifiche, peraltro poco disponibili nelle biblioteche (salvo quella della Fondazione Marco Besso), e l’informazione molto approssimativa nella stampa di larga diffusione.
Si . poi incontrato il curioso atteggiamento di un paio di personaggi “competenti” in materia, i quali, interpellati come relatori per il convegno, dopo un iniziale entusiasmo e calorosi incontri programmatici, improvvisamente si dileguavano adducendo giustificazioni di militanza politica incompatibile (?).
Infine, si è avuta l’impressione che, nonostante l’impegno e il consenso degli intervenuti, esista in genere un atteggiamento di fastidio o di sospetto di fronte alle pubbliche denunce di degrado e di sfascio al quale sono sottoposti i monumenti e i mosaici del Foro.
E’ scomodo, il Foro Italico: non per niente, nell’aprile 2000, qualcuno aveva deciso addirittura di venderlo a pezzi. E’ un tipico caso di damnatio memoriae, essendo intimamente collegato con un “difficile” periodo storico. Meglio ignorarne i problemi, anzi fingerne l’inesistenza. Chi se ne prende cura troppo caldamente, anche se personaggio, associazione o istituto al di fuori della politica, corre il rischio di essere “etichettato”.
Sbaglia per. chi ritiene che mandando in rovina un tale complesso si contribuisca a rimuovere il periodo storico che rappresenta: l’appartenenza ideologica non deve sopraffare l’intelligenza, e basterebbe l’esempio di Geta e Caracalla per rammentare che le immagini cancellate, le scritte abrase, le figure scalpellate, al contrario degli intendimenti non fanno che stuzzicare ancor più. la curiosità., specialmente in coloro che quell’epoca non hanno vissuto.
E’ Renato Ricci il primo “protagonista” a stimolare l’attenzione del ricercatore: ricordato nei pochi testi tecnici come ideatore e realizzatore di quell’opera monumentale che è il Foro Italico, viene totalmente ignorato dalla storiografia e dalla saggistica di grande consumo. I suoi notevoli meriti per le grandi opere realizzate in tutta Italia sono cancellati dalla fedeltà al suo (ingrato) Duce, e dalle importanti cariche ricoperte sia durante il regime sia nella Repubblica Sociale Italiana.
Triste destino, quello di Ricci: bello, impavido, attivo, fidato, dopo tanta dedizione viene esautorato e sostituito dal più “adulatore” Achille Starace, e a ciò non . estranea l’invidia per i suoi successi, per la stima degli allievi delle “sue” accademie, per l’affetto che gli portano le giovani generazioni alle quali ha dedicato quasi novecento modernissime Case del Balilla.
Ha disposto la costruzione di un’opera che, dal 1928 al 1937, gli . divenuta colossale tra le mani, essendone l’unico responsabile, decidendone la collocazione, scegliendo da solo e senza imposizioni i suoi architetti, dando lavoro a decine di tecnici neolaureati e lasciandone all’occorrenza esprimere la genialità; ha imposto il vincolo perpetuo di inedificabilità su quelle pendici boscose di Monte Mario rimaste ancor oggi verdi, che dovevano essere rispettate perfino dall’altezza delle strutture sportive, in parte interrate secondo il modello greco.
Decisioni insensate hanno permesso che il vincolo ambientale fosse violato dall’estranea enormità. di quella “zuppa inglese” che ha preso il posto dell’Olimpico, oggetto quasi unanime di esecrazione; eppure alcuni hanno addirittura applaudito lo scempio: c’è chi già da molto tempo avrebbe visto volentieri abbattere tutta la struttura del Foro, quale simbolo di un passato fastidioso.
Infatti, sessant’anni fa qualcuno consigliò agli Americani entrati a Roma di acquartierarsi con i mezzi pesanti all’interno dell’allora Stadio Olimpionico, certamente nella speranza che lo scorrazzare dei cingoli avrebbe straziato quei 7500 mq di lucidi mosaici, unici al mondo per fattura e dimensioni, troppo inneggianti al regime, e che le truppe occupanti avrebbero fatto il tiro a segno con le statue o con i monumenti distruggendo la “pericolosa testimonianza”.
Invece, tutto sommato, il Foro ne usci. malconcio ma salvo, proprio perché. gli Americani, che pure non avevano avuto scrupoli nel bombardare la città. violando perfino le tombe, ne presero possesso e ne rimasero sconcertati: d’altra parte, quei ragazzoni provenienti da fattorie del Montana o casamenti del Bronx o stalle del Texas si trovarono di fronte a splendore di marmi, ricchezza di accessori, funzionalità. di servizi, opere dove avevano espresso il proprio genio pittori, scultori, mosaicisti, ingegneri e architetti che sarebbero poi divenuti famosi.
Con tanto di corpo di guardia posto di fronte all’Obelisco impedirono ai malintenzionati la distruzione dei monumenti, permettendo solo la rimozione dei fasci dalle pareti. Impedirono pure che qualcuno, approfittando della “pulizia” in atto, si appropriasse della cuspide del Monolite. Sarebbe stato difficile, a quei tempi, arrivare ad un’altezza di più. di 36 metri, ma per arraffare 16 kg d’oro applicati su un supporto di 32 quintali di bronzo chissà. cosa avrebbero inventato: di sicuro non avrebbero avuto scrupoli ad abbattere la stele, incuranti del fatto
che si trattasse di un blocco di marmo di 300 tonnellate, unico al mondo per dimensioni. Il dispetto di averlo dovuto lasciare l. ha fatto girare la voce che sulla cima ci fosse solo vile porporina, voce subito adottata dai
denigratori ad oltranza delle opere del Ventennio. Ora, su qualche testo, si dà più risalto a questa diceria che non alle spettacolari operazioni durate più di tre anni per trovare e ricavare il monolite, estrarlo, trasportarlo fino al mare, caricarlo sul galleggiante Apuano costruito appositamente, rimorchiarlo fino a Fiumicino e poi faticosamente lungo Fiume, scaricarlo in riva destra, portarlo a destinazione e innalzarlo con le procedure studiate dall’architetto Costantino Costantini e dal prof. Aristide Giannelli, riprese dai sistemi degli antichi.
Quello Stadio che era servito da rimessa per carri armati, progettato da Enrico Del Debbio e edificato tra il 1928 e 1932, era stato nominato Stadio dei Cipressi, diventando poi Olimpionico con le successive modifiche di Angelo Frisa e Arrigo Pintonello del 1937. Riadattato dopo la guerra da Carlo Roccatelli, Annibale Vitellozzi e Cesare Valle, nel 1953 diventava il glorioso Stadio Olimpico, per poi essere quindici anni fa sfigurato e annichilito da un’assurda incannucciata di tubi e tele, torri e scale, spalti e vetri, tutto costoso pi. dell’oro.
Era solo una parte dei gravi danni strutturali provocati nel Foro dagli adeguamenti per “eventi di massa” di “Italia 90”, provvedimenti adottati con protervia contro i pareri di insigni studiosi, e per i quali i preventivi di spesa sono lievitati di 20 (venti) volte senza un corrispettivo rientro economico.
Naturalmente le inchieste giudiziarie maturate in tal senso non hanno trovato colpevoli. Intanto . stata snaturata la vocazione che aveva caratterizzato l’idea di Accademia di Educazione Fisica, e il Foro . diventato proprio quello che il progetto iniziale non prevedeva: un centro di mega-manifestazioni dove lo sport entra veramente poco.
Diceva infatti saggiamente uno dei relatori al Convegno che quegli impianti sportivi erano concepiti non perché centomila spettatori guardassero ventidue atleti, ma, semmai, perché ventidue spettatori guardassero centomila atleti. All’insegna dell’educazione all’attività sportiva e allo spirito sportivo. A ci. sarebbero serviti gli studi accademici che dovevano laureare i docenti di Educazione Fisica sotto la guida di insigni professori e scienziati.
Altro sfregio illogico era già stato compiuto nel 1981-82 nei confronti dell’Accademia della Scherma di Moretti, uno degli indiscussi capolavori dell’architettura moderna. Adibita prima ad aula-bunker e per l’occasione recintata di ferro e cemento armato, ormai solo caserma dei Carabinieri, . stata modificata nelle strutture esterne con pareti posticce a chiudere gli ammirevoli ponti. La Palestra, esempio di ingegnosità di progettazione, le cui volte sospese e sfalsate funzionano da diffusore naturale della luce diurna, . stata trasformata in una galera con sbarre e gabbie.
Dopo questo provvedimento che sotto le spoglie dell’urgenza irrideva al suo valore architettonico, spostato il tribunale in siti pi. adatti, una direttiva della Presidenza del Consiglio gi. 15 anni fa ne prevedeva il restauro e la restituzione al fine di adibirla a Museo dello Sport. Ebbene, oggi tutto . ancora come prima, la caserma . ancora l. trincerata, l’edificio . inavvicinabile; si sta tentando di salvare con un restauro il prezioso mosaico esterno a lamina d’oro opera di Angelo Canevari, altrimenti in rovina come il resto: la grande vasca distrutta, le aiuole interrotte, la statua del Fanciullo spostata, spazi sottratti, alberi selvatici a chiudere la vista.
Purtroppo sul Foro gravitano al momento parecchie competenze diverse, e non esiste un’unità di intenti o di destinazioni tra le varie zone, soggette all’autorità del Coni, della Rai, della Soprintendenza ai Monumenti, del Servizio Giardini, dei Ministeri di Grazia e Giustizia, degli Interni, degli Affari Esteri, dei Beni Culturali e Ambientali, della Pubblica Istruzione. Sembra anche irrealizzabile un coordinato servizio di sorveglianza, attualmente inesistente, per lo meno negli spazi esterni. Sar. inutile, allora, il benemerito intervento finanziario del Rotary Club nel restauro dei Mosaici, se il giorno dopo saranno usati da torme indisturbate di pattinatori come trampolini e piste per i loro salti. E non si potrà impedire che i cosiddetti “tifosi” ne estirpino le tessere per usarle come proiettili, o che usino i candidi marmi come lavagne per i loro profondi pensieri-spray, o che deturpino le statue con oscenità, quando non passino alla distruzione vera e propria.
Il Foro dovrebbe essere luogo di passeggiate, dove fermarsi a contemplare tra il verde le strutture architettoniche innovative e spettacolari che caratterizzano il complesso.
Ricci, attratto dal Futurismo e sostenitore dell’azione e del movimento, affida, lui ventottenne, i progetti e i lavori a giovani più di lui, che si basano su tecniche all’avanguardia o ne inventano per l’occasione, come le strutture di cemento armato per la slitta d’innalzamento dell’obelisco, primo a Roma così grande dopo 350 anni, e per il “tamburo galleggiante” che ne sostiene il peso in costante equilibrio idrostatico. Tali progetti, in rapida successione, si adeguarono alle esigenze dei tempi con variazioni anche significative, ma mantenendo la coerenza della destinazione.
Gi. il primo edificio di Enrico Del Debbio, l’Accademia di Educazione Fisica, intimamente connessa con l’attiguo Stadio dei Marmi (1928-32), oltre all’ingegnosità. delle strutture di sostegno e delle opere murarie di Giannelli, mostrava lo splendido connubio tra il rosso pompeiano degli intonaci pozzolanici e il candore dei marmi delle rifiniture e delle sculture, con l’apertura dei fastigi, quasi braccia slanciate verso il cielo in un plastico movimento ginnico, con la geniale prospettiva di profondit. attraverso il ponte che permetteva la visione delle sessanta statue ergersi come una squadra di atleti in bianco contrasto sul verde cupo dei boschi e sull’azzurro del cielo. Effetti d’eccezione risultavano dalle forme elicoidali delle scale nei corpi esterni vetrati, e di nuovo la colorazione rossa e bianca caratterizzava la lunga linea elegante della successiva Foresteria Sud (1933).
La Sfera della Fontana di Mario Paniconi e Giulio Pediconi (1933), monolite di 3 metri di diametro, 42 tonnellate di marmo bianco di Carrara lucidato a specchio, appoggiato miracolosamente su un “piattino” di bronzo, era progettata nel Piazzale dell’Impero come contraltare al Monolite, che nonostante le dimensioni scomparirebbe se non inserito in questo armonico contesto, coronato poi dal capolavoro di Vincenzo Fasolo, l’avveniristico Ponte Duca d’Aosta (1936-39).
Intanto Costantini con la Foresteria Nord (1935-36), il Palazzo delle Terme e le sue ineguagliabili Piscine arricchite dai mosaici di Angelo Canevari e di Giulio Rosso, l’Accademia della Musica (1936-37), pur riproponendo temi classici, si lanciava verso un pi. accentuato funzionalismo con l’uso più. deciso dei grandi spazi e degli effetti marmorei.
Esiti spettacolari quelli che Luigi Moretti ha fatto propri con la Casa delle Armi (1935-36) raggiungendo un risultato tale da costringere Del Debbio a variazioni significative sulla dirimpettaia Foresteria Sud che ne sarebbe stata altrimenti prevaricata. Tale “prepotenza” di Moretti con la sua architettura fantascientifica, che nella linearità. impressionante delle fughe riesce ad inserire particolari come l’arrotondamento del marmo negli spigoli, ha il suo risultato nell’affidamento a lui della nuova progettazione del Foro occupando il posto del più “romantico” e meno “politico” Del Debbio.
L’influenza di Moretti nelle nuove progettazioni . notevole proprio nell’aspetto politico, con la realizzazione di strutture allegoriche dal Fascismo e rappresentative dell’onnipotenza del suo capo: esempio clamoroso . la Palestra del Duce, che lo stesso Mussolini, pur sensibile all’adulazione, poco apprezza perché. troppo ricca e ostentata, tra lo spettacolo delle venature del marmo paonazzetto, il bronzo dorato delle statue di Silvio Canevari e le lusinghe astrologiche dei mosaici di Gino Severini.
L’esasperazione del mito prevedeva un progetto (1936) che, in deroga alla vocazione esclusivamente sportiva degli impianti, avrebbe visto sorgere sull’Arengo della Nazione, immenso stadio per le adunate oceaniche da 400.000 posti previsto sull’attuale piazzale della Farnesina, il Colosso di bronzo impersonante il Fascismo col volto del Duce, che alto da terra 130 metri sarebbe stato visibile prima di qualunque altro monumento romano, superando, cosa gravissima per il Vaticano, la Cupola di San Pietro. Progetto che viene sostituito nel 1938 con quello della Casa Littoria (il più grande edificio d’Italia, l’attuale Ministero degli Affari Esteri), con il quale Del Debbio, insieme con Arnaldo Foschini e Vittorio Morpurgo, riesce a sbalordire, mancando per. per la prima volta al principio degli “edifici bassi”; non c’è più l’autorità di Ricci …
Le concezioni tecniche e le innovazioni funzionali continuano a meravigliare ancora oggi: gli spazi enormi e le finestrature orientate per la massima ricezione dell’aria e del sole, le strutture per il riposo e per la pulizia, le efficaci attrezzature per le cucine e i refettori sono novità. assolute rispetto ai grigi edifici savoiardi, dove ancora non tutte le case hanno i gabinetti, dove la “ginnastica” . vista quasi come una pericolosa promiscuità tra i sessi, dove l’acqua e il sapone non sono ancora del tutto familiari mentre qui ne viene esaltato l’uso tra bagni, docce, lavandini e piscine.
Non mancano, per stupire, sul modello di monumenti bimillenari, i cunicoli, le gallerie, i “passaggi segreti” di collegamento tra le zone; gli stessi apparati idraulici, elettrici, tecnici e dei servizi, curati da quel Salvatore Rebecchini che fu poi Romanista e Sindaco di Roma, sono all’avanguardia e perfino il Quadro Elettrico Generale del Foro, in marmo e con i quadranti ancora teoricamente attivi, . opera di alto valore estetico.
Ma ora le norme antinfortunistiche hanno provocato la dismissione degli antichi impianti e la sostituzione delle vecchie pompe idrauliche con altre nuove ma meno efficienti; moderne tecnologie hanno causato la rovina degli antichi intonaci pozzolanici con pitture murali sintetiche o plastiche; una esecrabile vetrata ha compromesso quel cosiddetto effetto metafisico che permetteva la visione della Stadio dei Marmi attraverso il ponte dell’Accademia; le statue non risaltano più tra i colori della natura ma sono schiacciate tra la mole del Ministero e gli orrendi trespoli dello Stadio Olimpico; il marmo della Sfera è rivestito da pesanti strati di vernice protettiva anti-scritte; preziose pitture murali dell’Accademia e della Casa delle Armi sono state ricoperte; il pavimento venato della Palestra del Duce . trasformato in tappeto di moquette; i viali ameni sono divenuti un disordinato parcheggio.
C’. stato un indubbio accanimento contro la “creatura” di Ricci, il quale in perfetta buona fede aveva voluto realizzare per i giovani quelle moderne strutture spaziali e educative che aveva studiato all’estero e che voleva riproporre in Italia ancora migliorate. Che poi questo si traducesse in una scuola di educazione fascista della gioventù appare inevitabile sia perchè il regime lo chiedeva, sia per l’incrollabile fede politica di Ricci e per la reale venerazione che aveva verso il Duce (atteggiamento peraltro piuttosto comune nella cosiddetta “epoca del consenso”, salvo poi ritrattarlo mutatis mutandis, e ne abbiamo esempi viventi…). Nonostante ciò, Ricci non si piegò. mai ad aggiungere l’aggettivo “fascista” al nome della “sua” Opera Nazionale Balilla, e questo principio gli costerà. la sostituzione con Starace, che non aveva mancato di far notare a Mussolini tale carenza insieme ai “ritardi dell’O.N.B. nella fascistizzazione dei giovani” e al fatto che “non tutti gli avanguardisti sentivano poi il bisogno di entrare nel Partito”. Starace aveva gettato il seme per la creazione
della Gioventù Italiana del Littorio, e il Foro Italico sotto la sua gestione sarebbe divenuto un mero simbolo politico… ma la fine del regime era ormai prossima.
Ora occorre smettere di considerare il Foro Italico come l’apoteosi del Fascismo, e quindi come un virtuale pericolo. Gli ideatori, i costruttori, i protagonisti sono scomparsi, alcuni da pi. di mezzo secolo. Le opere pi. appariscenti nell’apologia del regime, come l’Arengo e il Colosso, sono state evitate. Quelle che restano, anche se non mancano le allegorie e le esaltazioni, fanno parte anche della storia politica, ma principalmente della storia dell’Arte e dell’Architettura.
Rimangono del Foro la genialità. del contesto sportivo-educativo-ambientale, l’arte indiscutibile nell’espressione di una modernità. e di una razionalità. eccezionali, la spettacolarità. di alcune “fabbriche” che sono certamente uniche al mondo.
Sarà. arduo salvare il Foro Italico dai danni compiuti da una generazione che, dopo averlo edificato, ha ritenuto di “purificarlo” sacrificandolo: forse noi, che l’abbiamo conosciuto nel dopoguerra ancora abbastanza integro e consacrato allo sport, non faremo in tempo a vederlo restaurato. Facciamo per. in modo che le nuove generazioni, più lontane da coinvolgimenti politici e ideologici, e quindi in grado di apprezzarne lucidamente i soli valori architettonici, estetici e funzionali, non ne trovino soltanto miseri resti.

Estratto da “Il Foro Italico e la damnatio memoriae” di Sandro Barilla. “Strenna dei Romanisti” 2005

Pagine a livello inferiore:

Pagina al livello superiore:

Foro Italico

Pagine allo stesso livello:

CONDIVIDI QUESTA PAGINA:

I commenti sono chiusi.