Agonia dello Stadio Flaminio

Uno stadio che ha fatto la storia del calcio italiano ridotto a un rottame in completo abbandono. Parliamo dello Stadio Flaminio, che nel 1934 fu teatro della finale Mondiale tra Italia e Cecoslovacchia. Allora si chiamava Stadio Nazionale del Partito Nazionale Fascista, ma il campo è lo stesso, contenente la mattonella da cui Raimondo “Mumo” Orsi segnò il pareggio permettendo agli azzurri di vincere il torneo mondiale con un gol di Schiavio nei supplementari.

MAPPA PARIOLI 5 (zona Villaggio Olimpico Villa Glori)

Nel 1958 lo stadio assunse il nome di Flaminio e nel 1960 ospitò il calcio alle Olimpiadi di Roma. Una struttura solida in cemento armato, ma lo strutturalismo dell’ingegner Pierluigi Nervi fu la sua condanna, perché il progetto del figlio, l’architetto Antonio Nervi, l’ha reso un impianto troppo piccolo per il grande calcio e il grande rugby, ma troppo grande per il calcio di Lega Pro, che una volta si chiamava Serie C. Uno stadio con meno di 20.000 posti, dai 38.000 originali ridotti per motivi di sicurezza, non serve alla Roma e alla Lazio, così come non serve al 6 Nazioni di Rugby, che occupa i 70.000 posti dell’Olimpico in prevendita. Se anziché innamorarsi dell’abilità strutturale del padre ingegnere, Antonio Nervi avesse pensato con lungimiranza all’utilizzo dell’impianto, avrebbe fatto tribune e curve quasi verticali sul campo, tipo San Siro o il Bernabeu, per ospitare almeno 60.000 spettatori. Invece la capienza ridotta, con le curve spanciate tipo Barcaccia, ne ha fatto il campo casalingo prima della Tevere Roma e poi della Lodigiani, che portavano un migliaio di persone, a parte eventi come la finale del 2011 tra Juve Stabia e Atletico Roma (ultima derivazione della Lodigiani) per un posto in Serie B. Vinsero i campani, l’Atletico Roma si sciolse e per il Flaminio è iniziato il periodo più oscuro.

Anche il rugby lo aveva rifiutato, dopo averlo eletta sua casa nel 2000, con l’ingresso dell’Italia nel 6 Nazioni. Solo 24.000 posti usando strutture metalliche per ampliare le curve maldestramente progettate da Antonio Nervi erano scarsi. Gli eredi Nervi mettevano i bastoni tra le ruote e scavando furono trovati a lato i ruderi di una villa romana, analoghi a quelli ritrovati nella costruzione dell’Auditorium Parco della Musica, sorto dove erano i parcheggi degradati dello stadio Flaminio. Chi trova reperti archeologici recinta l’area, ci mette destro un’escavatrice e una gru arrugginite per passare al comune a incassare il canone per l’impiego di mezzi.

Da tre anni il Coni cerca di restituirlo all’Amministrazione capitolina che non lo prende in carica. Così, senza gestore, sono andate in malora le altre attività ospitate nella pancia dello stadio Flaminio: una piscina di 25 metri x 10, le palestre per pugilato, scherma, ginnastica e atletica pesante. Un totale abbandono che aspetta solo di essere invaso dai numerosi senzatetto, come avvenne sopo la guerra al Campo Parioli ee all’ippodromo di Villa Glori.

Nonostante che al suo interno si è scritta la storia dello sport italiano e che il vecchio stadio ha ospitato in passato concerti rock prestigiosi come quelli dei Duran Duran, di Prince, di David Bowie e degli Spandau Ballet, il cemento armato di qualità, come ha voluto l’ingegner Pierluigi Nervi, prima o poi cederà senza manutenzione e ristrutturarlo costerà di più che abbatterlo e ricostruirlo.

Ma forse è meglio. Così com’è oggi, ridotto a una discarica circondata da nomadi e senza tetto, lo stadio Flaminio ha perso anche la propria dignità.

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