“Quell’estate del ’43 …” Una testimonianza di quartiere di Domenico Misiti

Questo racconto si riferisce all’’anno 1943 e più precisamente alla calda estate di quell’anno, da luglio a settembre.  La guerra, dichiarata con enfasi da Mussolini nel 1940, si era rivelata per noi rovinosa e l’esito scontato era ormai a un punto di non ritorno.  La Roma di allora fu teatro di eventi tragici e angosciosi e, nel mese di luglio in particolare, vi si verificarono avvenimenti che cambiarono il decorso della storia italiana e non solo.  Il più tragico fu sicuramente il bombardamento del quartiere popolare di San Lorenzo del 19 luglio. 

Il bombardamento di San Lorenzo

Ci aiuta a ricordare il bombardamento di San Lorenzo la descrizione che ne fa Wikipedia: “La mattina del 19 luglio 1943….bombardieri e…caccia americani…. piombano su Roma. Durante il raid aereo……vengono sganciate sulla città eterna 4 mila bombe….che provocano oltre 3 mila vittime. Il quartiere San Lorenzo è quello maggiormente colpito dall’attacco”.

Certamente l’effetto di quell’evento fu devastante e colpì profondamente le nostre coscienze determinando in noi ragazzi il risveglio tragico da una assuefazione sino allora quasi convenzionale alla guerra che tutto sommato per noi figli della media borghesia era una cosa lontana che non aveva poi tanto modificato le nostre abitudini di vita. In effetti il frequente passaggio su Roma delle Fortezze Volanti americane cariche di bombe, il suono sinistro delle sirene, le ore passate nei “ricoveri” condominiali, la mancanza di rifornimenti alimentari, le tessere che limitavano l’acquisto del pane e di altri generi alimentari pur nella loro drammaticità erano accadimenti vissuti da noi in modo superficiale quasi in stato di incoscienza.

Ricordo ancora le immagini del quartiere di San Lorenzo semi distrutto che apparvero a noi, non ancora adolescenti, quando, pieni di curiosità, raggiungemmo a piedi di nascosto dai nostri genitori i luoghi bombardati. La guerra si era avvicinata all’improvviso a noi rivelando tutta la sua crudeltà e follia omicida, e non fu solo San Lorenzo … Ancora oggi, quando ci capita di ascoltare la bellissima canzone di Francesco de Gregori che evoca quella tragedia romana, la malinconia ci porta indietro con gli anni.  San Lorenzo fu solo il primo dei tanti bombardamenti americani su Roma che si susseguirono nei mesi successivi fino alla liberazione nel ’45.  Fummo testimoni non diretti dello scempio che diversi mesi più tardi si verificò ad una fontanella nei pressi della vicina via Nomentana dove una bomba tolse la vita a decine di persone ignare in attesa di fare rifornimento di acqua che allora scarseggiava nelle nostre case e, ancora, continuammo per mesi ad essere spaventati a morte dai bombardamenti ripetuti di notte da un aereo misterioso, il fantomatico Pippo, che colpì anche Villa Bianca, una clinica situata a qualche centinaia di metri da casa nostra.

Era opinione comune, condivisa dai nostri genitori e dai nostri fratelli maggiori, che colpire tanto duramente Roma, Città Aperta e Capitale della Cristianità, avesse scosso fortemente la coscienza nazionale e provocato una revisione profonda della politica del nostro Paese, determinando anche l’intervento piuttosto esplicito del Vaticano in favore di cambiamenti che portassero ad un disimpegno graduale dalla guerra. Cambiamenti che si concretizzarono negli eventi del 24 e 25 dello stesso mese di luglio.

La caduta del Fascismo

Anche in questo caso Wikipedia ricorda meglio quanto avvenne: “Gli avvenimenti della primavera ed estate 1943 in Italia culminarono nella riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 24-25 luglio, nella quale venne decisa la deposizione di Benito Mussolini che determinò: la caduta del Governo Fascista dopo 21 anni, l’arresto di Mussolini e la conseguente nomina, da parte del Re, di un nuovo capo del Governo nel Maresciallo dell’esercito Pietro Badoglio.  La riunione del Gran Consiglio … iniziò alle 17:15 del 24 luglio e … terminò alle 2:30 del 25 luglio”.

La notizia della caduta del Fascismo ci raggiunse in mattinata mentre, in vacanza dalla scuola, eravamo con amici del quartiere a correre a piedi o in bicicletta su e giù per corso Trieste, spensieratamente nella piena incoscienza della nostra giovane età. A casa trovammo una atmosfera carica di preoccupazione alleggerita soltanto dall’idea della fine di un incubo ma presaga di situazioni non esenti da incertezze e da presumibili criticità.  Nelle settimane che seguirono per noi ragazzi continuò la solita vita in una calma apparente pur con le difficoltà e le privazioni causate dalla guerra.  Trapelavano dai discorsi dei grandi notizie sugli sbarchi delle forze anglo-americane in Italia meridionale, dei malumori degli alleati tedeschi per l’arresto di Mussolini e di trattative più o meno segrete da parte italiana per porre fine alla guerra in maniera unilaterale.  In quei giorni, avemmo modo di assistere anche a tentativi di cancellazione dei simboli fascisti con azioni a volte esasperate che vedevano, con nostro dispiacere, favorevoli e contrari anche fra noi adolescenti, creando a volte qualche dissapore.

Noi di via Bacchiglione

Esaurita la premessa storica, necessaria ad inquadrare gli avvenimenti “oggetto” del nostro racconto, vale la pena accennare ai luoghi “scenario” degli eventi e alle persone che con noi li hanno condivisi.  Io e mio fratello Mario con la nostra famiglia abitavamo al n.3 di via Bacchiglione, nel quartiere Trieste, al secondo piano di una delle tre palazzine che circondavano un ampio cortile di mattonelle rosse con due cancelli che davano rispettivamente sulla via Bacchiglione e sulla via Volsinio e un cancelletto laterale che dava su altri cortili interni.  La via Volsinio separava il nostro Condominio da un grande edificio scolastico intitolato a Italico Sandro Mussolini che aveva classi dell’asilo e classi delle elementari, oltre ad un istituto tecnico-professionale. La Scuola era contigua al Parco Nemorense, detto più pomposamente Virgiliano, che era il nostro ritrovo di giochi, preferito e amato.  E, in quella Scuola negli anni precedenti eravamo stati “Figli della Lupa” e poi “Balilla” e vi avevamo frequentato le elementari insieme ad altri ragazzi del palazzo.

Allora le nostre case erano abitazioni INCIS, date in locazione a impiegati dello Stato che ne avevano avuto l’assegnazione a seguito di titoli professionali oltre che di esigenze familiari.  Le famiglie erano molto simili fra loro, in maggioranza numerose come la mia.  Ci si conosceva tutti e in ogni palazzina si viveva in una atmosfera di cordialità e di solidarietà umana sentita maggiormente in quel periodo difficile della guerra.  C’erano magistrati, militari di grado elevato, professori e maestre, dirigenti e impiegati di vari enti statali.  Rilevante anche la presenza del portiere, il mitico sor Italo che noi temevamo per i suoi rimproveri puntuali per le nostre intemperanze a volte chiassose e che aveva commosso profondamente tutti noi per la tragedia della morte di un figlio poco più piccolo di noi precipitato nella tromba delle scale di una delle nostre tre palazzine.

La nostra famiglia allora era riunita, nonostante la guerra, al gran completo nella nostra casa, composta da due appartamenti con un lungo corridoio su cui si affacciavano le stanze. Nostro padre era professore del Liceo Torquato Tasso di via Sicilia che al momento era anche la nostra scuola media.  Nostra madre dolce e piccina era tutta chiesa e famiglia ed era una frequentatrice assidua della vicina parrocchia di San Saturnino.  C’eravamo poi noi figli con Luigi, meglio Gino, studente universitario di ingegneria che fortunatamente era stato riconosciuto “rivedibile alla visita di leva”, seguito da Raffaello, meglio Lello, non ancora diciottenne da poco maturato e al momento non ancora di leva e poi nostra sorella Graziella, studentessa liceale molto coccolata da tutti i suoi fratelli e, in coda noi due praticamente inseparabili e, come diceva Mao, col pensiero unico. Mario, con due anni di più e Mimmo che chiudeva la serie. Completavano la famiglia una sorella di papà che aiutava la mamma a gestire la numerosa prole e una ragazza della Val di Non che resterà con noi per buona parte della sua vita.  In quel periodo, passavamo molto tempo in compagnia dei fratelli maggiori che erano costretti a sopportarci e Mimmo seguiva spesso gli esperimenti che nostro fratello Gino, convinto di essere un grande inventore, eseguiva in camera sua.  Uno dei suoi esperimenti non riuscì come lui sperava e le fiamme che si sprigionarono procurarono a Mimmo una ustione di cui porta ancora i segni.  Nostro padre era molto presente e seguiva da vicino, a volte anche con severità, i fratelli maggiori, lasciando a nostra madre la gestione di noi, più piccoli.  Era una bella persona autorevole e socievole e avevo la sensazione che, per la sua affabilità e disponibilità, fosse molto rispettato e amato e spesso prestava assistenza volentieri a qualche figlio del vicinato che aveva bisogno di un aiuto scolastico. Aveva una grande passione per il calcio e la domenica amava portare noi maschi della famiglia allo Stadio del Partito Nazionale Fascista, divenuto poi Stadio Flaminio, che raggiungevamo di buon’ora a piedi con la colazione al sacco preparata da nostra madre, per vedere la Lazio di Piola che peraltro quell’anno risultò il capocannoniere del campionato.

L’8 settembre in via Bacchiglione

Ricordo ancora che intorno alle sei del mattino venivamo svegliati dallo stridore sulle rotaie delle ruote del tram numero 6 che iniziava il servizio al capolinea di piazza Istria.  Ma poi pigramente tornavamo a dormire ma in quel giorno di metà agosto avvertimmo un gran movimento nelle strade vicine e il chiasso risvegliò l’interesse di tutto il vicinato.  Ci accorgemmo ben presto che era in atto l’arrivo nella nostra zona di soldati dell’Esercito italiano, che poi imparammo appartenere alla Divisione Piave.

Cortile di via Volsinio con in fondo la scuola

Erano di ritorno dal fronte e si sarebbero accampati nel nostro quartiere in attesa di essere di nuovo impegnati.  Questa realtà ovviamente destò molta apprensione in tutti noi temendo che la zona potesse diventare un possibile obiettivo militare.  “L’occupazione” proseguì per l’intera giornata e anche nei giorni successivi con l’arrivo continuo di mezzi militari e gruppi di soldati. In realtà si ebbe l’impressione di una operazione improvvisata che coinvolgeva soldati disorientati dall’assenza di un piano preordinato.  Quella che ci era sembrata all’inizio una occupazione militare si rivelò una pacifica coabitazione, con scambio di gesti e azioni amichevoli fra cittadini e militari.

La maggior parte dei militari fu alloggiata all’interno del grande edificio scolastico, nei suoi cortili e nella grande palestra.  In aggiunta, il nostro cortile ospitava le cucine e il deposito delle riserve alimentari mentre i numerosi mezzi militari erano parcheggiati sul tratto della via Volsinio che separava noi dalla scuola e per la maggior parte all’interno del Parco Nemorense. Il nostro cortile attraverso il cancello superiore era praticamente parte di quell’isola militarizzata che si era così formata. In effetti la scuola, le strade adiacenti, il Parco e anche il nostro cortile INCIS non erano proprietà privata e lo Stato, nelle emergenze, ne poteva disporre con pieno diritto.  Ci adattammo ben presto a questa nuova realtà e anzi per noi ragazzi fu una continua scoperta di novità, facilitata anche dalla disponibilità dei militari e dei loro ufficiali che ci permettevano di circolare liberamente.  Anche il Parco continuò a essere la nostra meta di giochi anche se gli spazi consentiti si erano notevolmente ridotti.

Il nostro cortile-cucina era ordinato e organizzato alla perfezione con ogni cosa al proprio posto; il personale incaricato era molto gentile e generoso e, dati i tempi, quel tipo di generosità non cadde nel vuoto.  Nostro padre però, per una forma di dignità per noi incomprensibile, pose il veto ad approfittare di tale opportunità.  Non era facile, infatti, resistere ai nostalgici profumi che aleggiavano nel cortile specie durante la distribuzione dei pasti.  I soldati che noi guardavamo dalle finestre che davano sul cortile erano giovani e lavorando scherzavano canticchiando sottovoce con una allegria forzata forse per nascondersi le preoccupazioni per un futuro sospeso.  Cercavano contatti umani e secondo noi forse, nacque anche qualche “simpatia”.  Fra l’altro ricordiamo che qualcuno di loro, avendo saputo della presenza di un professore di lettere, bussava da noi per farsi correggere le lettere da mandare alla fidanzata o alla famiglia lontana.

La situazione politica nel frattempo era in evoluzione.

Era ormai emersa la volontà di porre fine alla guerra rompendo l’asse italo-tedesco ed erano in atto discussioni tra gli inviati italiani e i rappresentanti alleati per arrivare ad un armistizio in breve tempo.  La storia di quei giorni ricostruita da Wikipedia così si legge: “Il 3 settembre 1943 il generale….Castellano firmò l’armistizio di Cassibile ma, a causa dell’evidente disorganizzazione italiana, sorsero problemi che ne ritardarono l’annuncio ufficiale … La sera dell’8 settembre 1943 Eisenhower diede comunicazione ufficiale della resa italiana e Badoglio fu costretto a diffondere per radio la notizia”.

Tutti noi ricordiamo ancora, a distanza di quasi ottant’anni, lo scarno bollettino dell’Armistizio trasmesso dalla radio in quella sera d’estate che risuonò per le strade di Roma dalle finestre aperte, letto con tono grave e asciutto dallo stesso Generale Badoglio.  Anche se era nell’aria, l’annuncio dell’armistizio produsse un effetto paralizzante su tutti e in particolare sui nostri ospiti militari di via Bacchiglione.  Ci si rese subito conto che la Germania di Hitler non avesse affatto gradito l’abbandono dell’Italia e tutti si aspettavano una reazione sicuramente non benevola da parte dei comandi tedeschi.  Già dalle prime ore del giorno seguente fummo testimoni dalle nostre finestre dell’imbarazzo generale causato principalmente dalla mancanza di organizzazione e soprattutto di un piano di emergenza.  E, quando si sparse la notizia che le truppe della Wehrmacht sarebbero intervenute in tutti i teatri bellici dove erano presenti unità italiane, il panico prevalse. Il cortile sottostante fu teatro di scene drammatiche, indimenticabili: molti dei soldati presenti scapparono via non so dove, altri si nascosero chiedendo alle nostre famiglie soprattutto abiti borghesi per non essere riconosciuti, altri ancora rimasero in attesa degli eventi.  Quelle scene del nostro vissuto ci tornarono in mente alla visione del film di Comencini “Tutti a casa” che rievocava con grande realismo i giorni successivi all’armistizio.

Tutti a casa (1960)

L’attesa non fu lunga e venne interrotta dal rumore delle camionette tedesche e delle motociclette con sidecar degli ufficiali tedeschi. Tutta l’area fu circondata dai soldati della Wermacht che con aria minacciosa tenevano sotto controllo la situazione. Ricordiamo che un gruppo di militari tedeschi era entrato nel cortile con le armi puntate verso l’alto quasi temendo una reazione da parte nostra e questo fatto convinse nostro padre a scendere in cortile per chiedere agli ufficiali di deporre le armi all’interno dell’abitato, assai spaventato. Ripensandoci … quello fu l’inizio dell’occupazione nazista di Roma che si protrasse sino alla liberazione da parte degli alleati, circa due anni più tardi.

I nostri soldati che non erano riusciti a scappare o a nascondersi furono presi in custodia dai militari tedeschi e abbandonarono tutto quanto era presente nel cortile, alimenti e apparecchiature comprese.  Ci siamo sempre chiesti quale sia stato il destino di tutti quei ragazzi che ci avevano tenuto compagnia in quei giorni bui.  Un drappello di soldati tedeschi al comando di un ufficiale fu incaricato di ispezionare le abitazioni in cerca di militari italiani e non solo …. L’ufficiale accettò di parlare con nostro padre e con gli altri benemeriti intervenuti e dopo sembrò meno arcigno e perfino gentile.  L’ispezione fu discreta e fortunatamente senza effetti negativi.  Temendo il peggio, già dalla mattina nostro fratello Gino e un altro suo coetaneo avevano raggiunto il terrazzo condominiale e si erano nascosti nei cassoni dell’acqua che allora erano comuni nelle nostre abitazioni.  Ci rimasero sino a sera inoltrata prendendosi così un bel raffreddore per fortuna senza conseguenze.  I tedeschi rimasero per tutto il giorno controllando il materiale e gli equipaggiamenti abbandonati assicurando che nel giro di pochi giorni tutto sarebbe tornato come prima.  In realtà gli alimenti e parte delle apparecchiature furono consegnate a un centro di assistenza di matrice religiosa che distribuiva pasti caldi alle famiglie del quartiere.  Quanto rimase fu preda di qualche sconsiderato che sopraggiunse non so da dove.  Perfino dei mezzi furono abbandonati nel Parco e noi notammo che qualcuno, sicuramente incivile, aveva ritagliato la copertura in pelle dei sedili per utilizzarla come tomaia per le scarpe.  Certamente in quel periodo non mancarono episodi di comportamenti negativi al limite del vandalismo, non certo qualificanti per la nostra società di quel tempo.

Via e piazza Volsinio con la scuola e il parco sulla destra

Dopo la liberazione (ricordo ancora quel 25 aprile del 1945 e Corrado alla Radio che proclamava “la guerra è finita!  la guerra è finita!”  Il nostro cortile fu ancora utilizzato da militari, questa volta delle forze alleate, in prevalenza inglesi, ma questa è tutta un’altra storia che non crediamo valga la pena di raccontare.

Il nostro cortile è rimasto così come era nel 1943, sicuramente invecchiato ma pieno di ricordi per noi anziani e siamo sicuri che solo pochi degli attuali abitanti conoscono questa storia che abbiamo voluto raccontarvi.

Roma, Mimmo Misiti, agosto 2022

Pubblicato ad aprile 2023

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