“Alessandro Marcucci e il vicolo Carcano” di Giovanna Alatri

In questa terza puntata del racconto Quando ai Parioli c’erano i campi … di Giovanna Alatri parliamo di Alessandro Marcucci che ha abitato a via o vicolo Carcano, una piccola traversa della via Salaria che correva lungo il muro nord-ovest di Villa Albani, sul tracciato dell’odierna via Adda. La via era allora intitolata a  Filippo Carcano (1840-1914) milanese, pittore e poi professore all’Accademia di Brera. Nella Pinacoteca di Brera sono esposte diverse sue opere. Oggi a Roma a Filippo  Carcano è stata intitolata una strada del quartiere Ardeatino.

Alessandro Marcucci, nato a Genzano nel 1876 da una famiglia della piccola borghesia, aveva iniziato il suo percorso scolastico frequentando a Roma le elementari e poi l’Istituto tecnico “Leonardo da Vinci” per diventare ragioniere, ma a sedici anni l’improvvisa morte del padre lo costrinse ad interrompere gli studi per trovare un impiego; lavorò prima nell’Amministrazione del proprietario terriero dell’Agro romano Attilio Gori-Mazzoleni, poi come contabile presso la Ditta Tanfani di Roma. I sacrifici imposti dalle circostanze e gli impegni imposti da un lavoro poco gratificante non fecero perdere al giovane Marcucci “la fiducia nell’avvenire” e tantomeno l’interesse che nutriva per ogni aspetto della cultura e la curiosità verso tutto quanto si riferisse all’Arte, e non spensero in lui, come ha scritto, “il sogno d’essere artista; artista della penna o del pennello o dello scalpello o del palcoscenico”.11 E tutti artisti erano i suoi compagni giovanili, allora sconosciuti, alcuni dei quali “presto sarebbero saliti in fama”;

tra questi Duilio Cambellotti con il quale, insieme a Rodolfo Agostini, si era creato un forte legame di affetto e stima: “formavamo – ricorda Marcucci – un gruppo di tre vagabondi poveri e infatuati d’arte e parole”; i tre amici trascorrevano insieme ogni momento libero dagli impegni di lavoro, passeggiando, conversando d’arte e incontrandosi di frequente presso il pittore Serafino Macchiati che abitava in “un casone popolare nell’allora deserta e campestre plaga dei Parioli (dove oggi è piazza Ungheria) […]”.12 I “tre vagabondi” durante una delle frequenti passeggiate a Villa Borghese, conobbero il pittore Giacomo Balla, con il quale in breve tempo divennero amici inseparabili e insieme nelle giornate di festa compivano lunghe escursioni nella Campagna Romana; alle gite fuori città il gruppetto alternava incontri culturali, ai quali partecipavano giovani letterati e universitari, in cui si svolgevano dibatti sull’arte, letture di pagine di prosa, di poesie, di versi danteschi e recite teatrali.

L’amicizia dei quattro si consolidò rapidamente e i loro incontri avvenivano spesso in casa di Marcucci a corso d’Italia, allora “popolare sobborgo”, dove Giacomo Balla conobbe Elisa, sorella di Alessandro, sua futura sposa; la loro storia affettiva non fu semplice e venne ostacolata sia dello stesso Marcucci che dalla autoritaria madre di Balla, i quali sognavano entrambi per i loro cari un matrimonio che gli assicurasse quella tranquillità economica, che mancava a tutti; effettivamente molti di quei giovani artisti che frequentavano, nonostante il talento e l’impegno, vivevano in condizioni di grandi ristrettezze. Quanto a Marcucci, in seguito ad una delusione sofferta in una competizione tra amici, era entrato in crisi, imponendosi con coraggio di scegliere una via per il futuro: la consapevolezza di non possedere le qualità sufficienti per diventare un vero artista, “della penna o del pennello o dello scalpello o del palcoscenico”, e nello stesso tempo la certezza di non voler fare per tutta la vita l’impiegato o il contabile, lo spinse a scegliere come mestiere a lui più congeniale quello di “maestro di scuola”: “Amore e arte – ha scritto – mi sono apparsi, più che la Dottrina, elementi fondamentali per essere educatore; in particolar modo educatore di nostri simili che la Società manteneva – ahj come! – al margine della vita civile, specie di un popolo che sopra di ogni altro ha dato al mondo i più luminosi esempi di Civiltà e di Arte”.13

All’inizio della professione di maestro, quando con la madre e la sorella Elisa abitava in un appartamento al pianterreno di una casa a via Basento, aveva insegnato per pochi anni presso la succursale della scuola principe di Piemonte situata in via Parioli n. 6; nel 1904, al termine di quella prima esperienza di educatore si era congedato dai suoi alunni con una lettera che rivela i principi-guida di tutta la sua vita: “Alunni carissimi, sono questi gli ultimi momenti che passiamo insieme e prima di lasciarvi voglio dirvi un’ultima parola. Vi ho voluto bene e ve ne voglio, come se foste miei fratelli, e ho dimenticato quello che qualcuno di voi in qualche cattivo momento mi ha fatto. Oggi, vi saluto e vi auguro una vita lieta ed onesta; per viverla, ricordatevi di queste parole: non siate mai, per nessun motivo, violenti; – perdonate sempre a tutti e da tutti sarete perdonati. – Se di tutto quello che vi ho insegnato, questo solo ricorderete e farete, sarò contento dell’opera mia, Vogliatemi bene, ricordatevi di me, io mi ricorderò di voi. Il vostro Maestro A. M.”.14  L’anno seguente ebbe l’incarico di insegnare in una scuola comunale di via Cairoli: non potendo svolgere le lezioni in classe perché i locali erano pericolanti, portò i suoi scolari a Villa Borghese, sistemandosi con loro nella valletta davanti al Museo, dove capitò a dipingere l’amico Balla, il quale “appoggiato ad un tronco di un albero”, si divertì a fare i ritratti ai ragazzini, costretti a stare fermi ad ascoltare il loro maestro.15

Dopo poco tempo Marcucci fu assunto al Ministero della Pubblica Istruzione prima presso la Divisione Ragioneria poi alla Direzione dell’Istruzione Elementare, dove ebbe la possibilità di dedicarsi ai problemi dell’educazione popolare e di quella rurale che gli gli stavano particolarmente a cuore, e anche di fare una carriera di tutto rispetto, diventando una figura di spicco nel panorama della scuola italiana. Se le prime esperienze nell’ambiente scolastico gli avevano mostrato quanto fosse difficile il compito dell’educatore e quanti problemi avrebbe incontrato sul suo cammino, servirono anche a dargli una certa sicurezza e a convincerlo che ce l’avrebbe fatta anche meglio di altri; accettò quindi senza esitare la proposta fattagli dal poeta Giovanni Cena di collaborare alla creazione di scuole ambulanti per i “guitti” dell’Agro romano, per favorire l’opera di alfabetizzazione avviata dall’Unione Femminile nell’ambito della campagna antimalarica condotta nel territorio laziale dallo scienziato Angelo Celli.16

Per comprendere il valore di questa iniziativa sociale e culturale è bene ricordare in quale difficile contesto fosse nata e le tristi condizioni in cui versava la Campagna romana sino agli inizi del Novecento; le ampie tenute appartenenti a poche famiglie nobili venivano prese in affitto dai “mercanti di campagna”, che a scopo di lucro le lasciavano per la maggior parte incolte e destinate al pascolo brado, favorendo il degrado del territorio, il diffondersi della malaria e l’acuirsi della miseria delle popolazioni agricole. In particolare dei lavori “nomadi”, provenienti dalle alture del Lazio, dall’Abruzzo, dalla Campania, ingaggiati per i lavori dei campi nella stagioni della semina e del raccolto, costretti a vivere in condizioni degradanti in grotte scavate nel tufo o in primitive capanne, a volte insieme agli animali: “Vera mercanzia umana da acquistare a numero e a misura. – scrivevano di loro – Di fronte al proprietario o all’affittuario del terreno, sono mere cose, non sono più che gli immobili del fondo; senza fisionomia, senza cittadinanza, senza difesa. Di loro si dice che sono opere, a diciassette, a venti, a ventidue soldi; non anime, ma corpi umani, cui siano garantiti almeno gli elementari diritti della vita […]”.17 Anche in Agro pontino, definito per la sua secolare storia di antichi splendori e progressivo degrado “culla e tomba della civiltà”, la situazione della popolazione “mobile” non era diversa: da dicembre a luglio migliaia di lavoratori provenienti con le loro famiglie dai paesi dei monti Lepini e Simbruini, dell’Abruzzo, della Ciociaria, del Napoletano, si sistemavano nelle “lestre”, le aree diradate della folta macchia che ricopriva gran parte dei terreni non paludosi, per esercitare vari mestieri: carbonai, legnaioli, bufalari, pescatori, cacciatori, pastori, coltivatori.18

L’inizio di un reale cambiamento delle condizioni di vita degli abitanti delle campagne laziali fu determinato dalle scoperte scientifiche sulla malaria e dall’azione igienico sanitaria condotta da Angelo Celli con l’aiuto della Croce Rossa; per facilitare la campagna antimalarica, ostacolata dall’ignoranza dei “guitti”, vennero creati dall’Unione Femminile, di cui facevano parte la moglie di Celli, Anna Fraentzel, e Sibilla Aleramo, dei rudimentali corsi di alfabetizzazione, che però non erano sufficienti per risolvere un problema così grave. In loro aiuto intervenne Giovanni Cena, che avendo seguito come redattore della rivista Nuova Antologia l’opera di Celli tra i contadini dell’Agro romano e conosciuto le condizioni sub-umane in cui vivevano tante famiglie di braccianti agricoli, decise di prendere parte all’iniziativa educativa per potenziarla e migliorarla; invitò quindi Marcucci, che gli era stato presentato da Giacomo Balla, a costituire con altri collaboratori un vero e proprio Comitato scolastico: “Un pittore per mediatore – ha ricordato Marcucci – un poeta per promotore, i contadini per oggetto del mio lavoro, l’Agro romano con le sue infinite tristezze e la solenne bellezza per sfondo […] era quanto di più seducente potesse offrirmisi e accettai con gioia!”.19

Era i 1907 e da quel momento Marcucci si occupò con intelligenza, sensibilità e competenza alle Scuole per i Contadini dell’Agro romano e delle Paludi pontine e infine alle Scuole rurali di tutta Italia, tenendo sempre presente come principi cui attenersi per il processo educativo e formativo di ogni individuo il culto dell’arte e della bellezza.20 Nel frattempo Marcucci si era sposato con una insegnante, e dalla loro unione nacquero due figlie, Laura e Francesca; la prima, che aveva ereditato le qualità del padre e si dedicò sempre con successo a varie forme artistiche, sposò il figlio maggiore di Duilio Cambellotti, Adriano, dal quale ebbe tre figli. A causa delle ristrettezze economiche anche per Alessandro Marcucci la casa rappresentava un grosso problema; nel primo decennio del novecento in una lettera a sua sorella Elisa, che per lo stesso motivo insieme al marito non trovava pace, scriveva: “[…] In quanto alla casa (ti parlo di me, che di Giacomo non so non avendomene più accennato) per dicembre a 50 lire forse vi saranno case in via Carcano, davanti agli eucaliptus di Villa Albani, dove penso starebbe bene anche Giacomo a un primo piano,

dove il prezzo sai bene è all’incirca 20 lire a camera, ma almeno v’è ampiezza, decenza, pulizia e comodità e preferisco una camera in meno e al piano terra o al 1° piano, al 5°piano di ora, il caldo e il freddo in buona misura, e la burbanza di Guarnieri! Ho trovato l’amministratore delle imprese edilizie, di poche parole ma franco e abbastanza cortese, ai primi di ottobre mi dirà se in via Carcano vi sono quartieri confacenti, altrimenti me ne troverò in via Basento. Dunque non ho da disperare, e sarei lieto se anche tu, voi, trovaste luogo lì vicino. Con una parola dell’Ing. Pazzi si potrebbero ottenere vantaggi nel prezzo e nell’epoca dell’affitto, quello cioè di andarvi in novembre, poiché pare che le vogliano aprire solo in dicembre. Dirò a Giacomo che cerchi Pazzi e ne parli, ma vorrei tu fossi qui, per decidere ove andrete, poiché io sono disposto anche ad allontanarmi da questi luoghi, se voi emigrerete, tanto per non avervi distanti […]”. 21 (n.d.r. dove era via Carcano, lungo il muro nord-ovest di Villa Albani, oggi corre via Adda).

Dopo avere cambiato dimora due o tre volte sempre in zona Parioli, alla fine degli anni ‘20 con la propria famiglia, moglie e figlie, andò vivere vicinissimo all’amata Villa Borghese, in via Paisiello 15; un inquilino, dello stesso stabile, che allora era un ragazzo, li ha ricordati così: “[…] Il padre era un uomo di mezza età con la barba grigia che aveva l’aria di un professore di ginnasio o liceo. Si sussurrava che fosse massone, infatti portava la cravatta nera alla Lavallière e un feltro grigio a larghe falde […] possibilmente “fratello” di qualche loggia superstite alle incursioni fasciste […] Egli era un uomo severo, poco simpatico a tutti […] Che lui fosse un professore di lettere è avvalorato dai nomi delle figlie Laura e Francesca ambedue più grandi di me. Laura era la maggiore, non molto petrarchesca, ma carina, piccola, con una zazzeretta bionda e gli occhi celesti. Anche Francesca aveva gli occhi azzurri, anzi pervinca, bellissimi con lunghe ciglia nere[…].22

Alessandro Marcucci, in pensione da qualche tempo e ormai anziano, incoraggiato dal cognato Giacomo Balla, aveva ripreso a dipingere e a disegnare all’aperto, tra i viali della Villa dove si recava, a volte accompagnato dalle nipoti Luce ed Elica, traendo dalle bellezze del luogo anche ispirazioni poetiche, come “La Pineta di Villa Borghese”: Sotto, una folla varia di grandi e di piccini che si urta, grida, schiamazza finché c’è luce ed empie la sua giornata di tristezze e spensierate gaiezze, poi, quando cala la notte e gli alberi paiono paurosi giganti, di gioie peccaminose.

Ma sopra, l’oasi della ondulata, compatta chioma della pineta, siete voi, quattro bianchi colombi, gli ospiti liberi e felici. Siete voi padroni dello spazio fra cielo e alberi. Vi rincorrete in voli rapidi e larghi, vi amate in discreti connubi al bacio del sole, al lieve stridio delle rondini amiche, che al venire dell’Aprile tornano ai loro nidi tra i coppi dei tetti, e le ricorrenti cimase delle case degli uomini. Quando m’incanto a vedervi, bianchi colombi, penso a quanto per voi la Natura sia tanto benigna. Quella Natura che gli uomini della città trascurano e offendono Preferendo alle sue grazie, alle sue provvidenze, al suo salutare respiro Gli assurdi, perniciosi paradisi artificiali Creati dalla loro noia e dalla loro presunzione […]. Dopo una intensa vita dedicata completamente all’arte, all’impegno sociale, alla scuola, Marcucci si spense nel 1968.

Continua con la prossima puntata: Giovanni Cena e il vicolo di san Filippo

Puntate precedenti: Quando ai Parioli c’erano i campi …Giacomo Balla e la via dei Parioli.

Note

(1) Elica Balla, Con Balla, Milano, Multhipla Edizioni, 1984, vol. I, p. 47
(2) Id., p.105
(3) Id., p. 125
(4) Id., p. 131
(5) Id., p. 231
(6) Cfr. Id.,
(7) Id., vol. I, p. 328
(8) Id., vol. I, p. 329
(9) Elica Balla, Conballa, cit, vol.II, p. 234
(10) Id., p. 311
(11) Alessandro Marcucci, La Scuola di Giovanni Cena, Torino, Paravia, 1948, p. 33.
(12) Id.
(13) Lettera di Alessandro Marcucci al prof. Giuseppe Mori, s.d. (circa 1960), CDCO.  Marcucci si dedicò per tutta la vita all’insegnamento e alla diffusione delle scuole rurali, iniziando dalla creazione di quelle per i Contadini dell’Agro romano e delle Paludi Pontine, che rappresentarono un modello educativo e sociale di grande valore.
(15) Cfr . Elica Balla, Con Balla cit. vol. I, p. 143
(16) Cfr. Giovanna Alatri, Dal Chinino all’Alfabeto,
(17) Arnaldo Cervesato, Latina Tellus – La Campagna Romana, Roma, Casa Editrice Voghera, 1922, p. 108; inoltre cfr. Angelo Celli, Come vive il campagnolo nell’Agro romano, Note e appunti, Roma, Società Editrice Nazionale, Roma, 1900.
(18) Cfr. A.P. Torri, La rinascita pontina, Roma, Bardi, 1934; Alessandro Marcucci, La Scuola di Giovanni Cena, Torino, Paravia, 1948.
(19) Id., p. 39
(20) Cfr. Giovanna Alatri, Una vita per educare tra Arte e Socialità – Alessandro Marcucci 1876-1968, Milano, Edizioni UNICOPLI 2006
(21) Elica Balla, cit. vol. I, p. 148
(22) Cesare de Sanctis, Via Paisiello, 15, Roma ARTEFATTO, 1991, p. 66.  La figlia di Marcucci, Laura, sposò il primogenito di Cambellotti, rinsaldando così maggiormente i legami affettivi tra Alessandro e Duilio.
(23) Id., Pensieri e frammenti inediti, p. 96
(24) Id., Pensieri e frammenti inediti, p. 113. Cena ebbe una particolare predilezione per il pittore Segantini, che non conosceva personalmente ma di cui apprezzava moltissimo lo stile e le qualità artistiche.
(25) Cfr. Giovanna Alatri, Dal Chinino all’Alfabeto – Igiene, Istruzione e Bonifiche nella Campagna Romana, Roma, Fratelli Palombi Editori, 2000
(26) Cfr. Alessandro Marcucci, La Scuola di Giovanni Cena, Torino, Paravia, 1948
(27) Giovanni Cena, “Lungo le rive della morte”, Nuova Antologia, 16 gennaio 1909
(28) Giovanni Cena, “La rinascita nei paesi devastati”, Nuova Antologia, 1° gennaio 1910
(29) Cfr. “I contadini dell’Agro all’Esposizione”, Il Messaggero, 16 giugno 1911
(30) Giovanni Cena, “Il terremoto in Abruzzo”, Nuova Antologia, 1° febbraio 1915, p.10
(31) Lettera di G. Cena a A.S. Novaro, del 28 giugno 1917, in Opere complete di Giovanni Cena, vol. V, p.328.  Inoltre, cfr. Werner Peiser, “Scuole rurali nella Campagna romana”, Rivista Pedagogica, a. XXVI, fasc. 1, gennaio-febbraio, 1933
(32) Il Piccolissimo si congeda dai suoi lettori – Estratto delle illustrazioni, febbraio 1917-aprile 919, Roma, Società anonima poligrafica italiana, 1919
(33) Lettera a Primo Balducci del 27 agosto 1916, in Opere complete di Giovanni Cena, Lettere scelte, vol. V, cit., p. 300
(34) “Opere complete di Giovanni Cena, Pensieri e frammenti inediti, vol. III, cit., p. 214
(35) Giovanni Cena, Opere complete, cit., Lettere scelte, Lettera a Giacomo Boni del 13 aprile 1913, p. 258
(36) Id., Lettera a Eugenia Balegno del 21 luglio 1913, p. 260
(37) Anna Celli aveva affidato l’incarico di comunicare alla Aleramo la morte di Cena a Giovanni Beltrami, caporedattore della Casa editrice Treves, che le inviò un laconico telegramma: “Signora Anna Celli pregami avvertirla avvenuto decesso Giovanni Cena. Ossequi”.  Inoltre cfr. B. Conti e A. Morino (a cura di), Sibilla Aleramo e il suo tempo, Milano, Feltrinelli, 1981, p. 156
(38) Sibilla Aleramo, Diario di una donna, Milano, Feltrinelli, 1978, p. 121
(39)  Cfr. Umberto Zanotti Bianco, Giovanni Cena, estratto dal n. 1 de I Problemi della Pedagogia, gennaio-febbraio1958, n. 12.  Giovanni Cena nel 1913 era andato a vivere in un piccolo appartamento, dove prima aveva abitato Alessandro Marcucci, situato in vicolo San Filippo n. 11, ai Parioli, con una terrazza affacciata sul verde.

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