Il significato magico dei Ciliegi di Via Panama di Andrea Ventura

Via Panama

Via Panama è una delle strade più prestigiose del Secondo Municipio, le palazzine che si affacciano sui boschi di Villa Savoia, sul Parco Rabin e sui giardini della LUISS, sono state in gran parte progettate, tra gli anno ’30 e ’40, da architetti prestigiosi che hanno firmato importanti opere romane, da Ugo Luccichenti a Mosé Mario Tufaroli Luciano, da Tommaso Valle a Mario De Renzi. Come molte strade dei Parioli che ospitano opere di architettura ragguardevoli, anche via Panama è ornata da alberi molto decorativi. In questo caso si tratta di Ciliegi del Giappone, una pianta che in aprile colpisce per la sua fioritura rigogliosa e dall’intenso colore rosa. 

A Roma, la tradizione vuole che quegli alberi li abbia donati l’Imperatore del Giappone Hirohito durante la sua visita del 1921, quando era ancora il Principe Ereditario Imperiale. In realtà non è vero, o almeno, non è del tutto vero. E’ vero che in primavera i Ciliegi Giapponesi ornano con lunghe corone rosa non solo i viali di Roma ma di diverse altre capitali del mondo, ed è vero anche che la diffusione in occidente di queste piante è stato un segno di “pacifica invasione” del Giappone moderno verso l’Occidente.

La prima e più celebre, di queste “invasioni” è quella che ha riguardato Washington che fin dal 1912 vede, ogni primavera, i viali lungo il fiume Potomac esplodere nello squillante rosa della loro lunga collana di ciliegi. Quelle piante esportate in America all’inizio del XX secolo, hanno una loro storia particolare in quanto, circa quarantacinque anni più tardi, dopo la seconda Guerra Mondiale, generarono i germogli che furono in parte ri-esportate di nuovo in Giappone per ripopolare molte zone del Paese del Sol Levante devastate dalla guerra.

Forse i ciliegi di via Panama sono meno gloriosi di quelli americani ma non per questo sono meno belli e soprattutto, nonostante le tradizioni romane ne parlino come di un dono di Sua Altezza Imperiale, hanno in realtà una storia un po’ più complessa. Ma procediamo con ordine: tutto nasce, questo è certo, da uno storico viaggio.

Un viaggio eccezionale

L’8 luglio del 1853, quelle che gli storici giapponesi chiamarono le “navi nere”, vale a dire le quattro fregate della flotta della Marina degli Stati Uniti Mississippi, Plymouth, Saratoga e Susquehanna, che componevano lo squadrone comandato dell’Ammiraglio Matthew Calbraith Perry ruppero l’isolamento che teneva l’Impero Giapponese severamente lontano dall’occidente. La regola che imponeva l’isolamento dell’Impero dai paesi dell’Occidente era detta  Sakoku (鎖国) vale a dire “paese incatenato” o “blindato” e durava dal 1641. Dal momento che Perry riuscì a sbarcare, pacificamente, si innescarono in Giappone una serie di eventi di modernizzazione che culminarono con la presa del potere da parte dell’Imperatore Meiji (明治天皇 – Meiji Tennō ) nel 1869 e che portarono l’Impero del Sol Levante al livello di progresso tecnologico del mondo occidentale.

Le tappe di questa modernizzazione si susseguirono precipitosamente per i successivi cinquanta anni con episodi sia bellici che pacifici e il suggello finale a questa valanga di progressi avvenne all’inizio del 1921. In quell’anno, infatti, tra il 3 marzo ed il 3 settembre Sua Altezza Imperiale il Principe Ereditario del Giappone, irriverentemente chiamato in Occidente con il proprio nome proprio, Hirohito, volle fare qualcosa di straordinario: un viaggio in Europa, il primo mai compiuto da un membro della famiglia imperiale lontano dai confini dell’Impero del Sol Levante.  Il principe era nipote dell’imperatore, Meiji Tenno, proprio quello che aveva imposto il violento mutamento del suo Stato da impero feudale in moderna potenza mondiale. Il viaggio in occidente del giovane principe era quindi un gesto importante con il quale la famiglia imperiale intendeva suggellare e rendere nota a tutto il mondo il compimento della trasformazione e portare avanti le giuste pretese del Giappone di sedere nel consesso internazionale dei grandi paesi.

La decisione di rompere la tradizione non era certo stata presa a cuor leggero, dopo lunghi e controversi preparativi, la Terza Flotta della Marina Imperiale salpò finalmente il 3 marzo 1921 dal Porto di Yokoama alla volta dell’Europa.  Per dare un’idea del “messaggio” che quel viaggio voleva dare al mondo, si pensi che la flotta era guidata da due corazzate “gemelle” la Katori, sulla quale si imbarcò il Principe, e la Kashima, che avevano gloriosamente preso parte alla battaglia di Tsushima nella quale il Sol Levante aveva umiliato la flotta imperiale zarista, ponendo praticamente fine alla guerra Russo-Giapponese del 1905.

Lo scopo del viaggio, preparato per due anni con meticolosità orientale, era molteplice. Innanzitutto in un periodo in cui la prima guerra mondiale aveva sancito la fine di molte delle potenze imperiali del mondo (Russia,  Germania,  Austria-Ungheria e Impero Ottomano) sembrò opportuno che il futuro imperatore conoscesse gli stati vittoriosi (soprattutto Regno Unito, Francia, e Italia, che includeva una opportuna visita al Santo Padre) e, in qualche modo, “studiasse” le tecniche di mantenimento del potere. Vi erano, però, anche finalità collaterali tutt’altro che secondarie.

Non va dimenticato che l’Impero Giapponese era entrato nella prima guerra mondiale al fianco degli Alleati, a seguito di un patto firmato nel 1902 con la Gran Bretagna.  Nel 1919, quindi, il Giappone, al Trattato di Versailles, si era seduto al tavolo dei vincitori, pronto ad ottenere una considerevole supremazia territoriale sul mar della Cina. Tuttavia, anche se gli fu riconosciuto un seggio permanente al Consiglio della Società delle Nazioni e gli fu dato mandato sugli ex possedimenti tedeschi nel Pacifico, all’Impero del Sol Levante non fu concessa l’accettazione dei due principali dossier che aveva sottoposto al tavolo negoziale: né la cosiddetta “uguaglianza razziale” (il riconoscimento, cioè della medesima prevalenza delle nazioni vittoriose: non in base alla supremazia “razziale” ariana ma in base al riconoscimento di una cultura millenaria ed una potenza tecnologica moderna) né, soprattutto, la messa sotto sua tutela della Cina attraverso la ratifica del diktat detto delle “ventuno richieste”, secondo le quali – se fossero state accettate – la Cina sarebbe diventata uno Stato vassallo, in senso politico, economico e diplomatico, dell’impero nipponico.

Subito dopo la fine della prima Guerra Mondiale il Giappone stava quindi imparando a proprie spese quanto fosse arduo essere accettato tra le grandi potenze. E’ proprio a fronte di questa mancanza di riconoscimento sulla scena internazionale, che la parte più progressista e illuminata del governo imperiale aveva deciso di giocare la carta della diplomazia soft inviando il suo principe, Hirohito, in un viaggio ufficiale tra i grandi nazioni d’Europa.

Uno degli scopi meno “aggressivi” che muoveva la delegazione imperiale era quello di far conoscere all’Europa il “nuovo” Giappone, e far comprendere all’occidente alcune caratteristiche del Giappone tradizionale “reinterpretate” dalla “rivoluzione industriale” introdotta da Meiji Tenno. Ecco allora il Giappone moderno e ben armato che, pur non avendo dimenticato le antiche tradizioni, non era più quel regime che solo mezzo secolo prima era feudale e che, per questo, risultava ancora barbaro agli occhi degli occidentali.

Coerentemente con tali obiettivi, il Principe Ereditario si presentò in aspetto “occidentale”, avvolto in uniformi armonizzate allo stile europeo e abiti confezionati dal miglior sarto di Savile Row. Inoltre, l’Augusto visitatore, con tatto e sagacia tutta orientale, elargì in ogni tappa del suo tour europeo una serie di doni, scelti in modo da rendere indimenticabile il suo passaggio. Ad esempio il Principe, visibilmente commosso davanti alle rovine della Biblioteca Universitaria di Lovanio (selvaggiamente distrutta dalle truppe tedesche durante l’occupazione del Belgio nel 1914 e ancora in fase di ricostruzione nel 1921), offrì una collezione di quasi 14.000 volumi di letteratura, storia e cultura giapponese. Non mancarono inoltre gesti spontanei e generosi del Principe, il quale, ad esempio, estasiato da una visita guidata alle località scozzesi più suggestive, offertagli dal Duca di Atholl sulla sua personale Rolls Royce, in segno di riconoscenza “per la perizia nella guida”, donò allo stupito autista che gli aveva fatto da improvvisato cicerone, un paio di preziosi gemelli d’oro con il simbolo imperiale del crisantemo.

Tappe importanti

Le tappe del lungo viaggio di avvicinamento all’Europa furono prevalentemente quelle dei possedimenti britannici d’oltremare. Quindi il convoglio, dopo aver fatto una prima sosta nell’arcipelago di Okinawa che era stato annesso all’Impero solo nel 1879 e non aveva ancora ricevuto una visita ufficiale, approdò a una serie di colonie e protettorati britannici (Hong Kong, Singapore, Ceylon, Egitto, Malta e Gibilterra) per giungere trionfalmente in Gran Bretagna e incontrare il sovrano inglese Giorgio V.  Dopo 22 intensi giorni passati tra Inghilterra e Scozia, la missione giapponese visitò la Francia, il Belgio, l’Olanda, e di nuovo Parigi dove il Principe si avventurò in un viaggio in incognito in metrò e una vista alla tomba di Napoleone a Les Invalides.  Da questa visita il principe riportò un busto di Napoleone che, insieme ai busti di Darwin e Lincoln, adornò la sua scrivania fino alla fine dei suoi giorni.

Nel mese di luglio, sulla via del ritorno in Giappone, Sua Altezza Imperiale sbarcò a Napoli.  La tappa italiana del lungo viaggio in Europa prevedeva una visita a Roma per incontrare il Re.  La visita romana del Principe durò cinque giorni e fu ricca di impegni politici e culturali, con colazioni e pranzi ai quali, anche contravvenendo ai programmi del Cerimoniale, assistette sempre il Re Vittorio Emanuele III.  Hirohito, con la sua delegazione, visitò il Quirinale, assistette a un carosello militare a Villa Borghese, fece lunghe escursioni al Colosseo, al Foro Romano, alle Terme di Caracalla e ad altri monumenti.  Quindi incontrò papa Benedetto XV, visitò sia la Basilica di San Pietro che San Giovanni in Laterano e si immerse per ben due volte nelle sale dei Musei Vaticani e nella Cappella Sistina.

Ritornato a Napoli per riprendere definitivamente la navigazione di ritorno, il Principe insistette per fare due visite fuori programma: Pompei e l’Acquario di Napoli dove il giovane principe, biologo marino di grande competenza, fu talmente soddisfatto delle informazioni ricevute, che decise di donare all’Istituto un esemplare vivo di Granchio Gigante del Giappone (Macrocheira kaempferi Temminck, 1836). Questo granchio è il più grande artropode esistente, considerato un fossile vivente e con una vita media di circa 100 anni.  Non sappiamo quanto il granchio dell’Imperatore sopravvisse nelle vasche dell’Acquario Napoletano, ma di sicuro oggi fa ancora bella mostra di sé in una grande vetrina del Museo di Scienze Naturali della Facoltà di Scienze dell’Università Federico II.

Partendo dal Giappone, la Corte Imperiale aveva dotato il Principe di ben 500 decorazioni di vario ordine e grado da distribuire nel corso del viaggio, ma certo non era logico dotare la missione imperiale di doni ingombranti e complessi. Se quindi alla Biblioteca di Lovanio il Principe aveva ufficialmente “promesso” un congruo numero di testi che arrivarono effettivamente solo circa dieci anni dopo,  la promessa che il giovane Hirohito fece alla città di Roma, fu di far avere ai giardini della capitale un certo numero di piante (si dice 100 esemplari) di ciliegi della varietà Prunus Serrulata Amanogawa, la stessa che, all’epoca della visita, già da circa un decennio adornava il Potomac.

Una Cerimonia Guerresca dall’alto valore simbolico

Ma come andarono in realtà i fatti? Certamente è inverosimile che, nel 1921, l’Augusto Turista abbia portato con se un vivaio, mentre piuttosto è plausibile che,  similmente a quanto successo a Lovanio, il Principe “abbia promesso” di far avere ai vivai capitolini le prestigiose piante, ma che poi il dono abbia tardato. Alla luce di quanto accaduto risulta infatti che, per tutta una serie di ragioni, simili a quelle che ritardarono l’arrivo in Europa di altri doni, la promessa fu mantenuta con una certa lentezza.

Accade così che fu solo nel gennaio del 1938 che una donazione di ciliegi, fu offerta sia all’Italia Fascista che alla Germania Nazista.  La donazione rientrava nelle celebrazioni della firma del “Patto Anticomintern” (Patto Tripartito) che era stato firmato a Berlino il 25 novembre 1936, tra Giappone e Terzo Reich, ed al quale il 6 novembre 1937 aveva aderito l’Italia Fascista. A queste firme seguì, In Giappone, una cerimonia di alto valore simbolico alla quale parteciparono gli ambasciatori del Regno d’Italia e del Terzo Reich e delegazioni della Hitler Jungend e della Gioventù Italiana del Littorio. Questi gruppi di giovani, assieme ad un congruo numero di scolari giapponesi, piantarono, quindi, diverse centinaia di ciliegi nel giardino che circonda il Santuario Shintoista di Asama nell’antico Tempio di Fujirokusho Sengen (富知六所淺間神社) a Fuji, nella  prefettura di Shizuoka.

La cerimonia, religiosa e militare insieme, culminò con la messa a dimora, nei giardini del tempio, di quattro piante “speciali” di Ciliegio Sakura dedicate rispettivamente a  Mussolini (“Mussolini Sakura“) , a Ciano (“Ciano Sakura”) e a due esponenti del Terzo Reich “Paurich Sakura” e “Strachie Sakura“.  L’importanza rituale dell’evento era tale che la pala usata per la piantumazione dei quattro Sakura era la medesima utilizzata anni prima per la prima volta dal maresciallo Togo, il glorioso vincitore della Battaglia di Tsushima del 1905.

La simbologia legata agli alberi di Sakura è altamente guerresca. Infatti il fiore del Ciliegio Sakura, assunto oggi a simbolo delle arti marziali, era stato in origine adottato dai samurai quale emblema di appartenenza alla propria classe. Nell’iconografia classica del guerriero, il ciliegio rappresenta insieme la bellezza e la caducità della vita: esso, durante la fioritura, mostra uno spettacolo incantevole nel quale il samurai vedeva riflessa la grandiosità della propria figura avvolta nell’armatura, ma è sufficiente un improvviso temporale perché tutti i fiori cadano a terra, proprio come il samurai può cadere per un colpo di spada infertogli dal nemico. Il guerriero, abituato a pensare alla morte in battaglia non come un fatto negativo ma come unico modo di trapasso onorevole, riflette nel fiore di ciliegio questa filosofia.

Era quindi chiaro che la cerimonia di piantumazione dei Sakura in occasione del consolidamento dell’alleanza militare sancita dal “Patto Tripartito” avesse, accanto alla ritualità religiosa, anche quella militare. La cerimonia era stata organizzata da un comitato composto dalle massime autorità civili e militari della Città di Tokyo e l’insieme dei ciliegi piantati dai ragazzi italiani, tedeschi e giapponesi costituirono un “Giardino Anti Comintern”.

In occasione della cerimonia di piantumazione del “Giardino Anti Comintern” e della relativa donazione dei ciliegi all’Italia ed alla Germania, fu lanciato anche un Concorso riservato agli studenti delle scuole medie del Giappone, che avrebbero dovuto impegnarsi nella composizione di una canzone celebrativa dell’evento. Il Concorso fu  vinto da due giovanissimi alunni di una classe proprio di Tokyo, ed ebbe grande rilevanza mediatica; il testo della canzone pare sia ancora reperibile ed è certo che fosse particolarmente bello. Il comitato nipponico che aveva organizzato la cerimonia nel Santuario di Asama, si premurò quindi di fornire alle due delegazioni dell'”Asse” le piante ed i semi di Sakura da piantare rispettivamente a Roma ed a Berlino. Purtroppo i semi di Sakura piantati a Berlino furono devastati dai parassiti, mentre, con grandissima soddisfazione del Governo Giapponese le 100 piantine di Sakura donate alla città di Roma andarono ad abbellire quella che allora si chiamò via del Giappone e che, dopo la guerra, su espressa sollecitazione alleata, cambiò nome e divenne via Panama.

Ricordiamo che il servizio giardini del Comune di Roma, che accettò e mise a dimora con successo i Sakura era coordinato, a quell’epoca, da Raffaele De Vico, che non solo ha firmato quasi tutti i giardini di Roma, ma aveva formato una squadra di giardinieri di alta professionalità. E’ quindi plausibile che la corona di Sakura di via Panama sia stata piantata e accudita con tutto l’amore ed il rispetto che quegli alberi meritavano.

Il significato del ciliegio e la sua festa

Poiché è insito nella cultura giapponese non compiere alcun gesto senza che vi sia uno scopo e un significato, tentiamo di capire cosa si nasconde dietro questo inusuale regalo.  Innanzitutto va detto che il fiore di ciliegio è uno dei due “simboli” dell’Impero del Giappone assieme al Crisantemo. Se infatti il crisantemo è l’emblema araldico della famiglia imperiale, il fiore di ciliegio rappresenta, come abbiamo detto, l’anima della filosofia dei Samurai, e quindi lo spirito dell’intero popolo giapponese.

I giapponesi chiamano questi ciliegi Sakura e queste piante ornamentali della famiglia delle “rosacee” sono talmente amate dal popolo che in occasione della loro fioritura in Giappone si celebra una antica festa nazionale: lo Hanami (che segna, tra l’altro, il periodo di maggiore movimento turistico nazionale e internazionale dell’intero anno).  Hanami ( はなみ) che letteralmente vuol dire “contemplare i fiori” (hana = fiori e mi = vedere) e nasce dalla tradizionale usanza giapponese di godere della bellezza della fioritura primaverile degli alberi, di tutti gli alberi.  Ma ormai Hanami è sinonimo del contemplare i fiori di ciliegio che sono un buon auspicio e portano pace interiore.  La festività dell’Hanami (che in Giappone viene interpretata come La Notte dei Ciliegi) è la celebrazione della rinascita della natura, espressa dai fiori di ciliegio, ma anche della presa di coscienza della sua caducità.  Il ciclo di fioritura del ciliegio è infatti piuttosto breve: in poco tempo il fiore sboccia e altrettanto velocemente lascia l’albero per ricongiungersi al suolo e l’osservazione della caduta dei fiori spinge i giapponesi a riflettere sul valore effimero della vita. Il fiore di ciliegio, delicato e fragile ma allo stesso tempo tenace nella sua perfezione, rappresenta quindi la bellezza e la caducità degli uomini nel mondo che nascono, vivono la loro vita e poi muoiono, riconciliandosi pacificamente con la terra, ossia il luogo da cui provengono.

Il fiore di Sakura richiama quindi, nella sua simbologia, l’intera filosofia giapponese legata alla cultura della pazienza, del rispetto della natura e della pace interiore. L’Hanami non è una celebrazione dai toni tristi (visto che contempla la caduta dei fiori) ma un momento di grande festa. In questa occasione i giapponesi ne approfittano infatti per fare allegri pic-nic con amici e parenti sedendosi sotto gli alberi di ciliegio e stendendo una coperta azzurra (il Buruu sheeto) per raccogliere i fiori che cadono.

I fiori sbocciano grosso modo in aprile e questo è un momento importante, soprattutto per i giovani perché coincide con la fine della scuola e simboleggia per molti l’entrata nel mondo adulto quindi l’inizio di una nuova vita.  La fioritura dura pochi giorni, ma le isole dell’arcipelago giapponese (quasi 7.000 isole) si estendono da nord a sud per circa 3.000 km e alle varie latitudini  la fioritura avviene in giorni diversi. I media giapponesi si premurano, quindi, di pubblicare mappe con i siti dove si possono ammirare le fioriture più spettacolari e i calendari che indicano le varie date nelle quali i Sakura fioriranno nelle singole località. Per avere un’idea si consideri che tra la Vetta d’Italia e Lampedusa ci sono meno di 1.300 km, mentre 3.000 km sono una distanza simile a quella che separa Gibilterra da Stoccolma.  Di solito la prima fioritura avviene a metà marzo sulla costa settentrionale dell’isola di Okinawa mentre l’ultima arriva verso il 10 maggio nel parco nazionale di Kushiro-shitsugen sull’isola di Hokkaido a Nord. Lo snocciolarsi di queste date nelle varie località genera vere e proprie migrazioni turistiche tra le varie zone del Giappone nell’arco di un mese e mezzo!

E’ tradizione, durante l’Hanami, contemplando i fiori, bere un sakè (liquore a base di riso) aromatizzato al fiore di ciliegio e mangiare in abbondanza. Inoltre i giapponesi credono che quanto più i fiori di ciliegio sono numerosi e rigogliosi sugli alberi, tanto più sarà abbondante il raccolto del riso nei mesi che seguono la fioritura.  Il banchetto viene in genere servito in numerosi “Bento“, i caratteristici vassoi con coperchio, di varie forme e materiali, adibiti a servire i pasti in porzione singola, i quali sono appositamente confezionati per l’occasione dell’Hanami e vengono adornati ed arricchiti di fiori di ciliegio. Naturalmente questi Bento contengono pietanze dai colori e sapori armonizzati con i Sakura. Il binomio Sakura/banchetto è consolidato anche nell’Onmyōdō (una cosmologia esoterica giapponese), dove lo yin dei Sakura e lo yang del banchetto sono interpretati come una coppia indissolubile.

C’è poi una ulteriore ragione che rende la festa dell’Hanami, particolarmente gradita all’Italia. In occasione di questa festa, si gusta, infatti, un dessert particolare chiamato Hanami Dango che è costituito da uno spiedino di dolce con tre Dango (gnocchi di riso dolce) di tre colori: verde, bianco e rosso.

Gli Hanami Dango sono tre polpette di farina di riso dolce di cui una colorata in rosa con i succhi di Sakura, di gardenia o di altre frutta o fiori, una lasciata bianca e una terza colorata in verde con succhi di verdure (prevalentemente artemisia). Ciò che rende questi Dango inconfondibili  e indimenticabili per qualsiasi giapponese, è la consistenza gommosa dovuta al Joshinko (un additivo derivato dal riso), la colorazione e soprattutto la sequenza dei colori che, per i giapponesi, rimanda allo scorrere delle stagioni: in cima, il primo ad essere gustato è il rosso che simboleggia i colori dei Sakura, poi il bianco che richiama la neve che si sta sciogliendo per far spazio alla primavera e infine il verde, che rappresenta l’erba nuova dell’estate. Recentemente, alcuni Dango vengono colorati con coloranti alimentari e pigmenti naturali, ma molti negozi di dolci tradizionali giapponesi utilizzano ancora la perilla rossa (il basilico rosso giapponese), la gardenia e l’assenzio. Esiste anche un antico detto popolare legato a questo dolcetto tipico: hana yori dango che significa letteralmente “meglio i dango che i fiori”. Un proverbio per indicare che la sostanza è meglio della forma, che bisognerebbe quindi badare alle cose pratiche piuttosto che all’estetica, preferendo qualcosa di utile piuttosto che qualcosa di effimero come i fiori.  Quindi, per quanto sia suggestivo ammirare i ciliegi, riempirsi la pancia di dango, magari stesi su un verde prato insieme agli amici, è altrettanto importante!

Per altro la festa per l’Hanami sembra non avere mai fine. Quando il sole tramonta inizia lo Yozakura, cioè la visione notturna dei fiori di ciliegio alla romantica luce di lampade confezionate appositamente per l’occasione. Spesso, quindi, i parchi organizzano un’illuminazione speciale durante le serate di Hanami permettendo di festeggiare fino a tardi, mangiando, cantando a facendo baldoria, a volte anche un po’ sfrenata a causa delle inebrianti libagioni a base di sakè.

Una tradizione millenaria ed una festa indimenticabile

Ma come è iniziata questa usanza di ammirare i fiori di ciliegio? Come si sono evolute tutte queste tradizioni?

Si dice che l’osservazione dei fiori di ciliegio abbia avuto origine durante il periodo Nara (710-794), quando in realtà l’albero preferito era quello della prugna (chiamato Ume), ma che poi, nel successivo periodo Heian (794-1185) si diffuse sempre di più l’abitudine di piantare e ammirare i Sakura. In effetti nei testi dell’antica antologia letteraria del Man’yōshū (Le diecimila foglie), la più antica raccolta giapponese di poesie, a fronte di 43 canzoni sui fiori di ciliegio ce ne sono circa ben 110 sui fiori di prugna, ed anzi una poesia esalta proprio la festa dell’ammirazione  dei fiori di prugna. All’inizio del IX secolo l’Imperatore Saga trasformò l’usanza della contemplazione dei fiori di prugna in una nuova occasione di festa con balli sotto gli alberi di ciliegio, che nel tempo avevano sostituito i susini, che sorgevano nel giardino del palazzo della Corte Imperiale a Kyoto. Accade così che nella successiva antologia, il Kokin Wakashū, compilato all’inizio del X secolo, i Sakura prendono il sopravvento e sono  cantati in 70 brani mentre gli Ume compaiono solo in 18 poesie. Fu in questo periodo che si iniziò a distinguere il termine “fiore” per celebrare in particolare i fiori di ciliegio ed anzi da allora la bellezza delle donne fu paragonata proprio ai fiori di ciliegio. Quindi i fiori di Sakura sono belli come le donne, la loro abbondanza sugli alberi presagisce un ricco raccolto di riso, e la loro caducità ricorda ai Samurai la brevità della vita.

Tuttavia, in origine l’ammirazione dei fiori di ciliegio non riguardava la gente comune ma solo alcuni aristocratici che recitavano poesie mistiche e apprezzavano il teatro e la danza tradizionale (il Gagaku). L’usanza popolare di contemplare i Sakura e di “omaggiarli” con specifiche degustazioni, è legata invece al famoso samurai e daimyō (signore feudale) Toyotomi Hideyoshi (1537-1598): uno dei protagonisti del periodo Sengoku, o degli Stati belligeranti (1467-1603).  Questo samurai è uno dei tre daimyō più importanti della storia, in quanto è uno dei tre “Grandi Unificatori” del Giappone assieme al suo maestro Oda Nobunaga (1534-1582) detto “il Re Demone” e a Tokugawa Ieyasu (1543-1616) il grande Shōgun i cui discendenti avrebbero mantenuto il potere feudale fino al momento in cui il nonno di Hirohito, Mutsuhito, l’Imperatore Meiji, si sarebbe riappropriato del potere con la cosiddetta “Restaurazione Meiji” del 1869.

Ebbene, nel 1568 Hideyoshi era al culmine della sua potenza. Anzi, precisamente il 20 aprile del 1598, solo sei mesi prima della sua morte (misteriosa ed improvvisa), Hideyoshi decise di celebrare la più incredibile “Cerimonia del tè” (leggi festa o meglio “tea party” per noi poveri occidentali) di cui mai si sia avuta notizia nella storia del Giappone. Invitò quindi la sua celebre concubina, Asai Chacha (淀殿) figlia di Oda City, la sorella di Oda Nobunaga, che era considerata la donna più bella del Giappone, nel tempio Daigoji di Kyoto, che egli aveva contribuito a restaurare. Lo scopo dichiarato della fastosa cerimonia era la contemplazione dei fiori di ciliegio che adornavano il favoloso giardino del Tempio, a quel tempo già antico di più di sette secoli. L’invito era stato esteso anche ai signori della guerra vassalli di Hideyoshi ed alle loro famiglie. I partecipanti erano in tutto 1.300 ed ogni singolo particolare del cerimoniale fu fastoso. Era stato persino imposto un rigoroso “dress code”, che prescriveva l’obbligo per le dame di cambiare due volte nel corso dei festeggiamenti i loro sontuosi kimono da festa. Gli storici giapponesi contemporanei hanno persino  calcolato che solo il valore degli abiti indossati nel corso di questo evento, era pari a circa 30 milioni di euro attuali. Ma certo non era solo il lusso degli abiti a rendere indimenticabile l’avvenimento: il munifico Hideyoshi fece infatti servire un sontuoso banchetto, con pietanze squisite e una selezione di sake  insoliti, provenienti da tutto l’Impero.

La fama di questo banchetto è legata anche al fatto che si dice che, non solo Asai Chacha, ma anche tutte le altre dame presenti alla cerimonia fossero straordinariamente  belle tanto che, in loro onore, furono trapiantati nel parco del tempio, 700 alberi di ciliegio, uno per ciascuna di esse. Fu in questo banchetto che vennero serviti per la prima volta gli gnocchi a tre colori come dolci da tè. Fino ad allora, generalmente, gli gnocchi erano tutti bianchi, ed era comune mangiare gnocchi non zuccherati conditi solo con salsa di soia, ma i cuochi che sapevano quanto Hideyoshi fosse goloso di questi gnocchi, sperimentarono, in suo onore, questa variante di gnocco a tre colori, bellissima e leggermente dolce, giustificando le colorazioni come una metafora del tempo che cambia: “Rosa” Il colore dei fiori di Sakura, quindi la primavera, “Bianco” colore della neve dell’inverno, e infine verde, fresco come le foglie dei Sakura durante l’estate, per rappresentare la stagione calda. Di conseguenza da allora e sempre più nel periodo Edo (1603- 1868) si diffuse in tutto il Giappone e divenne popolare tra la gente comune, l’usanza di consumare gnocchi a tre colori mentre si ammiravano i fiori di ciliegio. Fu anche in questo periodo che nacque il detto “Hana yori Dango” (“meglio i dango che i fiori”). La teoria della sequenza dei colori è che dopo che i boccioli rossi sono gemmati, sbocciano i fiori bianchi e dopo che i fiori sono stati dispersi, crescono le foglie verdi. I tre colori dovrebbero avere tre gusti diversi. Purtroppo quelli che generalmente si vendono oggigiorno nei supermercato hanno tutti lo stesso gusto perché sono colorati solo con pigmenti alimentari, ma in teoria ognuno dovrebbe avere un sapore diverso: il rosa il sapore di Sakura mochi, il bianco non aromatizzato ma gommoso e zuccherato ed il verde con assenzio e sapore di gnocchi d’erba.

La memoria di questa festa è tale che, tuttora, nella seconda domenica di aprile, ancora si svolge nel tempio Daigoji di Kyoto, una sfilata, chiamata Hōtaikō Hanami Gyōretsu, che ricorda quella della famosa festa,.

Una restaurazione floreale: i ciliegi Amanogawa

Anche la coltivazione dei fiori di ciliegio si andò diffondendo progressivamente nel periodo Edo. Tuttavia con la rivoluzione Meiji , le antiche residenze ed i magici giardini dei daimyo che si erano andati formando nel periodo feudale, arricchendosi di alberi di ciliegio, furono demoliti uno dopo l’altro, e gli alberi di ciliegio divennero legna da ardere con il risultato che molte varietà selezionate tra  il 1600 e la metà dell’Ottocent0 furono sull’orlo di estinguersi.  Per fortuna un agronomo di nome Sonemon Takagi, preoccupato per questa situazione, raccolse i fiori di ciliegio rimanenti e li ripiantò nel suo giardino. Si dice che abbia collezionato più di 80 tipi di fiori di ciliegio.

Nel 1885, nel villaggio di Kohoku (l’attuale Kohoku, Adachi-ku), si decise di ripiantumare l’argine del fiume Arakawa (l’attuale fiume Sumida). Poiché gli abitanti del villaggio desideravano che fossero piantati fiori di ciliegio sulla rive del proprio fiume, Sonemon, portandole dal suo villaggio di Komagome, piantò una fila di alberi di ciliegio sulla riva dell’Arakawa nel 1886. La fila di alberi di ciliegio di Arakawa si andò poi imponendo, intorno al 1910, tra la gente comune come un nuovo punto di osservazione dei fiori di ciliegio. I fiori di ciliegio da allora si sono diffusi in tutto il paese e la coltivazione è presente nei vari vivai fino ad oggi.

I ciliegi di Arakawa piantati con 78 specie differenti furono trapiantati in varie regioni e le varietà furono preservate e diffuse a livello nazionale tanto che nel 1912, 3.000 alberelli di ciliegio Arakawa furono donati alla città di Washington è furono piantati lungo il fiume Potomac.

Dal vivaio originario di Arakawa nell’epoca Meiji è stata sviluppata la varietà chiamata Amanogawa che è un  Satozakura della famiglia Oshimazakura, realizzato innestando l’ Oshimazakura con Yamazakura , Edohigan , Mamezakura , Kasumizakura, ecc. Il termine Ama – no – gawa letteralmente, vuol dire “Fiume divino” ma in realtà è il nome giapponese della “Via Lattea”. In Giappone il periodo nel quale si può osservare al meglio la costellazione coincide con la fioritura dei Sakura ed anzi nel crepuscolo i fiori rosa pallido sembrano fondersi con il fiume stellato.

Nonostante questa varietà di ciliegio sia stata piantata per ottenere fiori recisi, negli anni è stata sempre più utilizzata in piccoli giardini condominiali, lungo le strade e nel centro delle città come albero singolo facile da usare anche in luoghi angusti.  La stagione di fioritura va dalla metà di aprile alla fine di aprile ed i fiori dell’Amanogawa sono leggermente più grandi dei normali Sakura (circa 4 cm di diametro). I petali sono generalmente da 10 a 20 e hanno una tacca nera sulla punta. Le cime sono rosa intenso e gradualmente diventano biancastre dopo la fioritura. Le foglie si sviluppano contemporaneamente dopo la fioritura e diventano ovali e leggermente allungate. La punta è affilata e i bordi sono frastagliati. Se le condizioni sono buone, le foglie diventano rosse in autunno.

E’ quindi chiaro il significato simbolico dei Sakura: sono il simbolo del Giappone e della filosofia dei Samurai,  durante la festa dell’Hanami si consumano i dolcetti bianchi rossi e verdi, ed inoltre  la varietà scelta per Roma è la stessa che era stata donata a Washington, ed era una nuova coltivazione legata alla dinastia del Nuovo Giappone.

Al momento dell’arrivo delle piantine a Roma, nel 1938, i Sakura furono piantati dietro la residenza Reale di Villa Savoia, e la via fu intitolata al Giappone.  Dopo la variazione toponomastica del dopoguerra, fu solo nel 1959, alla vigilia delle XVII olimpiade di Roma del 1960, che il Giappone, paese ospitante  dell’edizione successiva delle Olimpiadi, regalò a Roma un altro significativo “stock” di Sakura che, questa volta, furono piantati attorno al laghetto dell’EUR per formare il nuovo, prestigioso viale, chiamato Passeggiata del Giappone, dove ogni anno si celebra un piccolo “Hanami” romano.

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