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Giovanni Battista Milani nacque a Roma il 17 maggio 1876 figlio di un orefice e benvoluto da un fratello della madre Aristide Mariani, cultore di architettura. I progetti di Milani, infatti, si caratterizzano per la qualità del loro ornato ed esprimono una vera e propria volontà d’arte dell’autore, che interpreta gli edifici come sculture a scala urbana, opere di artigianato impastate dalla mano dell’uomo. Milani interpretava la figura autorevole dell’architetto romano dell’inizio del Novecento, interprete di uno stile di sintesi compositiva, ibridato con un poderoso recupero a scala locale della proposta di U. Ojetti di una grande koinè barocca per rappresentare lo Stato unitario attraverso il linguaggio della tradizione. Dopo la laurea il Milani collaborò con Guglielmo Calderini, per conto del quale progettò gli arredi del palazzo di Giustizia di Roma. Fino al 1905, anno della sua nomina a professore ordinario di architettura tecnica presso la Regia Scuola di ingegneria di Roma, svolse una rilevante attività di arredatore di palazzi reali. La frequentazione accademica lo mise quindi in contatto con G. Giovannoni, che nel 1907 lo invitò a collaborare alla progettazione della città universitaria di Roma. Molti progetti non saranno realizzati; saranno invece costruiti tra il 1907 e la fine degli anni Venti gli istituti di anatomia, fisiologia e clinica psichiatrica. In quel periodo giovanile furono frequenti i riconoscimenti pubblici e le nomine a incarichi di prestigio, tra i quali quella a componente del Consiglio superiore dei lavori pubblici nel 1908, la medaglia d’argento all’Esposizione internazionale di architettura di Torino del 1911 per il villino Campos e per le abitazioni per l’Istituto romano dei beni stabili (IRBS) di viale Mazzini, costruiti a Roma nel 1909 e nel 1916 la nomina ad accademico di S. Luca. Con il complesso dei tre edifici per l’IRBS a viale Mazzini, Milani anticipò alcuni temi della sua ricerca più tarda che comprendono la questione della rottura dell’isolato a blocco unico di tipo ottocentesco e la contaminazione tipologica della casa d’affitto con la residenza unifamiliare. La produzione architettonica di Milani è suddivisa in due fasi: una che va dal 1900 al 1920 e una seconda dal 1920 al 1940. Fanno parte del primo periodo una ricca produzione di opere di edilizia privata e alcuni progetti di edifici istituzionali, quali la chiesa di S. Lorenzo da Brindisi in stile neoromanico (1910). La parte più rilevante della produzione è legata alla costruzione della città borghese. Insieme con alcune delle principali figure del professionismo e dell’imprenditoria romani, quali Giovanni Sleiter, Carlo Pincherle, Giulio Podesti ed Ernesto Basile sarà tra i protagonisti dell’espansione edilizia di Roma che dal 1909, anno dell’adozione del nuovo piano regolatore di E. Sanjust de Teulada, è interessata dalla suddivisione in lotti residenziali di grandi proprietà patrizie. Nacquero allora i rioni Ludovisi e Sallustiano e il quartiere Sebastiani, all’interno dei quali Milani realizzò numerosi interventi. Il tema è quello della costituzione di una periferia per le classi agiate. Per le famiglie Coen, Ascarelli, Di Nola, Tagliacozzo, Tomba e Sonnino progettò ampliamenti e ristrutturazioni, negozi, palazzi e tombe di famiglia. Il tema della casa borghese, collegato con la dibattuta questione dello stile nazionale, fu definitivamente formalizzato in una serie di riflessioni del Milani pubblicate sulla rivista L’Architettura italiana (Per un’architettura nazionale. La casa, maggio 1917, pp. 33-35). In essa Milani si dichiarò contrario all’adozione di riferimenti provenienti da esperienze internazionali, motivando questa posizione non con giudizi estetici, ma con questioni climatiche e soprattutto sociali e ambientali. Milani infatti diceva che all’estero le periferie residenziali signorili godevano di grandi spazi liberi e sorgevano lontano dal nucleo urbano, mentre a Roma venivano a trovarsi a ridosso del centro, a diretto contatto con quartieri a carattere intensivo, tanto che i giardini di queste nuove residenze risultavano sacrificati anche a causa di una normativa molto vincolante relativamente all’arretramento dal fronte stradale della tipologia a villino. La proposta di Milani fu di portare la casa sul fronte stradale e di adottare contemporaneamente il modello della domus romana: la costruzione così concepita si sarebbe interposta tra la città e un giardino retrostante di maggiori dimensioni, isolato dalla città stessa, e sarebbe stata distribuita planimetricamente secondo uno schema coerente con le condizioni locali. Nel 1920 Milani occupa la cattedra di tecnica delle costruzioni, ed insieme ad un ristrettissimo gruppo di accademici (Giovannoni, M. Piacentini, Fasolo, A. Foschini, G. Magni, F. Vagnetti e lui stesso) dà l’impostazione culturale della nuova scuola, orientata a un’integrazione dell’insegnamento dell’architettura e delle belle arti con quello dell’ingegneria. Il 1921 è l’anno della nascita ufficiale della palazzina, un tipo edilizio che a Roma compare in deroga al piano regolatore del 1909. Questo evento è centrale nel dibattito sulla forma urbana e ribadisce una tendenza tutta romana a concepire la crescita della città come somma di parti distinte e formalmente caratterizzate. La palazzina appare come la naturale evoluzione del tema dell’abitazione signorile affrontato da Milani nel ventennio precedente. A partire da uno studio del 1920 per una lottizzazione ai Parioli, consistente in tre palazzine con parco privato, direttamente riconducibili all’esperienza dei tre edifici dell’IRBS, Milani fu chiamato più volte a occuparsi di questo tema giungendo a una semplificazione del suo linguaggio. Per il costruttore Tonini realizzò, tra il 1931 e il 1935, palazzine con timpani e membrature appena affioranti dalla materia grezza, una sorta di architettura non finita – o meglio indefinita – confrontabile con alcune coeve esperienze di area milanese. Approdò a un classicismo modernizzato e a un protorazionalismo in polemico isolamento dai giovani razionalisti romani che, nel 1931, avevano inserito alcune sue opere nella «tavola degli orrori» assieme ad opere di Piacentini, A. Brasini, C. Bazzani e altri architetti accademici ostili al movimento moderno. Fanno parte del secondo ventennio dell’attività professionale di Milani lo stabilimento balneare «Roma» a Ostia lido (1924), la stazione marittima di Napoli Mergellina (1927), un edificio pubblico con cinema-teatro, negozi e abitazioni a Imola, il manicomio di Rieti (1932) e la casa generalizia dei padri scolopi – Calasanzio (1933). Milani morì a Roma il 26 giugno 1940.

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