Osteria dei Pittori di Ugo Pirro

Il testo seguente è una nota sul libro di Ugo Pirro “Osteria dei pittori” con alcuni brani del libro stesso.

MAPPA FLAMINIO 1 (zona da Porta del Popolo a Belle Arti)

Roma, dal dopoguerra fino alle prime luci del miracolo economico: “La sera andavano da Menghi, osteria di via Flaminia. I fratelli Menghi, osti avidi soprattutto di notti avventurose e interminabili discussioni, facevano credito senza garanzie a tutti i giovani talenti dell’arte astratta e d’avanguardia, alle loro compagne e ai loro amici. Salvavano così dalla triplice censura (del mercato, del governo, del realismo socialista) un pezzo dell’arte italiana. E proteggevano il fluire, insieme al vino tra i loro tavoli, di un frammento della storia.”

Il cineasta Pirro sedeva a quei tavoli, quasi intruso nel mondo di un’altra arte, e osservava come da dietro la macchina da presa lo scorrere di quelle immagini, di quegli eventi. Impegni, scontri di passioni, desideri, ambizioni grandi e piccoli capricci, stranezze, amori e amicizie, esperimenti fatti nel vivo delle proprie esistenze. E quel film, rimasto nella sua memoria, ha riversato nel suo libro “Osteria dei pittori”.

«Ricordo che la conversazione mi sembrò davvero interessante; in verità, però, non rammento di cosa si stesse discutendo. Ma ricordo bene quello che ho mangiato: carbonara e bollito».
Ugo Pirro, é stato soggettista e sceneggiatore di molti film di successo: Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, A ciascuno il suo, Il giardino dei Finzi Contini, La classe operaia va in paradiso, Metello, Il giorno della civetta, tra i suoi film più noti. Era arrivato nella Capitale subito dopo la fine della guerra. E la prima volta che si affaccia in quel locale del Flaminio si ritrova a tavola con Mafai, Consagra e Omiccioli. La discussione, come spesso capitava, era accesa. «Mentre parlava Mafai disegnava sulla tovaglia di carta macchiata dal vino di Frascati tante facce in fila, una processione; poi le cancellava. All´altro capo del tavolo anche Consagra parlava e disegnava: figure geometriche. Al momento di pagare il conto, poi, ebbi una sorpresa. Nessuno tirò fuori una lira». Da Menghi, all´epoca, si mangiava a credito. E proprio questo aveva fatto la fortuna del locale, frequentato da schiere di artisti squattrinati.

La storia culturale della Roma degli anni Cinquanta sembra scandita dalla vita di bar e ristoranti: da Rosati a piazza del Popolo (Canova non aveva ancora aperto) a Otello in via della Croce, fino ai tavolini di via Veneto e, per l´appunto, a Menghi. «In effetti a Roma hanno fatto più i caffè e le trattorie che non i giornali e i circoli culturali. Ti sedevi e ti trovavi accanto a tanta gente interessante, da Moravia a Cardarelli. I tavoli erano come le sedi di vari clan. Non che non ci si mischiasse. Da Menghi eravamo quasi tutti di sinistra; ma veniva pure qualche democristiano. E, con i pittori, incontravi giornalisti, cineasti, attori. Ogni locale, tuttavia, aveva una sua identità; anche se, di anno in anno le frequentazioni potevano cambiare. I pittori, ad esempio, erano approdati sulla Flaminia, una vera migrazione, dopo che il loro vecchio ritrovo – Il re degli amici di via della Croce, dove con Guttuso e Carlo Levi potevi imbatterti in una tavolata con Orson Welles, Togliatti e Tyron Power – aveva assunto un´aria più mondana, alzando i prezzi. Ma c´erano molti altri ritrovi, anche se meno famosi, come un´osteriola di piazza San Carlo, che poi è diventata La Capricciosa, o una rosticceria di piazza Barberini dove Turcato, quando aveva venduto un quadro e si ritrovava qualche lira in tasca, andava ad abbuffarsi di pollo arrosto e filetto di baccalà».

«L´osteria negli anni Cinquanta era un vero punto di riferimento non solo per i giri degli intellettuali, ma anche per la vita popolare. In molti casi c´erano gruppi di amici che facevano capo a una trattoria tassandosi regolarmente: le quote servivano a creare dei fondi comuni ai quali attingere per pagare pantagrueliche cene sociali, o per prestare soldi ai soci che avevano bisogno di qualche lira extra. All´osteria si discuteva. Ci si divertiva, con certe battute fulminanti, stile ‘Guttuso? La picassata alla siciliana´. Oppure si litigava. A volte si cominciava per questioni ideologiche, anche se a dibattere erano pittori comunisti contro pittori comunisti. Ricordo la lotta degli astrattisti contro i neorealisti. C´era aria di cambiamento. Levi, Afro, Cagli, Accardi, tanti altri erano pieni di progetti, ma non sapevano dove mettersi, però ci provavano. Poi entravano in gioco i temperamenti. E magari finiva pure a botte. Ogni tanto si organizzava una mostra; ma non si vendeva niente. Piazzare un quadro era un´impresa. Una volta Turcato aveva un appuntamento alle nove di mattina per vendere un quadro: mi ha tenuto in piedi tutta la notte perché aveva paura di non svegliarsi e di arrivare in ritardo all´appuntamento».

«La maggior parte di noi viveva attorno a Piazza del Popolo. Ma era un altro mondo. In via della Fontanella, qui di fronte a dove abito adesso, c´era uno dei bordelli più cari di Roma. In via Margutta, prima che aumentassero gli affitti, c´erano gli studi di Consagra, Perilli, Turcato… Tutti stentavano a vivere, non avevamo alcuna possibilità economica. Anche andare al cinema era un lusso. Ma stare senza un soldo in tasca allora era normale. Ce ne stavamo sempre in giro ed era facile farsi degli amici. Si formavano legami molto forti: un senso dell´amicizia che del resto in quegli anni attraversava non solo Roma, ma tutta l´Italia. Il modo di stare assieme oggi è molto cambiato. Il benessere ha creato delle isole. Allora invece vivevamo in tanti vasi comunicanti, animati da un forte spirito di collaborazione. Bisognava ricostruire, cercare nuove strade, rifare tutto da capo: i negozi, le strade, i vestiti, l´arte … Senza programmi precisi. Anche il lavoro era molto diverso. Tutto era abbastanza occasionale; ma le opportunità non mancavano. E c´era una grande mobilità delle idee. Non è che uno che si svegliava la mattina e decideva di fare qualcosa. Il mutamento, però, era nelle cose».

Il mio primo lavoro era stato la sceneggiatura di «Uomini e lupi» di De Santis. A quel testo avevamo lavorato in dieci. Mi pagarono duecentomila lire. E poi lo Stato mi fece causa: non credevano che avessi preso così poco, dicevano che dovevo aver guadagnato almeno un milione. Finì che pagai più tasse di quanto avevo incassato. All´inizio, fatta salva una certa coerenza politica, prendevo qualsiasi lavoro mi capitava. Il cinema del Dopoguerra era istintivo. Non è che stavamo lì a pensare all´arte o all´interpretazione, o a fare filosofia. Un vero fervore. Ho lavorato con Monicelli, Lizzani, Petri, Pontecorvo, con Fellini, Amidei, Flaiano. Da una parte tutto era molto improvvisato. Dall´altra c´era più discussione, meditazione. Una serie interminabile di incontri: prima con il regista e con il produttore… poi con gli altri sceneggiatori per stabilire le scalette… A quel punto, come nei film con Totò, dove ognuno faceva uno sketch, uno si metteva a scrivere le proprie scene. Poi si metteva tutto assieme e si criticavano le prime stesure… si riassemblava. Una bagarre… Discussioni su discussioni, anche se alla fine ognuno continuava a pensarla a modo suo. Io, a dire la verità, ero abbastanza litigone. Ricordo un film per Lizzani. Nel gruppo c´era Pasolini. Diceva in continuazione: ‘No, questo non va bene, ora ci penso io…´ Ci fu un bello scontro».

«Il cinema ha fatto un passo indietro. Allora si producevano veramente tanti film, forse due o trecento in un anno. Totò in certi momenti era capace di girare tre film al giorno, passando da un set all´altro. I produttori non mancavano. Magari molti di loro, come certi ex osti, erano improvvisati e il rischio di fallimento, specie se c´era di mezzo Visconti, c´era sempre. Ma le case di produzione, anche se poi facevano un film e sparivano, nascevano in continuazione. Erano anche i primi anni della televisione. Ma per noi il cinema era diverso. Per uno del cinema a farsi vedere dalle parti della Rai c´era quasi da vergognarsi: la consideravamo una cosa minore, squalificante. Certo, oggi tutto è diversissimo. E, come è cambiato il modo di stare in scena, sono cambiate le facce. Il regista allora andava in giro a cercare i volti. Attingevamo dall´avanspettacolo e dal varietà, dalla strada. E ci si strappavano non solo gli attori, ma anche le comparse o le figure secondarie. Sono state le maschere degli anni Cinquanta. Rappresentavano uno spirito, lo stesso che ritrovate in Totò. Sui suoi film si è detto tutto il male possibile. Però tante opere, che all´epoca erano state esaltate, sono sparite. Mentre lui circola ancora».

Bibiografia esenziale: Ugo Pirro “Osteria dei pittori”, 1994, Sellerio Editore Palermo

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