I racconti del barbiere di Massimo Santucci

Siamo lieti di pubblicare un racconto di un amico di Roma2pass che racconta di piazza Pitagora e delle strade adiacenti (via Giovanni Paisiello, via Antonio Bertoloni, viale Bruno Buozzi, ecc.).

foto di Piazza Pitagora, 1950

A mio padre, una parte di me

Provo una insolita sensazione di pace quando osservo gli attici, le terrazze, i balconi di viale Bruno Buozzi o via Paisiello. Quei piani alti, dove il rumore del traffico è attutito, così soleggiati fin dai mesi primaverili, mi riportano indietro negli anni, a una piazza Pitagora priva di semafori e marciapiedi spartitraffico, mentre stringevo forte mani grandi e sicure. I taxi verdi e neri aspettavano sonnolenti sotto il pino centrale le poche chiamate. Quell’albero era il simbolo di un quartiere residenziale, ora non c’è più. Per questo e per tanto altro sparito, come il vecchio palazzo delle Suore Francescane, all’angolo della piazza con via Bertoloni, il dèjà vu che mi accompagna mentre cammino per il quartiere si unisce a una sottile malinconia.

E’ il ricordo di un passato che sembra troppo lontano, i racconti di personaggi storici, il barbiere Angelino ad esempio. Parlava del tram, di colore rosso, che saliva dal piazzale del Parco della Rimembranza, in mezzo ai prati e a poche ville. Lungo la salita le carrozze non si potevano incrociare sull’unico binario e aspettavano il loro turno al capolinea, dove i conducenti si passavano un bastone che serviva a manovrare le piccole e traballanti carrozze, quasi uno scettro in semplici mani.

Angelino era piccolo, rossiccio, basco alla francese, cappotto abbondante, taciturno ma pronto ad aprirsi, durante il taglio dei capelli, con casuale umorismo. Raccontava dei suoi servizi a domicilio, di un prelato infermo nella sua casa della vecchia Roma, vicino al Collegio Sant’Apollinare, che lo scambiò per il Papa in visita di cortesia, intravedendolo appena con il suo camice bianco: “Santità!!”, “No eminè, so’ Angelino..” e il cardinale si riaddormentò, al buio della stanza. Fu lui a parlarmi delle catacombe, chilometri di cunicoli accessibili da ingressi sconosciuti, come quello vicino alla chiesa di Santa Teresa del Bambin Gesù, Santa Teresina per tutti noi, un “chiusino” in mezzo a via Paisiello!

Un affascinante insieme di antico e moderno, come sotto via di Sant’Ermete, piccola strada privata lungo il corso della Salaria Vetus. Ho sempre immaginato, senza mai poter scendere a vedere, le tre palazzine costruite su quelle antiche mura. Sotto ai miei piedi, a casa, le colonne in cemento armato come fondamenta, intrecciate, quasi avvinghiate al vecchio in un lavoro di alta ingegneria, rispettoso dei vincoli, da parte di una famosa società di costruzioni, con sede in zona, la Provera e Carrassi. Ben diverso dai progetti che vogliono oggi, un po’ ovunque, anche dove non dovrebbero esserci, spettrali e lucrosi parcheggi sotterranei, in nome dei nuovi spazi per le macchine dei tanti “pendolari” che lavorano negli studi e negli uffici della zona, dove i residenti sono ormai minoranza.

Catacombe, una vita immobile e intatta nel sottosuolo magico di una città caotica, sotto i saliscendi dei Parioli, San Panfilo, Santa Felicita, San Valentino, martiri della fede, dedali di gallerie, vere città sotto la metropoli. Un argomento che appassionava mio padre, anche lui cliente di Angelino, quando i due aggiungevano particolari ai loro incessanti dialoghi. Il villino dove viveva don Massimo Massimi, all’angolo di via Antonio Stoppani con viale Parioli. Si riunivano lì i giovani della Congregazione eucaristica, negli anni venti e trenta anni del secolo scorso, mio padre con Bachelet e Codacci Pisanelli, Sacconi e Pallottino, Sansonetti, Teodonio, Carlo Alberto Ferrero di Cavallerleone, anche lui come don Massimo destinato a percorrere la carriera ecclesiastica, e molti altri, tutti da famiglie storiche romane.

Avevano il campo di pallone vicino a Piazza delle Muse, allora in aperta campagna. I ragazzi, con don Massimo che indossava una tonaca sdrucita, passavano davanti alla caserma di un reggimento di cavalleria, ora sede del Comando generale dell’Arma dei Carabinieri (vedi Caserma di Viale Romania) e, per uno stretto viottolo, giungevano all’ingresso del Tiro a segno Lazio. Entravano, infine, in un grande prato circondato, verso il Tevere, da vigneti digradanti e, sugli altri lati, da un bosco di querce e più oltre, da campi di grano.

Qualche volta, portati dal vento, piovevano i pallini delle cartucce sparate contro i poveri piccioni nel vicino poligono, ora giardino di un circolo sportivo. Questo e altro ascoltavo, seduto senza toccare il pavimento sulle alte sedie di Angelino, dei suoi duetti con mio padre. Quando un giovane – “sono l’ingegner Santucci”, amava dire per annunciarsi con voce decisa che mi porto sempre dentro – si recava dietro Villa Peragallo per verificare i primi collegamenti telefonici dei Parioli: una piccola centrale telefonica della Te.Ti., Telefonica Tirrena, poi Sip e oggi Telecom, era ospitata in un appartamento privato di via Niccolò Tartaglia con i primi 600 abbonati!

Il giardino di quella villa appartiene oggi alla clinica dove si spense Anna Magnani ed era molto vasto. Vennero costruite, in quell’area, alcune palazzine che si affacciano oggi su via Angelo Secchi, dietro a un alto muro, coperto dall’edera, quasi una lapide a ricordo del verde sparito, le palme, i pini, le ville eleganti.

Nei giorni feriali non si parcheggia, anche se nei fine settimana le strade respirano: i molti uffici e studi di avvocati, notai e dentisti, gli unici che si possono permettere immobili costosi, sono chiusi. Il profumo del glicine che ogni tanto si affaccia dai vecchi muri non si avverte, sovrastato dallo smog. Quando oggi attraverso piazza Pitagora, stringendo a mia volta piccole mani, a volte ripenso ad Angelino, anche se il negozio ha cambiato gestione e lui non c’è più.

Massimo Santucci

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