“Il Santo di Porta Pia” di Armando Bussi

Uscendo da Porta Pia e andando a destra per viale del Policlinico, fiancheggiamo a sinistra i palazzi del Ministero delle Infrastrutture e delle Ferrovie dello Stato Italiane, separati da una stradina interna – che poi piega a sinistra e arriva alla Nomentana – il cui nome non figura nello stradario del Comune; negli atti ferroviari è chiamata via “De Meus”, ma nessuno sa spiegare perché (poi forse ci riusciremo). Più avanti c’è Piazza della Croce Rossa, con l’ingresso principale delle stesse Ferrovie; quindi una via – che va fino a piazza Galeno – intitolata alla “villa Patrizi”, dimora settecentesca che, col suo ampio parco, ha occupato questi luoghi fino all’inizio del Novecento. Se invece da Porta Pia andiamo dritti, troviamo sempre, a destra, il Ministero delle Infrastrutture, un tempo chiamato dei Lavori Pubblici (come tuttora scritto sopra il suo ingresso, insieme all’anno dell’inaugurazione, il 1925); oltrepassiamo, al n.4, l’uscita della stessa via De Meus; appresso, al civico 6, c’è un supermercato moderno (al cui interno ci sono però i pochi resti di una delle ville degli antichi Romani un tempo presenti nella zona, quella di Antonia Caenis, compagna dell’Imperatore Vespasiano); segue, al n.8, il Monastero delle “Religiose dell’Eucarestia” con la Chiesa del Corpus Domini (succursale della Parrocchia di S. Giuseppe, che sta più avanti, al n.60; ne parleremo dopo); infine giriamo a destra per via dei Villini, così chiamata perché qui ne sono sorti, dalla fine dell’Ottocento, parecchi. La strada scende anch’essa, come via di villa Patrizi, a piazza Galeno, delimitando così, più o meno, la zona di cui vogliamo occuparci [figura 1 a sinistra, i luoghi dell’antica villa Patrizi in un disegno del 1918].

Ci fermiamo proprio in fondo a via dei Villini, alla palazzina con ingresso dal civico 34, che ospita il Monastero di un diverso Ordine di Suore, le “Figlie del Cuore di Gesù” [figura 2 a sinistra, Monastero delle Figlie del Cuore di Gesù]. Prima di tale ingresso c’è il nostro punto di partenza, un vecchio portone di ferro; alla sua sinistra una frase dipinta sul muro, pur assai sbiadita da ottant’anni di intemperie, recita ancora “Ricovero antiaereo pubblico Capienza posti 200”; quella che però ci interessa, scolpita sopra detta porta, è la scritta “C.D.A.S. S. Nicomede”. Di che si tratta?

Quanto a “C.D.A.S.”, trattasi della pontificia Commissione Di Archeologia Sacra, istituita da Pio IX nel 1852 per la tutela – scrisse il Papa – dei “sacri cemeteri antichi”; è tuttora attiva, in quanto – in base al Concordato del 1929, rinnovato nel 1984 – la Santa Sede è rimasta competente in materia di studio e tutela delle catacombe cristiane in Italia. Per questa porta si dovrebbe quindi accedere a uno di tali cimiteri; dall’erba che c’è davanti, è evidente che non viene aperta da parecchio tempo [figura 3 a destra, porta di via dei Villini 32].

Quanto a “S. Nicomede”, chi era costui? Certamente una vittima delle prime persecuzioni ai seguaci di Gesù; ma per trovare qualche notizia in più dobbiamo arrivare al V secolo d.C., in una Roma ormai cristianizzata, quando la vicenda di tale Martire venne raccontata nella “Passio Sanctorum Nerei et Achillei”: un testo sacro sulle vicende di vari Santi, che fondeva la tradizione di questi Nereo e Achilleo con quella, che qui interessa, di Nicomede e Petronilla. La storia insegna che nell’anno 85 d.C. – durante le persecuzioni dell’Imperatore Domiziano – il presbitero cristiano Nicomede assisteva spiritualmente Petronilla – bellissima figlia nientemeno che di San Pietro – la quale, prima paralitica poi miracolosamente guarita (ovviamente dal babbo), ricevette la visita di un ricco pagano, Flacco, che “cum militibus armatis” le ordinò (talebano ante litteram) di sposarla. Lei, se da una parte era vergine e votata al Signore, dall’altra non poteva negarsi al potente pagano: riuscì solo a ottenere un rinvio delle nozze di tre giorni. Quindi, desiderando essere sottratta in qualunque modo all’uomo che la voleva, si ritirò a pregare insieme con l’amica e altrettanto devota Felicola, con l’assistenza appunto del nostro Nicomede. Alla fine del terzo giorno le sue preghiere furono esaudite, ed ella serenamente … spirò. Poco dopo arrivò Flacco seguito, come usava all’epoca, da un “corteo nuziale di matrone e vergini”, che avrebbero dovuto accompagnare la sposa a casa dello sposo; e non la prese affatto bene. Però, vista l’amica Felicola (anch’essa “di forme leggiadre”) e dato che la cerimonia nuziale era comunque già pronta, decise detto fatto di sposare lei. Felicola, anch’essa votata alla verginità, rifiutò; allora il Flacco – che evidentemente andava assai per le spicce – la fece uccidere e gettare in una cloaca. Nicomede ne recuperò le spoglie e la seppellì; ma il sempre più incattivito Flacco, venutolo a sapere, convocò il presbitero e gli intimò di rendere sacrifici agli dei; lui rifiutò sdegnato. A questo punto, secondo un’altra versione del VII secolo, fu condannato alla graticola, ma un temporale spense il fuoco e un successivo terremoto disperse i pagani che assistevano, uccidendone un centinaio; il giorno dopo riprovarono a buttarlo fra le fiamme, che stavolta si spensero da sole. Infine, entrambe le versioni concordano che (cambiando sistema) “fu battuto lunghissimamente con flagelli piombati, e in quel tormento passò al Signore”; dopodiché, per impedire che qualcuno provasse a recuperare pure lui, venne buttato a Tevere. Controcorrente andò un altro cristiano, evidentemente barcarolo, Giusto (“nomine et opere”, cioè di nome e di fatto), che invece riuscì a ripescare dal fiume il corpo di Nicomede; lo portò “ad horticellum sum, iuxta muros via Nomentana” (cioè nella nostra zona, fra tale strada e le mura Aureliane) e lì lo seppellì. Era, secondo la tradizione prevalente, il 15 di settembre: questo giorno fu infatti nel calendario intitolato a tale Santo.

Una bella leggenda, evidentemente quasi tutta inventata: ad esempio – a parte l’improbabile figlia di San Pietro – lo stesso nome di Giusto certo calza a pennello sul personaggio, ma in realtà l’orticello in cui Nicomede fu sepolto doveva essere di proprietà della “gens Catia”, dato che fra le iscrizioni ritrovate in loco ricorre spesso la scritta “Catianilla”; inoltre, all’epoca di Domiziano le mura Aureliane ancora non c’erano. Ciò nonostante il seppellimento in questo luogo sulla Nomentana è l’unica parte attendibile del racconto; per il resto è molto probabile che nel V secolo si fosse perso il ricordo della vicenda originaria e occorresse dare fondamento e spiegazione al culto di un Santo comunque molto venerato; tanto che attorno al suo sepolcro si era sviluppato un ampio cimitero. Ma andiamo con ordine.

Da una parte il sottosuolo della zona è al contempo tufaceo e ricco d’acqua; per cui era relativamente facile scavarci delle gallerie, che però andavano adeguatamente drenate, sennò si allagavano. I romani queste cose sapevano farle benissimo, tant’è che proprio qui furono aperte delle cave di tufo, durante il VI secolo a.C., all’epoca dei Re Tarquinio Prisco e Servio Tullio. È possibile siano state utilizzate per la costruzione delle prime mura Serviane; vennero però presto abbandonate e dimenticate. D’altra parte, nel 450 a.C. le “Leggi delle XII tavole” stabilirono che al potesse essere inumato o cremato all’interno del “pomerium” (termine probabilmente derivante da “post moerium”, di là delle mura); tale pomerio, confine di Roma sia amministrativo che sacro, coincise inizialmente con le predette mura Serviane, per poi gradualmente allargarsi fino alle più tarde Aureliane. Perciò nel sito in questione c’erano sempre state tombe pagane. Anche da quanto predetto derivò l’usanza dei primi cristiani di seppellire i defunti in gallerie sotterranee, dette in latino “catacumbae”, forse dal greco “katà kumbas”(presso le grotte); così intorno al sepolcro di Nicomede si svilupparono qui – intorno al III secolo d.C., circa 12/13 metri sotto le vecchie cave di tufo – le grandi catacombe a tale Santo intitolate. Rimasero in uso, o comunque oggetto di culto, fino al V/VI secolo; poi, vuoi per gli allagamenti dovuti alla scarsa manutenzione, vuoi per le continue incursioni dei Longobardi, furono gradualmente abbandonate.

Nel VI secolo Papa Bonifacio V fece costruire accanto alle catacombe di Nicomede una Basilica a lui dedicata, ove le sue spoglie vennero poi trasferite. La Chiesa fu restaurata sotto Adriano I alla fine del VII secolo; ma nell’VIII il Pontefice Pasquale I fece portare altrove le reliquie del Santo. Così, dopo sette secoli, le sorti del Martire si separarono da quelle dei suoi primi luoghi di culto; cercheremo di ricostruirle entrambe.

Cominciamo da tali luoghi. Sia della chiesa che del sottostante cimitero non si ebbero più notizie per secoli; solo a partire dal Quattrocento nella zona si ricominciò a scavare, di nuovo per ricavare materiale di costruzione – stavolta pozzolana – sotto le antiche cave tufacee, ma circa 6/7 metri sopra le nostre catacombe. Le nuove cave, pur realizzate con minore perizia di quelle romane, vennero utilizzate più a lungo, scendendo man mano di livello fino ad imbattersi nel cimitero sottostante. Forse furono proprio gli scavatori ad avvisare, fra fine Cinquecento e inizio Seicento, uno dei primi archeologi, Antonio Bosio. Nato a Malta e presto trasferitosi a Roma al seguito dello zio, uno stimato storico, da giovane era un ragazzo scapestrato che, nelle sue scorribande notturne, si divertiva con gli amici ad infilarsi dappertutto, anche in grotte sotterranee; poi, per non essere diseredato, mise la testa a posto, si dedicò agli studi e – fino alla morte, nel 1629 – alle prime serie ricerche nel sottosuolo dell’Urbe. Fu soprannominato “il Cristoforo Colombo della Roma sotterranea”, perché di catacombe ne scoprì una trentina. Così il 14 dicembre 1601, “uscendo fuori dalla Porta Pia, e caminando per la via Nomentana alcuni passi a mano dritta … in una vigna”, il Bosio, come scrisse nella sua opera “Roma sotterranea”, ritrovò un “piccuolo Cimiterio sotterraneo, al quale si discende per alcuni scalini di mattoni … il quale ha li suoi monumenti cavati nel tufo … Il detto cimiterio è piccolissimo, havendo quattro o cinque strade, con tre o quattro cubicoli solamente, ed io penso che questo sia di S. Nicomede”; ciò in quanto, nella stessa vigna, aveva ritrovato anche “alcune vestigi di muri, che forsi sono della Chiesa dell’istesso Santo”. Erano proprio le nostre catacombe? Chissà; dopo poco, di questa scoperta del Bosio si perse completamente l’esatta ubicazione (al novello Colombo è comunque intitolata una via nel quartiere Nomentano).
Sempre qui sorse, fra il 1716 e il 1725, la citata villa della famiglia Patrizi, con un ampio parco, via via allargato con successive acquisizioni. Un po’ più oltre, ancora sulla Nomentana, venne nel 1741 costruita una bella chiesetta, dedicata a Santa Maria della Natività; tra l’altro, nel suo altare furono collocate le reliquie di tre Santi: Modesto, Pio e … Giusto (chissà se era l’amico di Nicomede).

Arriviamo così al 1864, quando a scavare nel parco di villa Patrizi fu Giovanni Battista De Rossi – fondatore dell’archeologia cristiana come moderna disciplina scientifica, nonché grande studioso del cristianesimo primitivo – che vi scoprì le vestigia di un edificio rettangolare absidato, di fronte al quale una scalinata scendeva ad alcune gallerie sotterranee [figura 4 a sinistra, pianta dell’ipogeo a cavallo di via dei Villini] con cubicoli ed iscrizioni greche e latine, fra cui un graffito con le lettere “NIKO” (che facevano pensare a Nicomede); forse il luogo era lo stesso del Bosio, comunque De Rossi concluse che tale edificio corrispondeva all’antica basilica del Santo e che gli ambienti sotto di esso erano le relative catacombe (anche al De Rossi è dedicata, nel Nomentano, una via, che incrocia quella del Bosio).
Con lo sviluppo di Roma Capitale, e in particolare a seguito del Piano Regolatore del 1883, il grande parco di villa Patrizi venne gradualmente lottizzato, venduto ed edificato. Si realizzarono nuove strade, che per lo più si diramavano dalla Nomentana; per essa iniziarono così nel 1890 lavori di allargamento, che ne portarono la larghezza da 10 metri [figura 5 a destra, inizio di via Nomentana con ingresso di villa Patrizi] a 40, la sezione attuale.

Per le esigenze degli abitanti del nuovo quartiere occorrevano anche edifici religiosi. Una Chiesa come sappiamo c’era già, quella dedicata alla Natività di Maria. I Patrizi l’avevano acquistata nel 1869; facendo però un pessimo affare, perché il bel fabbricato incappò nell’allargamento della strada e, dopo alterne vicende, fu demolito nel 1902; sul terreno retrostante venne costruita, allineata al nuovo limite della via, l’attuale Chiesa, progettata dall’architetto Carlo Busiri Vici (lui la strada non ce l’ha; ce n’è invece, vicino a villa Pamphili, una dedicata a suo padre Andrea, anch’esso architetto). In stile neoromanico, con all’interno evidenti richiami all’arte bizantina, fu inaugurata nel 1905 e intitolata a San Giuseppe [figura 6 a sinistra, Chiesa di S.Giuseppe]; nell’altare della sagrestia vennero trasferite le reliquie di Giusto (sempre insieme – in un compendio di virtù – con Modesto e Pio). Per la cronaca, accanto a tale Chiesa c’è un altro edificio, costruito ancora dal Busiri Vici nel 1905, che pare fosse un tempo chiamato, come la stradina sopra citata, fabbricato “De Meus”; ma, di nuovo, non si sa perché.

Tornando verso Porta Pia, nacque fra le altre anche via dei Villini, e il terreno sovrastante le gallerie scoperte dal De Rossi passò come detto alle Figlie del Cuore di Gesù, che vi fecero edificare – sempre da Carlo Busiri Vici – il loro Monastero, in stile neoromanico. C’erano ancora – in quello che divenne il giardino del convento – tracce dell’edifico romano considerato dallo stesso De Rossi la basilica di Nicomede; così le pie monache vi piantarono dei cipressi, disposti in modo tale che dell’antico fabbricato fosse riprodotta la planimetria.

Avvicinandosi ancor di più a Porta Pia, un altro lotto sulla Nomentana fu venduto alle Suore belghe dell’Adorazione Perpetua (oggi chiamate, come detto, Religiose dell’Eucarestia); lì fra il 1886 e il 1889 venne costruita l’attuale, sopracitata Chiesa del Corpus Domini, in stile neogotico, col relativo Monastero [figura 7 a destra, Chiesa del Corpus Domini]. Il progetto, definito dall’onnipresente Busiri Vici, venne modificato e attuato prima dal francese Victor Gay, poi dal belga Arthur T. Verhaegen (a Bruxelles c’è una rue Théodore Verhaegen, chissà se è lui). Anche durante tale costruzione ci furono diversi ritrovamenti archeologici, ma non catacombe.

Terminata la lottizzazione del parco, della villa Patrizi era rimasto il fabbricato (peraltro un rifacimento di quello settecentesco, distrutto da un incendio nel 1849) con un po’ di giardino intorno; nel 1907 furono le Ferrovie dello Stato, costituite da un paio d’anni, ad acquistare la residua proprietà. L’edificio venne abbattuto, e iniziarono gli scavi per le fondamenta delle due nuove costruzioni: Ministero dei Lavori Pubblici e Direzione Generale delle stesse FS.

E qui entrò in scena Rodolfo Lanciani, ingegnere, topografo e archeologo della romanità, fra i maggiori testimoni degli interventi che avevano profondamente modificato struttura e urbanistica della Roma papalina (tant’è che gli sono stati intitolati sia una via che un largo, sempre nel quartiere Nomentano). Le Ferrovie gli affidarono il compito di verificare tutto ciò che, rinvenuto durante gli scavi per la loro nuova sede, avesse un interesse geologico e storico, analizzando ciò che veniva trovato e facendo asportare quanto poteva essere salvato. Nel maggio 1918 la costruzione del palazzo era ancora in corso, ma stavano terminando i lavori interessanti il compito affidatogli; così il Lanciani redasse un’ampia relazione, intitolata “Delle scoperte di antichità avvenute nelle fondazioni degli edificii per le Ferrovie dello Stato nella già Villa Patrizi in Via Nomentana” e corredata da dettagliate tavole, disegni e fotografie; pubblicata pochi mesi dopo, è ad essa che dobbiamo molte delle notizie fin qui riferite. Lanciani descrisse dettagliatamente, tra l’altro, i ritrovamenti sotto il costruendo palazzo di varie gallerie cimiteriali cristiane, da lui definite di Nicomede; continuò però ad associarle alle “piccole catacombe di Nicomede” scoperte dal De Rossi nel 1864 (che invece erano parecchio più in là, sotto via dei Villini).

Sulla base di tale relazione, nonché di altri ritrovamenti negli anni successivi, a dire la parola conclusiva sulla vicenda fu Enrico Iosi, ispettore della citata Commissione di Archeologia Sacra, pure lui eminente archeologo (la sua strada sta però a Casal Palocco); concluse che molte delle gallerie trovate dal Lanciani erano parte del cimitero di Nicomede, modificando così la consolidata interpretazione del De Rossi, e preferendo definire il cimitero da questi ritrovato nel 1864 come “ipogeo anonimo di via dei Villini”.
Gli fece eco con ulteriori argomenti, in una pubblicazione del 1932, un discepolo e collaboratore di De Rossi, Orazio Marucchi (che ci riporta nel Nomentano, ha una piazza vicino via Lanciani); riferì infatti che nel 1920 oltre trenta gallerie rinvenute nelle fondazioni dell’edificio FS erano state riconosciute come “vero cimitero di Nicomede … mi associai a tale conclusione perché, avendo seguito … le identificazioni proposte dal de Rossi, non mi ero però potuto spiegare l’estrema piccolezza dell’ipogeo, mentre sembra che il cimitero di Nicomede dovesse essere assai ragguardevole”. Altri più recenti studi aggiungono che tale cimitero doveva essere molto vicino alle Mura Aureliane, e pure ciò ben si accorda con la sua identificazione nelle gallerie rinvenute sotto il fabbricato ferroviario.
Dobbiamo così concludere che il portone di via dei Villini, nonostante la scritta che c’è sopra, non dà accesso alle catacombe di Nicomede, ma ad un diverso e più piccolo ipogeo. Le vere catacombe in questione erano dove sta ora il palazzo delle Ferrovie di piazza della Croce Rossa; in parte distrutte realizzando le fondamenta di tale edificio, in altra parte stanno ancora lì ma rimangono, ahimè, inaccessibili.

Passando a ricostruire la storia dei resti del Santo, torniamo indietro di dodici secoli e ci spostiamo sull’Esquilino, alla Basilica di S.Prassede, fatta edificare da Pasquale I, Papa dall’817 all’824. Gioiello dell’Alto Medioevo, è ricchissima di opere d’arte [figura 8 a destra, Pasquale I col modellino di S.Prassede]; a noi interessa per un’antica lapide al suo interno, ove si ricorda che ”Riposano in questa Chiesa di S.Prassede due mila trecento corpi de SI. Martiri postivi da S. Pasquale Papa Primo”; di questi, un’altra lapide – forse dell’epoca di costruzione della Chiesa – ne elenca per nome ottantasei, fra cui appunto Nicomede. Una ricerca delle reliquie residue fu intrapresa nel 1729; alcune furono ritrovate, ma solo in piccola parte identificate. Ora stanno composte nella cripta in quattro sarcofaghi, tre anonimi e uno coi nomi della stessa Prassede e sua sorella Pudenziana. Non vi è quindi alcun sepolcro di Nicomede e, data l’evidente perdita della maggior parte dei 2.300 resti (e la commistione di quelli residui), non è dato sapere se, fra quanto rimasto, vi siano i suoi. La ricerca finisce qui?

No. Esiste infatti una vecchia cronaca, ove si narra che nell’876 (circa sessant’anni dopo la traslazione di Nicomede a Santa Prassede) il vescovo di Parma, Guibodo, si recò in pellegrinaggio a Roma, e ritornò nella sua diocesi portando con sé le reliquie di due Santi (Giovanni Calibita e Ciriaco). Non si fa menzione di Nicomede; ma possiamo ipotizzare che, oltre a ciò che il Papato gli aveva concesso ufficialmente, Guibodo abbia in qualche modo, come dire … arrotondato, prendendosi – se non a S. Prassede, nella vecchia

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