Storia di Villa Torlonia

Originariamente sulla via Nomentana c’era una vasta proprietà dei Colonna, con un casino nobile, che confinava con Villa Massimo. Nel 1797 la villa passa ai Torlonia, famiglia di banchieri di recente nobiltà, desiderosa di emulare nella propria vita il fasto dei secoli precedenti, e da allora è chiamata Villa Torlonia.

Oggi, nonostante il degrado in cui versano ancora alcuni edifici della villa, si possono distinguere tre distinte fasi costruttive, testimonianti i diversi committenti ed i gusti dei tempi.

A Giovanni Torlonia, artefice della fortuna finanziaria della famiglia, è legato il primo intervento di sistemazione del parco (1802 – 1819) a cui partecipò l’architetto Giuseppe Valadier che realizzò il fastoso palazzo in stile neo-classico ispirato a modelli dell’antica Grecia. Nell’edificio, prospiciente l’ingresso su via Nomentana, abbondano i richiami antichizzanti come testimoniano le decorazioni a soggetto bacchico o con Alessandro Magno.

Con Alessandro Torlonia (1800-1886), figlio di Giovanni, i lavori di sistemazione continuano seguendo il grandioso programma di ampliamento dove è possibile riscontrare “citazioni” dalla Villa Borghese, allora modello indiscusso di ricchezza e raffinatezza. S’ispirano all’esempio Borghese, per esempio, le finte rovine ed il Campo dei Tornei, riedizione di Piazza di Siena. Dal 1832 al 1842 l’architetto G.B. Caretti diresse un folto gruppo di scultori, pittori e scalpellini che lavorarono alla decorazione del palazzo, della cappella e delle scuderie, impiegando anche materiali nuovi quali il ferro e la ghisa destinati a creare una commistione interessante di gusto eclettico. Nel 1840 fu chiamato dal principe Torlonia anche il paesaggista Giuseppe Jappelli, già famoso per avere realizzato giardini “all’inglese”. Per la villa sulla Nomentana viene riproposto tutto il repertorio del giardino di paesaggio come il percorso sinuoso dei sentieri, l’utilizzazione dei dislivelli per creare cascatelle, l’onnipresente “capanna svizzera”, definita “latteria”, e, infine, la stupefacente grotta artificiale, oggi distrutta, e la Serra Moresca.

Nel parco ci sono anche due obelischi eretti nel 1842 in onore del padre e della madre del principe. Sono in granito ma hanno un aspetto decisamente diverso dagli obelischi egizi che ornano le piazze romane. Non hanno infatti rotture abrasioni, insomma sembrano nuovi. In realtà sono rigorosamente “made in Italy”, fatti realizzare a Baveno, incisi con frasi dedicatorie in antica scrittura egizia (geroglifico) dettate dal principe Torlonia agli specialisti fatti venire dalla Francia, e trasportati dopo un viaggio epico da Baveno fino a qui. Per via fluviale infatti arrivarono dal Lago Maggiore all’Adriatico e, dopo aver circumnavigato la penisola e, grazie al Tevere e all’Aniene, sono “sparcati qui vicino e trasportati qui.

Sempre a metà del secolo vennero costruiti il Gran Teatro in ordine ionico per i spettacoli diurni e notturni, la limonaia, edificio destinato al ricovero invernale delle piante di agrumi.

L’ultimo intervento si ebbe tra il 1908 ed 1916. Quando la capanna svizzera, realizzata nel 1842 dall’architetto Jappelli, venne trasformata nella Casina delle Civette, così chiamata per il ricorrente motivo decorativo della civetta e di altri uccelli notturni.

Per nostra fortuna, successivamente alla prima guerra mondiale, gli eredi Torlonia non riuscirono a mettersi d’accordo sulla lottizzazione della villa in vista dello sfruttamento edilizio. Nel 1929 Mussolini affittò la villa e trasferì la sua residenza ufficiale, mentre il principe Torlonia si ritirò nella Casina delle Civette. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, sotto il salone da ballo fu costruito un rifugio antiaereo ed antigas. Dal ’43, durante l’occupazione degli americani, la villa fu utilizzata dal Comando Americano che, alla sua partenza, portò via buona parte degli arredi. Nel dopoguerra la villa fu lasciata in stato di abbandono.

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