Un crollo rovinoso

Un crollo rovinoso, addio Teatro Olimpico, un articolo di Gianfranco Capitta su Il Manifesto, del 23.01.2016.  

Il crollo del palazzo di piazza Gentile da Fabriano, rischia di restare la fotografia tragica di Roma in uno dei suoi momenti bui. Come “Roma ore 11”, il film di Giuseppe De Santis che nei corpi delle aspiranti segretarie travolte dal crollo di una scala mentre attendevano la selezione, rimane l’immagine più amara di quei primi anni ’50 del dopoguerra. L’unica nota felice qui è che non ci siano state vittime, grazie all’inquilina che poco prima del disastro ha visto aprirsi le crepe nelle pareti, e col suo allarme ha permesso lo sgombero immediato del palazzo.

Un palazzo bellissimo della migliore architettura anni ’30, affacciato sul Tevere, su quel romantico ponticello pedonale e sull’intera area olimpica dello stadio oltre il fiume. Ammirato e anche invidiato da chiunque percorreva il Lungotevere: ora a vederlo nelle immagini sventrato nei suoi piani alti, quasi che un cucchiaio divino ne abbia svuotato una sezione degli ultimi tre piani, suscita davvero orrore. Le indagini diranno se davvero vi erano lavori in corso. Ma del resto, nell’indifferenza generale, tutto il centro storico di Roma viene in questi ultimi anni scavato e sgraffiato in profondità, magari per la diffusa e “redditizia” opinione che una casa sfitta possa rinascere come B&B o casa vacanze. Magari come avviene spesso, sforando e intaccando le strutture portanti, compresi i muri maestri.

E’ una città senza controlli Roma, oltre che senza governo. E capita che proprio nelle tragedie siano le sue pietre a parlare. Sotto il bel palazzo del Lungotevere infatti, lo zoom mostra un luogo ancor più importante e di interesse collettivo. Lì sotto infatti ora “giace” il grande Teatro Olimpico. Era stato un cinema, enorme di capienza. Era piccolo, in proporzione, il palcoscenico: ma l’Accademia Filarmonica Romana che lo aveva in gestione dava soprattutto concerti, e quindi era ben sufficiente a contenere un’orchestra, o il coro infantile di don Pablo Colino.

Nei primi anni ’80 la testardaggine della signora Adriana Panni (che minacciava a piè sospinto di trasformarlo in supermercato) e la lungimiranza di Renato Nicolini assessore alla cultura, unirono sforzi e pazienza, per arrivare ad elaborare una convenzione tra l’Accademia Filarmonica e il comune: questo avrebbe avuto un certo numero di giornate per le proprie necessità di programmazione, la Filarmonica le altre oltre alla gestione dello spazio (fino ad allora costretto nell’angusta sala Casella intitolata al famoso compositore che della signora Panni era stato marito) nel giardino di villa Poniatowski.

Da allora l’Olimpico è diventato uno dei centri pulsanti della cultura della città. Lì i romani hanno potuto ammirare (se non scoprire) i maggiori artisti internazionali, i grandi danzatori e i più spinti sperimentatori dei linguaggi, facendo del quartiere un cuore d’alta cultura, prima ancora che vi nascessero l’Auditorium e il Maxxi. Per questo, vederne la facciata coperta dai calcinacci e dai detriti del crollo, appare davvero orribile, un segno infausto per la città che per la sua cultura (come per i suoi abitanti) continua ad avere uno sfacciato disinteresse.

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