Giardini del Palazzo di Venezia

Questa è una pagina di approfondimento della visita PG01 – il luogo di delizie di Papa Barbo. Nei giardini di Palazzo Venezia e riporta un saggio di Cesare-Fabio Greco e Paola Lanzara che ringraziamo.

Centinaia di turisti di tutto il mondo passano ogni giorno, inconsapevoli, accanto a un giardino tra i più interessanti e meno studiati di Roma. Solo i più curiosi si affacciano all’interno del Palazzo di Venezia (oggi sede del Polo Museale del Lazio) e scoprono, tra fastose architetture, un’isola di verde nel pieno centro storico e geografico dell’Urbe.Per un lungo periodo di tempo lo spazio interno all’edificio fu chiamato cortile, indicandolo semplicemente come un’area scoperta compresa tra i corpi di fabbrica: ma eravamo nel Rinascimento e la corte, anche da un punto di vista architettonico, era la parte più significativa dell’abitazione; così doveva pensare Paolo II quando commissionò – forse al Rossellino o a Francesco del Borgo secondo l’ipotesi di Frommel – il maestoso loggiato. Il passaggio delle carrozze dai portoni della Via Papale, ora Via del Plebiscito, di Piazza di Venezia e di Piazza San Marco non suggeriva certo di farne un accurato giardino.

Dovremo aspettare il 1729, quando l’ambasciatore della Serenissima, Barbon Morosini, fece innalzare da Carlo Monaldi la fontana che doveva mostrare la reale città di Adria in atto di gettare l’anello in mare in segno di dominio. La maestosa figura di Venezia, accompagnata dal Leone di San Marco, si sporge nel gesto di unione con il mare, simboleggiato da un breve specchio d’acqua ravvivata da vivi zampilli. Attorno alla fontana fu sistemata poi la siepe di Buxus sempervirens L. come è attualmente: si potrebbe dire che sia stata il primo “segno” del giardino.

Nella seconda parte dell’Ottocento, forse sotto l’impulso dell’Accademia di Belle Arti di Vienna, comparvero nel giardino una quantità di piante tra cui Magnolia grandiflora L., una splendida Rosa banksiae ‘Alba plena’ e molte varietà di palme, tuttora presenti. Alcuni decenni più tardi l’insieme apparirà addirittura come una giungla esotica.

Recentemente, in occasione degli interventi di restauro e riqualificazione, si è voluto esaltare l’atmosfera di questo giardino, di sapore ottocentesco, sottolineandola con l’introduzione di Camellia japonica L., Magnolia stellata Maxim., Brugmansia arborea (L.) Lagerh., Agapanthusm africanus (L.) Hoffmgg., Philadelphus coronarius L., Symphoricarpos albus S.F. Blake, detta “pianta delle perle” per i frutti bianco-cerei in tarda estate, tenendo conto anche di aspetti ambientali come, ad esempio, l’intrinseca ombrosità del luogo, chiuso tra mura, mettendo a dimora in grande copia alcune specie di felci ed il classico e verdissimo Acanthus mollis L..
In realtà i giardini del Palazzo di Venezia sono due: percorrendo una scala si può avere il privilegio di scoprire uno splendido – e forse unico – esempio di giardino pensile della Roma storica. Insieme alla costruzione della parte più antica del Palazzo di Venezia sorse, per volontà di papa Paolo II, il Viridarium Domini nostri.

Al centro, tra i cipressi, la vera da pozzo scolpita nel 1467 da Antonio da Brescia, attivo a Roma dal 1464 al 1472, è stata posta a coronamento di una cisterna alla romana, costruita per la raccolta e la dispersione controllata delle acque meteoriche, ancora perfettamente efficiente. Chiamato il luogo di delizie di Papa Barbo, questo giardino forse rimane una delle più raffinate creazioni del Rinascimento romano. I contemporanei furono consapevoli di trovarsi dinanzi a un’opera d’eccezione: lo testimoniano tra l’altro questi versi, destinati ad essere incisi in frontespicio hortorum divi Marci, a sottolineare lo splendore dell’impresa paolina: …“Aggiunse alla bella fabbrica meravigliosi giardini dai portici scintillanti d’oro in alto, al fine di dar sollievo all’animo, scacciare le gravi preoccupazioni e perciò essere degno di accogliere i voti e gli auguri degli spiriti eletti”…

Negli anni dieci del Novecento, per consentire la visuale all’erigendo monumento a Vittorio Emanuele II, l’intero Palazzetto venne demolito, ma il loggiato interno accuratamente smontato e ricostruito nella posizione attuale. La riedificazione fu realizzata sotto la direzione tecnica degli architetti Filippo Pistrucci, Ludovico Bauman e Jacopo Oblatte che conclusero la trasformazione avvenuta nel corso dei secoli da “viridarium” con doppio ordine di portici aperti all’esterno, a “palazzetto” che racchiude uno spazio verde. Si perse così il rapporto visivo originario tra natura e città, mediato in origine dal muro di cinta generosamente traforato; oggi solo la cima dei Cupressus sempervirens L. ne suggerisce appena la presenza.

Lo spostamento, avvenuto traslando il Palazzetto dalla posizione originaria in angolo con la torre a quella attuale, allineata su via degli Astalli, fu eseguita con molta accuratezza, numerando ogni singolo elemento architettonico per poi ricollocarlo con qualche modifica imposta da esigenze funzionali, tra cui la riduzione di una campata per lato e l’abbassamento della quota del giardino rispetto a quella del porticato. Gli architetti progettarono la nuova sistemazione del verde, con l’introduzione di Laurus nobilis L., Citrus aurantium L., Citrus deliciosa Ten. e Citrus limon (L.) Burm.f., secondo geometrie quattrocentesche legate più alle modifiche apportate che alla filologica ricostruzione del giardino voluto da Paolo II.

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