Storia dell’area fuori Porta Pia

Questa storia parla dell’area fuori Porta Pia ma inizia quando della porta non c’è nemmeno l’ombra.

Nel VI secolo a.c. nell’area sono scavate gallerie per estrarre tufo del tipo “cappellaccio” con cui probabilmente sono state realizzate le prime Mura Serviane da parte di Tarquinio Prisco e Servio Tullio (578-539 a.C.) e la vicina Porta Collina.

Successivamente, in questa area esterna al Pomerio sono costruite delle tombe. Poi, nei due secoli a cavallo della nascita di Cristo, con l’estensione del Pomerio il sito inizia a urbanizzarsi.

In particolare nell’anno 23, Tiberio Imperatore ha una guardia scelta, i Pretoriani (una specie di Corazzieri dell’epoca), soldati molto selezionati, il cui servizio militare dura ben 16 anni; loro capo è il Prefetto Elio Seiano (che cinque anni dopo, complotterà contro lo stesso Imperatore e per questo sarà processato e strangolato). Seiano fa costruire in questa nostra zona, un grande accampamento per i suoi soldati, di forma, come tutti quelli romani, quadrilatera. E’ il Castro Pretorio le cui mura sono la prima grande opera umana realizzata nel sito in esame che è in parte giunta fino a noi.

Nel Settecento, sull’area del castro sorge di una villa del Noviziato dei Gesuiti, comunemente denominata Macao, in ricordo della missione aperta nel Cinquecento dai Gesuiti nella colonia portoghese in Cina. Poco prima della fine dello Stato Pontificio, tornano i militari e si impianta qui una caserma dell’Esercito papale poi passata all’Esercito Italiano, che – salvo una parte, dove ora sorge la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma – continuato ad utilizzarla. In un reggimento di Cavalleria che aveva sede qui fu arruolato un ragazzo ventisettenne: è Gabriele D’Annunzio,  poeta, scrittore, aviatore, politico e quant’altro.

In età augustea, in quest’area nascono delle ville spesso erano assai lussuose, fornite di acqua corrente, con ampi peristili che circondavano giardini interni. I resti di molte di esse sono ritrovati durante gli scavi di fine Ottocento e inizio Novecento. In una villa è stata rinvenuta un’anfora con 37 denari d’argento numerosi sono stati i ritrovamenti di tubature in piombo. Nelle ville c’erano anche molte fontane, quale la “Fontana delle Ninfe”, ritrovata durante gli scavi del Palazzo delle FS, e lì ricollocata, nel giardino di fronte all’ingresso principale (anche se ora coperta e soffocata da una palma ormai troppo cresciutale intorno).

In essa, come scrive Rodolfo Lanciani, “ciascuna delle fanciulle stringe con la mano destra la mammella sinistra, facendone strizzare un tenue getto d’acqua” , motivo assai raro nell’antichità anche se poi ripreso in epoca barocca anche da Francesco Borromini. I Romani usavano marcare le tubature coi nomi, oltre che dello stagnaro, anche del committente; e ciò ha reso possibile risalire all’identità di alcuni proprietari presenti nella zona, o almeno delle loro famiglie. Il Lanciani è riuscito, anche in base a tali ritrovamenti, a indicare nove ville e altrettanti proprietari dai nomi all’epoca altisonanti, fra cui i Cecina Tusci (di evidente origine toscana, anzi volterrana), gli Appi, i Lanciani, Sesto Cocceio Sertoriano, Tito Flavio Titano, Publio Postumio Ettore, Quinto Stazio Lucilio.

Un’altra villa, forse la più lussuosa, era di proprietà imperiale, probabilmente dello stesso Augusto. L’ultima residenza, fra quelle identificate, è legata invece alla memoria di Vespasiano, l’imperatore noto non solo per le sue gesta militari, ma anche per una pesante politica fiscale che si tradusse in nuovi tributi, fra cui il più famoso è quello sugli orinatoi. Vespasiano, già politico e militare di primo piano nella Roma degli Imperatori suoi predecessori Claudio e Nerone, sposato, conosce Antonia Caenis, una schiava di proprietà dello stesso Claudio, presso cui svolgeva mansioni di segretaria, e ne fece la sua amante. La bell’Antonia, affrancata dalla schiavitù, grazie a questa relazione iniziò ad arricchirsi con i contributi di coloro che, tramite lei, volevano acquisire i favori di Vespasiano. Quando lui rimane vedovo e poi diventa Imperatore, Antonia diventa la sua concubina ufficiale e va a risiedere nel 69 d.C. in una sontuosa proprietà nell’area di cui stiamo parlando.

Che la sua villa fosse qui risulta anche dal ritrovamento di un’ara a lei dedicata. Se volete vedere dove lei può aver camminato, andate in via Nomentana – accanto al n. 4, dove c’è l’ingresso che porta al cortile che divide il Palazzo delle FS da quello del Ministero delle Infrastrutture, al civico 6 c’è un supermercato ed è quello il luogo in cui Rodolfo Lanciarli aveva segnalato la villa di Antonia. All’interno del supermercato, fra il banco del pesce e quello dei prodotti biologici, si trova, protetto da una lastra di vetro ma ben visibile, un bel resto di pavimento in mosaico bianco e nero, risalente probabilmente proprio alla villa della donna.

Veniamo infine al sepolcreto Nomentano. Le tombe che lo costituivano erano in così gran numero che gli scavi fra fine Ottocento e inizio Novecento restituirono pietre e marmi con scolpiti oltre duemila epitaffi. Erano per lo più, come detto, sul lato sinistro della Nomentana, verso la Salarla.; ma sul lato destro, pur dedicato più alle ville, c’era anche un sepolcro circolare, grande quasi quanto quello di Cecilia Metella, che probabilmente sopravvisse per molti secoli (vedremo poi chi lo demolì), le cui fondamenta in buona parte furono ritrovate e distrutte durante la costruzione del palazzo delle FS, permettendo comunque al Lanciani di ricostruirne forma e dimensioni. Più avanti, all’inizio del secondo secolo, presumibilmente sotto Traiano (dal 98 al 117), la zona conobbe notevoli sconvolgimenti. Ci fu infatti bisogno di collocare molta terra di riporto proveniente da grandi sbancamenti nel centro della città, probabilmente dalla costruzione del Foro di Traiano. Con tutto questo terreno si fece un rialzamento della Nomentana e della zona sulla sua sinistra, che portò al seppellimento del sepolcreto, con migliaia di tombe. Lo spazio così ricavato, comunque fuori di poco dal Pomerio, resta ancora idoneo per le sepolture e nasce una nuova necropoli, circa cinque metri sopra la precedente.

Viceversa, sul lato destro della strada continuavano ad esserci, come nel secolo precedente, molte ville, appartenenti spesso a “privati possessores“. Tali proprietà non poterono quindi essere seppellite, ed è realizzato un muraglione di contenimento. I due sepolcreti sovrapposti hanno quindi restituito a inizio Novecento, durante gli scavi delle fondamenta dei nuovi palazzi, moltissime lapidi con epitaffi, quale quella a “TI. TI.CLAUDIS.FUSCO.ET.APHTORO” (forse un Claudio vissuto all’epoca di Tiberio), che oggi campeggia nell’ingresso pedonale del palazzo della FS – situato a sinistra di quello del cortile d’onore – insieme a un’altra più recente lapide, che rappresenta una pianta del luogo “a tutto il 1889”.  Il Lanciani racconta infine del rinvenimento di un piccolo monumento a un chirurgo, “nell’urna del quale era stata rinvenuta intatta una scatola di metallo, contenente gli strumenti della sua professione”.

Alla fine del secondo secolo, la fisionomia dell’area cambia con la costruzione di quel grandioso manufatto che possiamo ammirare ancora: le Mmura Aureliane. La sicurezza dell’Impero era ormai a rischio, con le prime orde barbari che cominciavano a invaderne le regioni settentrionali, e Aureliano decide di recingere l’intera città in una nuova cerchia di mura, per complessivi 19 chilometri (ancora oggi ne restano circa 12).Negli anni del suo regno, in tempi molto celeri, i lavori furono quasi completati. Le nuove mura arrivarono quindi fin quasi alla linea del Pomerio, come era stata segnata al tempo di Claudio.

Per effetto dell’avanzamento del perimetro difensivo rispetto alle precedenti mura Serviane, le due vie Salaria e Nomentana non partirono più da un unico punto come prima. Ogni strada ebbe perciò la propria porta, tutte a un solo fornice tra due torri semicircolari: Porta Pinciana, Porta Salaria e Porta Nomentana. Con la Porta Nomentana, il tracciato della relativa strada non cambia. La nuova Porta era un centinaio di metri più ad est dell’attuale Porta Pia. Oggi è murata, ma guardando con attenzioneè chiaramente visibile, sormontata da uno stemma e con ai lati le predette torri (una in parte demolita). Sembra un po’ bassa, ma perché in quel punto il livello terreno è stato poi rialzato. Quindi, mettendosi di spalle rispetto alla Porta murata, è possibile intuire chiaramente l’antico tragitto della via Nomentana, che passava all’incirca sotto il Padiglione I del plesso di villa Patrizi, subito a lato del cortile che divide lo stesso palazzo delle Ferrovie dall’attiguo Ministero ex Lavori Pubblici. Del resto, è proprio lì sotto che fu ritrovata, all’inizio del Novecento, una parte del selciato stradale. Inoltre, nel breve tratto di mura che va dalla Porta Nomentana all’inizio del Castro Pretorio, si osservano ben altre due “posterule” , cioè piccole porte al servizio del traffico locale; anch’esse sono murate, ma ben distinguibili tuttora. Tre porte in un così breve tratto sono un caso unico in tutte la cerchia delle mura, e indicano quindi che le ricche ville, sia pure rimaste fuori dalle mura stesse, c’erano ancora, e che i loro raccomandatissimi proprietari continuano a essere favoriti, a scapito delle esigenze di-fensive. Da un punto approssimativamente coincidente con piazza della Croce Rossa non sono costruite nuove mura, ma si utilizza il lato settentrionale dei preesistenti Castra Praetoria. Le mura dei Castra non furono giudicate abbastanza alte per essere ben difese; ma, anziché rialzarle, si preferì (forse anche per risparmiare) fare un nuovo sbancamento, abbassando il terreno di fronte ad esse.

all’interno di tutti i 19 chilometri del manufatto, vi erano dei lunghi camminamenti, che servivano ai soldati che le presidiano; e poiché anche i duri legionari romani avevano esigenze fisiolo-giche, lungo questi corridoi furono predisposti dei ” necessaria” , garitte semicircolari, poggiate su mensole di travertino, con un opportuno foro in basso, ovviamente sul lato esterno delle mura. In epoca bizantina ne erano state contate, complessivamente, 11633; ma evidentemente non ba-stavano, perché molto più tardi, all’inizio del Cinquecento, ci fu qual-cuno” che si prese la briga di ricontarle, e ne trovò circa 260. Comunque ora sono quasi tutte scomparse, ma la meglio conservata è proprio nella nostra zona, nel tratto di mura fra la Breccia di Porta Pia e Piazza Fiume.

Col passare degli anni la decadenza dell’Impero continuò. Nell’anno 410 Roma era ancora una città piena di ricchezze e inviolata (l’unico saccheggio, quello citato dei Galli, risaliva ad otto secoli prima). E’ in corso l’invasione dell’Italia da parte dei Visigoti guidati dal re Alarico che, dopo alterne vicende, decide di conquistare la città. E le poderose mura stavolta non bastadno: la Porta Salaria nella notte del 24 di agosto, è aperta dall’interno da un gruppo di schiavi e domestici di alcuni senatori romani che si erano accordati con Alarico; i Visigoti entrano e la città espugnata e saccheggiata. E’ l’inizio della fine: nel giro di pochi decenni, l’Urbe è nuovamente messa a sacco, prima nel 455 dai Vandali, poi nel 472 dai Burgundi e Visigoti36. Quattro anni dopo, nel 476, le insegne dell’Impero Romano d’Occidente sono simbolicamente rimandate all’Impero d’Oriente, a Costantinopoli. L’Impero a Roma è concluso.

Già nella seconda metà del primo secolo, con la persecuzione di Nerone dopo l’incendio di Roma nell’anno 64, è accertata la presenza nella città di consistenti nuclei di cristiani. All’inizio non esistevano cimiteri espressamente riservati agli adepti della nuova religione; ma già dalla fine del secondo secolo ne sorse la necessità e per rispettare la legge romana, si iniziò a realizzarli – sempre fuori del Pomerio – scavando gallerie nel tufo, anche a più livelli, e con profondità fino a una trentina di metri: le catacombe. Ciò avvenne anche nel sito di villa Patrizi, dove il sottosuolo era tufaceo, e i cristiani possono agevolmente scavare vari ambienti sotterranei. Le catacombe sono intitolate a San Nicomede, un personaggio che qui e sepolto per primo e poi venerato. Sono collocate sopra le precedenti cave romane e circa 6 metri sotto il pavimento degli attuali sotterranei del palazzo ferroviario, fra lo stesso edificio e la limitrofa proprietà delle Suore Belghe con la Chiesa del Corpus Domini. Altri cimiteri cristiani più piccoli, sono circa sotto il Padiglione VII del palazzo. Dopo qualche secolo, però, si continuano a custodire nelle catacombe le reliquie del Santo e a praticarne il culto senza sapere più nulla della sua vita; quindi la sua storia è riscritta in una “Passione dei santi Nereo ed Achilleo”, un testo sacro sulle vicende di vari martiri, che fondeva la tradizione di tali Nereo e Achilleo con quella di Nicomede e Petronilla. Secondo questa versione, nell’anno 85, durante le persecuzioni dei cristiani sotto l’Impero di Domiziano, Nicomede era un presbitero cristiano (cioè un prete) che assisteva spiritualmente Petronilla, bellissima figlia di San Pietro, la quale, paralitica, è stata miracolosamente guarita dal babbo ed era stata poi chiesta in moglie da un ricco pagano di nome Flacco. C’è un’altra versione, ancor più singolare, secondo cui Petronilla non era guarita; ma quell’infermità – secondo il racconto di un padre gesuita del Seicento – “può durare longo tempo senza pregiudicio della bellezza cor-porale… né è meraviglia che Fiacco l’addimandasse per moglie… può essere che… facesse gran capitale dell’amicizia di San Pietro, il quale, si come faceva varie opere maravigliose, così potesse anco apportare ricchezze er onori al genero””; insomma, Fiacco pensava che sposando la figlia di San Pietro avrebbe fatto quattrini e carriera! Comunque sia Petronilla, se da una parte era vergine e votata alla religione (una sorta di suora ante litteram), dall’altra non era in condizione di negarsi al troppo potente Fiacco: riuscì solo a ottenere un rinvio delle nozze di tre giorni. Quindi la fanciulla, desiderando di essere sottratta in qualunque modo all’uomo che la voleva, si ritirò a pregare insieme con l’amica e altrettanto devota Felicola, con l’assistenza appunto del nostro Nicomede. Alla fine del terzo giorno, le sue preghiere furono esaudite ed ella serenamente… spirò. Poco dopo arrivò Flacco seguito come usava all’epoca, da un “corteo nuziale di matrone e vergini”, che avrebbero dovuto accompagnare la sposa a casa dello sposo e non prende affatto bene l’accaduto. Però, vista l’amica Felicola, anch’essa “di forme leggiadre”, e dato che la cerimonia nuziale era comunque già pronta, decide detto fatto di sposare dlei. Ma anche Felicola era dvotata alla religione e rifiutò; allora il Flacco – che evidentemente andava assai per le spicce – la fece gettare in una cloaca. Più tardi Nicomede ne recuperò le spoglie, e le diede sepoltura; ma il sempre più incattivito Fiacco, venutolo a sapere, manda a chiamare il presbitero e gli intima di rendere sacrifici agli dei pagani. Nicomede rifiuta sdegnato e per questo “fu battuto lunghissimamente con flagelli piombati, e buttato nel Tevere. A questo punto arrivò Giusto, un altro presbitero, oltre che presumibilmente, come si dice a Roma, barcarolo, che Mohe dal fiume riuscì a riprendere il corpo di Nicomede e a portarlo in un piccolo orto che possedeva “iuxta muros via Nomentana” e lì gli da sepoltura. E’ il 15 di settembre e questo giorno sarà poi intitolato a San Nicomede.
Tuttavia, anche se le catacombe c’erano veramente e una persona chiamata Nicomede era effettivamente esistita e venerata “fuori dalle mura di via Nomentana”, il resto della storia è probabilmente, in gran parte, una leggenda, creata ex post per giustificare un culto comunque praticato da secoli. Anche il nome Giusto fu evidentemente inventato per meglio qualificare il personaggio; in realtà, come ci riferisce sempre il Lanciani, il terreno in cui Nicomede fu sepolto doveva essere di proprietà della famiglia Catia, dato che fra le iscrizioni ritrovate sono frequenti i riferimenti alla “gens Catianilla”.

Mentre nasceva e si diffondeva questa leggenda, fra la fine del quinto e l’inizio del sesto secolo il mantenimento delle catacombe di San Nicomede era divenuto sempre più difficoltoso, forse per l’insicurezza derivante dalla continue incursioni dei Longobardi, o comunque per gli allagamenti determinati dalle abbondanti vene di acqua presenti in tutta la zona; ciò portò ad un progressivo ma inevitabile abbandono delle stesse. Così nel settimo secolo Bonifacio V, Pontefice dal 619 al 625, fa erigere nel nostro sito, sopra le catacombe di San Nicomede, una Basilica paleocristiana, dedicata al culto del Santo, nella quale soro trasferite le sue spoglie. Nell’ottavo secolo poi, durante il papato di Adriano I – che fece fare grandi lavori di manutenzione agli acquedotti e a molte basiliche romane” – sappiamo che anche quella di San Nicomede fu oggetto di un notevole restauro. Infine nel nono secolo papa Pasquale I fa costruire la Chiesa di Santa Prassede sull’Esquilino, facendovi trasferire, da varie chiese e catacombe romane -più periferiche e per questo, come detto, sempre meno sicure – una gran quantità di reliquie di santi, fra cui, appunto quelle di San Nicomede.

In quei secoli bui, l’Italia era stata anche sconvolta, dal 535 al 553, dalla guerra fra i Goti, che avevano occupato la penisola, e i Bizantini di Giustiniano, Imperatore Romano d’Oriente, che volevano riconquistarla. Durante quel periodo, ci fu dal 537 al 538 un lungo assedio a Roma, da parte dei Goti guidati dal Re Vitige, mentre i Bizantini difensori della città erano comandati dal grande Generale Flavio Belisario. Uno degli accampamenti goti era nei pressi della Porta Nomentana43, mentre Belisario aveva il suo comando poco oltre la Porta Salaria; quindi il tratto di mura fra tale Porta e Castro Pretorio fu sede di durissimi combattimenti”. In particolare – come ci racconta lo storico greco Procopio di Cesarea, che di Belisario era anche il segretario – avvenne, all’inizio del 537, questo episodio. Il Generale bizantino, spintosi una mattina fuori dalle mura con un migliaio di cavalieri per una sortita, dopo un duro combattimento condotto anche in prima persona dovette nel tardo pomeriggio ripiegare, inseguito dai Goti molto più numerosi, e tentò di rientrare dalla Porta Salaria; ordinò di aprire, ma alcuni soldati arrivati prima di lui avevano riferito che era morto combattendo, il suo volto era poco riconoscibile per il sangue e la polvere, poi stava facendosi buio, per cui i Bizantini a guardia della Porta non lo riconobbero e non lo fecero passare. Belisario non si diede per vinto: girò il cavallo e, approfittando dell’oscurità, guidò gli uo-mini rimasti in un assalto ai Goti condotto con tale impeto che quelli, pensando che dalle mura fossero usciti altri difensori, si ritirarono, e il Ge-nerale ebbe così modo di farsi riconoscere ed aprire”. l’assedio continuò, ma la città resistette; poi, dopo alterne vicende, i Bizantini infine vinsero una guerra durata ben diciotto goni, riconquistando sì Roma e l’Italia, ma purtroppo del tutto devastate, spopolate e impoverite.

Nel Medioevo il centro abitato della città si era rimpicciolito e ritirato verso il Tevere. I luoghi fuori Porta Nomentana, Porta Salaria e Porta Pinciana sono ormai aperta campagna, non solo all’esterno ma anche all’interno della cerchia delle mura.

Sulla Porta Salaria sappiamo che venne chiamata Porta di San Silvestro, perché la via Salaria conduceva appunto ad una Basilica dedicata a questo Santo, ora scomparsa, ma i cui resti si trovano in parte sotto la vi-cina villa Ada-Savoia”. Analogamente, la Porta e la via Nomentana continuarono anch’esse ad essere usate, non solo per i traffici a lunga distanza, ma anche per recarsi, a qualche chilometro dalle mura, im una località vicina e rimasta in uso, il complesso monumentale di Sant’Agnese.

La storia del luogo è simile a quella del sito di villa Patrizi. Lì c’era in antico una necropoli pagana. Poi, secondo una leggenda, sotto l’Impero di Diocleziano vi venne sepolta Agnese, nobile cristiana che – all’età di circa dodici anni, votata anch’essa alla castità – si rifiutò di sposare il figlio del potente Prefetto del Pretorio, e per punirla si tentò di farla prostituire; ma l’unico uomo che provò a toccarla fu accecato da un angelo bianco (e dopo guarito per intercessione della stessa Agnese). Alla fine la fanciulla venne martirizzata, prima cercando di bruciarla sul rogo (ma pare che le fiamme non la volessero toccare), poi infine tagliandole la testa. Comunque anche nel sito in questione, attorno alla tomba vera o pre-sunta di Agnese, erano sorte catacombe cristiane. Poi, all’inizio del quarto secolo, quando la cristianizzazione dell’Impero era all’inizio, e il paganesimo in Roma era ancora forte, si preferiva ancora edificare i grandi luoghi di culto lontano dal centro: in questo contesto si inquadra la costruzione -durante l’Impero di Costantino, e sopra quelle catacombe – di una grande Basilica, cui seguì quella di un mausoleo circolare a cura della figlia del-l’Imperatore, Costantina, più nota come Santa Costanza; mausoleo tuttora esistente, mentre la Chiesa costantiniana decadde, e fu sostituita, nel set-timo secolo, dall’attuale Basilica di Sant’Agnese fuori le mura.

Poiché nel Medioevo gran parte del traffico locale era diretto verso questa zona, le poche fonti disponibili chiamano spesso Porta Nomentana con il nome di Porta di Sant’Agnese oppure della Donna e la via Nomentana via De Domina (cioè padrona), in quanto era ancora vivo il ricordo di Costanza, appunto signora e padrona della zona di sant’Agnese”.
Per avere invece una notizia diretta sul nostro sito dobbiamo arrivare al 1322: un atto ritrovato dal Lanciani ci dice che un ecclesiastico dal nome altisonante, “Fra’ Filippo de Gransighnana, Priore dell’Ordine Basiliano per Roma ed Ungheria”, vendette a Stefano Colonna i beni del suo ospedale, fra i quali un palazzo con orto e vigna, situati appunto presso la “porta della Donna”.
Nel secolo successivo, sotto papa di Sisto IV (1471-1484) nella nostra zona iniziano ad essere scavate cave di pozzolana, poi in uso fino al diciassettesimo secolo. Queste cave sono ritrovate durante gli scavi delle fondamenta del palazzo ferroviario, circa 13 metri sotto il pavimento degli attuali sotterranei, quindi anche sotto le catacombe, ma sopra le cave di tufo dell’antica Roma; gli scavi, osserva il Lanciani, sono senz’ordine e senza precauzioni, effettuati con molta minore perizia di quelli dei romani antichi, i quali, anche se oltre duemila anni prima, usavano evidentemente tecniche più avanzate dei loro successori cinquecenteschi.

Fonte: Armando Bussi “Villa Patrizi e dintorni”. Palombi Editore

Torna alla pagina Porta Pia

I commenti sono chiusi.