Ciceruacchio

Brunetti Angelo, detto Ciceruacchio, nacque a Roma nel 1800.  Di umile famiglia popolana del rione di Campo Marzio (il padre era maniscalco), dopo aver ricevuto un’istruzione sommaria iniziò giovanissimo a trasportare con un carretto il vino dai Castelli a Roma.

Bell’uomo, di figura imponente, aperto e simpatico, con tutte le caratteristiche del popolano romano, che unisce alla dignità, cordialità, e spavalderia. Il soprannome gli derivava da Cicerone, vista la sua eloquenza; secondo altri da un vezzeggiativo fattogli, fin dalla primissima infanzia, dalle donne del quartiere (fusione di “Ciccio” con il termine romanesco “rocchio”).

Nel 1820 il B. sposò Annetta Cimarra, scelta tra le fanciulle del suo rione. Abile e avveduto nel lavoro, ben presto riuscì a estendere la sua attività: comprò carretti e cavalli e cominciò a lavorare in proprio, dedicandosi al trasporto di merci (cereali e fieno in genere, oltre al vino). Il cerchio della clientela si allargò, annoverando anche, dal 1840, l’Istituto dell’ospedale di S. Spirito. L’agiatezza raggiunta (alcuni parlano di ricchezza), insieme con le naturali doti di carattere e di generosità, contribuì a creare al B. notevole prestigio nei rioni popolari, un prestigio che si consolidò in seguito al comportamento da lui tenuto durante l’epidemia di colera del 1837.

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Le notizie sulla sua prima attività cospirativa sono scarse e non sempre documentate: sembra che fosse stato iniziato alla politica da Pietro Sterbini e da Felice Scifoni e che nel 1827 fosse stato iscritto alla carboneria. Nel 1831 risulta capo della Fratellanza di Trastevere; due anni dopo sarebbe stato introdotto da Mattia Montecchi nella Giovine Italia; nel 1837 venne coinvolto in una congiura, da cui uscì senza condanna, ma sorvegliato dalla polizia.

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Dopo il 1846 il B. divenne un personaggio di primo piano sulla scena politica cittadina, movimentata dall’ascesa al trono pontificio di Pio IX e dalle speranze suscitate dalle sue prime concessioni. Alla testa delle grandi manifestazioni in onore del pontefice, da lui stesso organizzate, venne spinto in alto dal popolo, e in alto accettato a livello dei gruppi più qualificati della città, come rappresentante di una massa popolare divenuta, se non protagonista, componente essenziale degli avvenimenti: a fianco dei notabili accoglieva Pio IX nelle sue uscite ufficiali (fu varie volte da lui ricevuto in udienza) e in mezzo ad aristocratici e uomini illustri, italiani e stranieri, partecipava ai “banchetti politici”. Il 1847 fu l’anno cruciale della sua attività, denso di avvenimenti clamorosi e di manifestazioni che si susseguivano a ritmo febbrile: il nome di Ciceruacchio campeggia in tutte le cronache e le memorie del tempo, dell’una e dell’altra parte, rappresentante e simbolo del popolo in movimento. E la sua fama valicò i confini dello Stato pontificio, spingendo altri popolani a emularne le gesta (Napoli avrà il suo Michele Viscuso) e altre città a esaltarli.

Il carattere della partecipazione popolare alla “rivoluzione” romana e il carattere della particolare funzione esercitata dal B. pongono interessanti quesiti storici, non sempre di facile soluzione. Sia da parte della massa in movimento sia da parte dello stesso B. non sembra esservi stata una chiarezza di idee e di intenti, una visione politica di riscossa di una classe particolarmente sacrificata dalle condizioni economiche e sociali cittadine. Li muoveva il sentimento più che il ragionamento, il facile e improvvisato entusiasmo per un pontefice che sembrava promettere le riforme necessarie al miglioramento delle condizioni di vita; l’attaccamento a Pio IX, al “papa buono”, pare indubbio, e non manifestato solo con atti di esuberanza tipicamente popolaresca: quando dopo le prime allocuzioni e i primi tentativi di resistenza alle pressioni, cominciarono a circolare voci di congiura repressiva, il B. continuò a difenderlo da accuse e da sospetti, attribuendo ai cardinali che lo circondavano la colpa degli atti retrivi. Oltre alla infaticabile opera di organizzatore di dimostrazioni, la sua funzione divenne quella di manifestare ad alto livello le esigenze del basso popolo e di chiarire a questo il carattere delle riforme chieste dai gruppi politici più qualificati. Così egli si mostrò particolarmente attivo nel propugnare l’organizzazione della guardia, civica e cercò di infondere fiducia nella funzionalità del nuovo Municipio. Desta naturalmente interesse il problema degli uomini politici con cui era maggiormente a contatto, del possibile loro sfruttamento della massa popolare per un’azione di sempre più radicali pressioni: frequentatore assiduo del Circolo popolare, il B. risulta particolarmente legato ai due esponenti più in vista del partito democratico romano, il principe di Canino e lo Sterbini. La familiarità con quest’ultimo fu certamente determinante nello spingerlo ad assumere il ruolo di capopopolo e a divenire uno strumento – più o meno inconsapevole – di una linea politica sempre più avanzata, ma sembra anche che lo stesso Sterbini in alcuni momenti ispirasse la sua azione agli umori della massa popolare, di cui il B. era presso di lui interprete.

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