25 luglio

Tratto da “Il lampadario di cristallo” di Enrico d’Assia. 

pag.112 “… Il giorno dopo, rientrando in macchina con l’autista Driussi, a pochi chilometri da Roma, dalle parti di Settebagni, la polizia fermò l’auto e alle nostre domande rispose in modo agitato:  “Non potete continuare, stanno bombardando Roma!”  Era il 19 luglio.  Scendemmo e sentimmo un rumore sinistro, come se un tremendo temporale si stesse abbattendo sulla città, poi si alzò una nuvola nera che a poco a poco ci raggiunse offuscando il sole.
Quando cessò l’allarme, ci fecero ripartire. In silenzio, con cuore in gola, raggiungemmo i cancelli di Villa Savoia.  All’interno regnava una grande agitazione ei nonni si stavano accingendo a raggiungere il luogo del disastro non molto lontano dalla villa: il quartiere di San Lorenzo.  Da quella fatidica data tutto cambiò nella nostra vita quotidiana: un senso di inquietudine e di apprensione si insinuò in noi.

pag.114 “… Dopo il primo bombardamento su Roma la nonna volle che al primo accenno di allarme tutti andassimo nel nuovo rifugio antiaereo approntato nella collina di tufo, nelle vicinanze delle Cavalle Madri.  Si trattava di una galleria alla quale si accedeva in macchina: si entrava da una parte e si usciva dall’altra.  Mia madre con i fratellini ci raggiungeva da Villa Polissena. Le mie cugine Calvi e i0, insomma i giovani, venivamo stipati in un’unica macchina condotta sempre personalmente dalla nonna.  Lei non si fidava
degli autisti, anche perché la zona di parco da attraversare per arrivare il più presto possibile al rifugio comprendeva dei tratti con ripidi pendii.
Nel dopoguerra, sono riuscito con difficoltà a ritrovare questo ricovero completamente coperto dai rovi: mi parve più una trappola che un rifugio aereo ed ebbi l’impressione che una bomba, anche a basso potenziale, avrebbe potuto seppellirci tutti.

pag.115 “…

2

La mattina del 25 luolio ero stato come capitava spesso in qunel periodo, nel negozio di stampe di via Francesco Crispi. Faceva un caldo terribile e dop0 colazione mi ero buttato sul letto per studiare i nuov1 acquisti quando sentii dei rumori sotto la mia
finestra.  Aprii le persiane: vidi un’ambulanza parcheggiata sotto la mia finestra con dei soldati accanto. II mio primo pensiero fu che fosse successo qualcosa al nonno. Col passare del tempo notai che i soldati aumentavano; alcuni collocavano mitragliatrici sul prato sottostante.
Bussarono alla porta e comparve Rosa, la cameriera della nonna, che con espressione impenetrabile mi disse: « Sua Maestà la prega di recarsi nel salotto d’angolo, in fondo al corridoio, e di attendere li, senza muoversi, altri ordini. Tra poco la raggiungeranno le sue cugine!» Alcuni minuti dopo, infatti, arrivarono le cugine dal Villino Maria, poco distante dalla palazzina. Erano ansiose di ricevere qualche spiegazione sulla causa di questa improvvisa convocazione e restammo impensieriti ad attendere gli eventi.
Dopo una mezz’ora si affacciò lo staffiere Gambini con l’ordine della regina di accompagnarci dall’uscita di servizio al giardino all’italiana. La cosa che maggiormente mi colpì durante il tragitto fu che, passando davanti ai militari, questi non si misero
sull’attenti per salutarci come facevano di consueto.
Raggiunto il giardino, discutemmo sull’insolito fatto e pensammo che forse era scoppiata la rivoluzione. Ci vedevamo già impiccati agli alberi del parco.
Intanto respiravamo con sollievo il fresco della sera circondati da fontane zampillanti, mentre il sole al tramonto sfiorava la cima della grande torre dell’acqua, un romantico finto rudere.  Dietro le folte siepi di lauro sentimmo passare alcune macchine dirette verso il centro del parco: cosa inusuale. Poi, di nuovo il silenzio.  Dopo poco in cima alle gradinate, come su un palcoscenico, apparve lo staffiere nella sua bella livrea blu e rossa per annunciarci che la regina desiderava che rientrassimo.
Dove prima si trovava quella postazione militare tutto era sparito come per incanto; la calma più assoluta aveva ripreso possesso della palazzina.
Tornai nel mio appartamento per cambiarmi e quasi subito mia madre da Villa Polissena passò a prendermi per la cena su dai nonni, al « Paradiso». Nemmeno lei era in grado di rispondere alle mie domande sul mistero pomeridiano. Trovammo il nonno e la nonna un po’ affaticati e andammo subito a tavola. Solo noi quattro.  Bruciavamo dalla curiosità di saperne di più sugli avvenimenti del pomeriggio, ma era di prammatica non porre domande. Mammà e io parlammo delle solite cose anche per non essere indiscreti.  In famiglia questo atteggiamento era abituale: si preferiva far finta di niente piuttosto che toccare per primi un tema scottante.  I sovrani facevano la massima attenzione che la politica non interferisse nell’ ambiente familiare.
Dopo cena, quando il nonn0 nella sua poltrona minacciava di addormentarsi, ci congedammo e mammà tornò a Villa Polissena.  Avevo preso sonno da poco quando venni svegliato da rumori e grida dal cancello principale di Villa Savoia. Aumentavano di continuo come un’onda che sale e le urla echeggiavano per tutta la via Salaria che costeggia la villa.  Il fatto era piuttosto inquietante e non riuscii a riaddormentarmi. Solo verso la mattina tutto tornò tranquillo e quando Raffaella. la cameriera, mi portò la prima colazione le domandai se aveva sentito anche lei tutto quello schiamazzo e sapesse spiegarmene la ragione.
La risposta fu: « Come, Altezza, lei non sa? Ieri pomeriggio Mussolini è stato arrestato qui, a Villa Savoia!»
Telefonai immediatamente a mia madre per darle la notizia e anche lei cadde dalle nuvole. Solo successivamente seppi che quell’ ambulanza era servita per accompagnare Mussolini fuori della villa dopo l’arresto; per raggiungere la caserma Pastrengo dei carabinieri avevano attraversato il parco ed erano usciti dal cosiddetto «cancello del re» in fondo a un viale che costeggia Villa Polissena e sbuca dalla parte dei Parioli. Dalla caserma, Mussolini venne trasferito nella prigione sul Gran Sasso.
3
Un altro evento venne a turbarci in quei giorni di luglio; la caduta di un caccia monoposto a Villa Savoia, in un punto non lontano dalla palazzina vicino al muro di cinta sulla via Salaria.  Dalla terrazza si scorgevano le fiamme e una densa cortina di fumo
oscurò quell’angolo di bosco fitto di lecci. Mi impressionò molto. Il re fece porre un cippo sul luogo della sciagura in memoria del povero aviatore che aveva perso la vita.

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