Opere di Ugo Luccichenti nel Municipio II

Siamo nel 1935, una nuova classe borghese si affaccia sulla scena e un nuovo standard residenziale è richiesto per caratterizzare meglio questa posizione sociale, uno standard intermedio tra il villino e la palazzina. Ugo Luccichenti è uno degli architetti che a Roma e in particolare nel Municipio II offre quello che i nuovi clienti cercano.

Il primo lavoro degno di nota dell’ing. Ugo Luccichenti è la palazzina in via Panama 20 è una ricerca in tale direzione, capace di soddisfare le esigenze grazie a una connotazione altamente qualitativa dei materiali scelti e del corpo scala. Già in questo edificio emerge la sua straordinaria predisposizione a “controllare” il progetto, nonostante una spiccata voglia di articolare volumetricamente la facciata. Il marmo Verde Alpi utilizzato, divenuto cimelio per l’esaurirsi della cava, accosta il pavimento dell’ingresso a un prato.

Tutte peculiarità, queste, ribadite anche nelle altre palazzine della stessa via: la palazzina in via Panama 102 sembra sorridere con la sua facciata concava e le due palazzine che, sulla medesima strada, sorgono in corrispondenza dell’incrocio con via Lima e via Polonia (palazzina in via Lima 4 e palazzina in via Panama angolo via Polonia), dove il “problema” dei lotti angolari prospicienti diventa un quesito a cui rispondere attraverso una sorta di dialogo concavo-convesso fra gli stessi.

Del 1938 la palazzina in via Giovanni Battista De Rossi, che si richiama da una parte all’eleganza e alla distribuzione funzionale del Giò Ponti della Palazzina Salvatelli (vedi l’atrio carraio, l’alta qualità dei materiali, l’attenzione ai particolari) e dall’altra agli ordini dei loggiati dei palazzi romani. Il motivo caratterizzante di questo villino è, infatti, il sovrapporsi di loggiati centrali per tutta l’altezza della facciata (ripreso e ampliato sul coronamento) che compensa la ristrettezza del prospetto. La snellezza dei pilastri in ceramica rossa acuisce la cadenza serrata delle logge, e spezza la muratura in tufo e mattoni ricoperta da intonaco dipinto di bianco. Da notare, negli interpiani, il ritmato sovrapporsi dei solai aggettanti, quasi scorporati della loro pesantezza, soluzione sapiente che conferisce leggerezza ed eleganza al prospetto.

Questa articolazione tra pieni e vuoti ricorre nella palazzina in via Giovanni da Procida .. e nella palazzina Bornigia, in piazza delle Muse 6-7, entrambe del 1940, sposandosi alla perfezione con l’idea della casa come luogo aperto e luminoso che accomunava Luccichenti ad altri giovani architetti del periodo. In particolare, nella palazzina Bornigia, che sorge accanto alla palazzina Salvatelli di Giò Ponti, si distingue per la grande facciata vetrata, risultato dello svuotamento dell’involucro murario fino alla pilastratura portante, che ne cadenza il ritmo in sei moduli uguali. A questi si associa in modo continuo, lungo tutto il fronte principale e parte dei prospetti laterali, lo sbalzo aggettante dei solai, che connota fortemente l’immagine dell’edificio donandogli qualcosa di “internazionale”, e facendoci intuire già dall’esterno la soluzione distributiva interna a pianta simmetrica per poter garantire a tutti la stessa visuale. Il richiamo alla palazzina Furmanik è evidente, ma qui è come se ne avessimo un negativo, visto l’annullamento murario dei balconi che nella palazzina di Mario De Renzi sono il principale valore formale.

Nel ’49 è la volta della coppia di palazzine di via dei Fratelli Ruspoli 10 (1946-49), momento di riflessione se non di trasformazione del linguaggio del nostro, che, grazie all’articolazione volumetrica della facciata, riesce a proiettare gli edifici in un caso verso l’ interno e nell’altro verso l’esterno. L’approccio, come il linguaggio dei due corpi, è antitetico, ma speculare al tempo stesso. Sembra quasi che lo svuotamento del prospetto di una palazzina si trasformi nella dilatazione dell’altra; che le parti sottratte da una facciata vadano a costituire l’addizione di quella retrostante. Tra le due si distingue quella col fronte proprio su via dei Fratelli Ruspoli, dove il gesto “liberatorio” delle terrazzine a punta è il risultato ottenuto dal contrapposto andamento dei solai aggettanti dei balconi che seguono la strada e quello dei muri perimetrali che curvano verso l’interno, infondendo così alla composizione eleganza e leggerezza. Conferendo particolarità all’angolo, ridiscutendo i principi razionalisti, quasi “spogliando” il prospetto, egli non solo trova soluzioni originali (che rimanevano l’ultima libertà degli architetti dalle rigide norme del piano del ’31), non solo conduce il gioco della dinamicità pieni-vuoti della facciata verso derive ormai post-espressionistiche, ma dimostra di aver recepito la lezione di Aalto e dell’avanguardia artistica italiana. Dimostra come nonostante la speculazione, i forti interessi o la scarsa attenzione rivolta alla qualità architettonica dai cosiddetti “palazzinari”, laddove c’è studio delle tecniche costruttive, uso appropriato dei materiali, sensibilità aperta alle influenze esterne, il risultato è di qualità, e capace di conferire alla palazzina quella caratterizzazione umana che la pone a metà tra la dimensione individuale e quella collettiva, tra il vivere per sé e il vivere con gli altri.

Per rimanere sulla grande scala, gli edifici in viale Pinturicchio 93, intensivi, con l’esasperazione degli elementi balconati a sbalzo, sono esemplificativi della sua scelta di linguaggio e di stile, di quella continua ricerca formale che troppo a cuor leggero in passato è stata associata a mero stilismo (…magari i tanti intensivi concepiti in periferia, e rimasti perlopiù anonimi, fossero stati connotati “solo” da mero stilismo!). Ricerca visibile anche negli importanti passaggi dell’edificio intensivo in via Tagliamento, con le facciate scandite ritmicamente dal gioco dei pieni e dei vuoti. Lo “sbalzo” scompare nell’edificio intensivo in viale Libia 6 -14, dove ad un intensivo sostanzialmente compatto, uniforme, fortemente condizionato dal regolamento edilizio (e da uno strumento urbanistico come il già citato piano del 1931, che queste regole contribuiva a irrigidire in nome della speculazione), l’architetto attribuisce un disegno delle facciate volto a ricercare quella leggerezza così distante, se vogliamo, dalla sua stessa tipologia. La cura è nel dettaglio (l’infisso esterno: un pannello a persiana scorrevole di colore rosso), nella scelta dei materiali costruttivi, in quella suddivisione del prospetto in due piani sfalsati uniti dai corpi scala obliqui e rafforzati dalla cortina muraria di coronamento superiore.

Per tornare alle palazzine, passaggio rilevante è sicuramente quello costituito dalla palazzina tra largo Spinelli e via Giovanni Paisiello, del 1954, uno degli episodi più significativi ai Parioli insieme alla Casa del Girasole di Moretti. Sinonimo di quel “manierismo razionalista” raffinato che vedeva trai i principali protagonisti anche il fratello minore Amedeo, costituisce un mutamento concettuale rispetto allo schema tipologico della palazzina. Presenta, infatti, una variazione volumetrica tale che quasi tutti i piani sono diversi tra loro. Un basamento rientrato per i primi due, quindi un corpo aggettante, ma che al livello del terzo piano è tagliato da una loggia continua incassata verso l’interno lungo tutto il perimetro dell’edificio. I due piani successivi riprendono l’aggetto sottostante e forniscono il tratto distintivo della palazzina, cioè delle superfici ritagliate da finestre a nastro con elementi che variano in altezza, con la solita attenzione ai particolari costituiti questa volta dai parapetti in legno. Nell’attico ritorna la pensilina di copertura già vista nell’edificio intensivo in viale Libia, che richiude idealmente il volume. Osservando attentamente la palazzina e ricordandosi delle parole di Le Corbusier – “per imporre attenzione, per occupare con forza lo spazio c’è bisogno innanzitutto di una superficie primaria di forma perfetta, poi di una esaltazione della piattezza di tale superficie per mezzo di qualche sbalzo, o di fori che determinino un movimento avanti-indietro” ci si accorge che qui i canoni stilistici espressi dalle parole del maestro sono soddisfatti in pieno! Il soggetto è chiaramente l’involucro, definito dall’alta qualità dei materiali (ceramica, legno, vetro) e, come detto, dalle finestre a nastro modulate quasi come una partitura musicale. Su di un lato, poi, la parete si flette quasi a raccogliere un suggerimento dalla strada, senza però seguirla pedissequamente, ma riuscendo a mantenere una propria autonomia nella sua continuità con la città.

Una menzione meritano certamente la palazzina in via Lisbona .. e la palazzina in via Archimede 185, dove la facciata sembra frantumarsi in fasce orizzontali, ottenute dalla fuoriuscita dei doppi solai, dall’andamento quasi a zig-zag.

Alcuni elementi di questa pagina sono tratti dal sito Percorsi romani di Luca Nicotera www.vg-hortus.it

Bibliografia essenziale:

Mario Manieri Elia – “Il contributo di Ugo Luccichenti”, in Metamorfosi n. 15, 1990
Giorgio Muratore – “Un maestro romano: Ugo Luccichenti”, in Rassegna di Architettura e Urbanistica, n. 89/90, 1996
Giorgio Muratore – “Roma, guida all’architettura” – L’erma di Bretschnider, 2007
Gaia Remiddi, Antonella Greco, Antonella Bonavita, Paola Ferri – “Il moderno attraverso Roma, 200 architetture scelte” – groma quaderni, 2000
Irene de Guttry – “Guida di Roma moderna dal 1870 ad oggi” – De Luca editori d’arte, 2001
Piero Ostilio Rossi – “Roma, guida all’architettura moderna 1909 – 2000” – ed. Laterza, 2000
Maria Argenti, Marco Spesso – “Itinerari romani, architetture dimenticate del ‘900” – web
Antonio Cederna – “I vandali a Roma”, discorso tenuto al teatro Eliseo di Roma il 13 maggio 1956
Fabrizio Toppetti – “La palazzina come luogo della qualità” – Rassegna di architettura e urbanistica n. 89/90
Gianluigi Mondani – “Palazzina organismo-città” – Rassegna di architettura e urbanistica n. 89/90

Torna a Ugo Luccichenti

Pagine correlate: Luccichenti e gli anni del boom,

I commenti sono chiusi.