L’albero, di Marco Lodoli

Piazza delle Muse. L’albero, di Marco Lodoli
Questa è una pagina di approfondimento della pagina Piazza delle Muse e riporta un breve racconto di Marco Lodoli.
“Negli anni Settanta alcune piazze erano dei feudi fascisti assolutamente inavvicinabili, si rischiavano le botte e forse anche peggio, e se nel caso di piazza Euclide in fondo non si perdeva granché, vista la sua dichiarata mestizia, c’era invece da dispiacersi per la perdita di Piazza delle Muse, luogo tra l’altro assai amato da Sartre e Simone de Beauvoir.

Per fortuna da molto tempo quel rettangolo affacciato su uno dei panorami più belli della città è di nuovo frequentabile: ci si può sedere sulla veranda del bar Parnaso e ammirare dall’alto la moschea, il fiume, i campi dell’Acqua Acetosa, l’Olimpica che pare una pista di macchinine, e più lontano le sagome dei palazzoni di Bel Poggio, e ancora più in là il profilo di monti sconosciuti. Ma soprattutto si può andare a far visita a uno degli alberi più simpatici di Roma. Non so se avete presente quei cavallucci bassi e miti, con la pancia che quasi struscia per terra, sopra ai quali i bambini, seguiti dallo sguardo apprensivo dei genitori, sperimentano per la prima volta l’ebbrezza di una piccola cavalcata. Più avanti quei bambini monteranno su purosangue scalpitanti, o su motociclette velocissime, ma intanto assaporano su quei mezzi ciuchi la gioia dondolante di un giro nel parco, e se la ricorderanno per sempre.
Ecco, l’albero che sta al centro di piazzale delle Muse è come un somarello vegetale. Per uno strano scherzo della natura, o forse per un feroce colpo di vento, ha il tronco cosi piegato che quasi ci si può camminare sopra. I tronchi salgono verticali, è il loro destino, ma questo smentisce ogni regola e rasenta il terreno, pare che dica a ogni bambino: sali tranquillo, prova, vedrai, non c’è pericolo. Comincia da qui, da me, prenderai fiducia e un giorno t’inerpicherai sui rami dei miei altissimi fratelli, troverai il coraggio per saltare da un ramo all’altro, per affrontare ogni difficoltà della vita. A forza di essere pestata dalle scarpe dei bambini, la corteccia è diventata liscia, come quelle statue dei santi sfregate dalle mani dei loro devoti.
E in fondo quest’albero è un po’ un santo protettore dell’infanzia, dell’innocenza, dei giochi belli che non tornano più.”
Fonte del testo: “Le isole”, rubrica edita sulle pagine romane de “La Repubblica”, a cura di Marco Lodoli
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