Tra le due guerre

Attraverso i racconti di alcune signore del Gruppo degli Amici di Santa Emerenziana, Giovanna Botticella e Alessandra Di Pucchio hanno ricostruito come si presentava il quartiere Trieste tra le due guerre.

“A piazza Vescovio, prima della guerra, intorno agli anni ’20, c’erano dei palazzi in costruzione, rimasti così per molti anni. Nella zona c’era solo via di Priscilla con i suoi bei palazzi antichi e le sue ville costruite da almeno 70 anni.

Via Salaria era più stretta di come è oggi, ma c’era un po’ di vita. All’altezza di via Anapo, di fronte alla Villa Reale (ndr. villa Ada) si potevano trovare dei negozi. Di fronte all’entrata di villa Savoia (ndr. ancora villa Ada) c’è un caseggiato vecchio che non è stato abbattuto quando, per allargare via Salaria, hanno buttato giù tante case: dicevano che c’è un appartamento dove il Principe andava quando voleva stare solo. Questa casa oggi interrompe la larghezza di via Salaria (ndr si tratta di villa Lancellotti o della palazzina Filomarino).

All’interno di villa Ada c’è una chiesa chiamata S.Silvestro, che aprono sempre il 31 Dicembre. E’ una chiesa proprio antica: in piccolo è come il Mausoleo di S.Costanza e sotto ci sono le scale per andare alle catacombe.

Noi abitavamo di fronte alla Villa Reale nei villini dei ferrovieri, un gruppo di case costruite dalle Ferrovie per gli impiegati. Da qui, per raggiunge la scuola a via Lovanio, si andava a piedi, con il caldo e con il freddo. Man mano che si camminava per via Salaria, i bambini aumentavano fino a formare un gran gruppo.

Piazza Verbano non esisteva. Fino a piazza Quadrata (ndr. piazza Buenos Aires) e a viale Regina Margherita era tutto deserto. A via Lovanio c’era un istituto di suore e, dentro, c’era la nostra scuola, antica, bellissima. C’erano tanti bambini che facevano due turni: uno la mattina, l’altro il pomeriggio.

Per via Nomentana, dove passava un autobus che portava al centro, a Porta Pia e ed a Città Giardino (ndr. Monte Sacro).

Via Arno era un paese di baracche fino al quartiere Coppedè. Era abitato da persone che, non avendo casa, si costruivano una baracca. Uno di loro, con un carretto, andava a prendere l’acqua alla fonte dell’Acqua Acetosa e la portava al quartiere gridando: “Acqua Acetosa, Acqua Acetosa”.

Viale Regina Margherita e via Tagliamento erano come adesso. All’angolo tra via Dalmazia e viale Regina Margherita c’è un palazzo dove c’era la caserma con le guardie del re. Da lì uscivano i corazzieri a cavallo e andavano a villa Savoia. Quel palazzo era adibito a stalla e c’erano gli abbeveratoi dei cavalli.

A via Chiana, sotto i lecci, c’era il mercato che, negli anni ’60, è stato trasferito nell’edificio adibito sotto a mercato coperto e sopra a rimessa per auto. Un mercato all’aperto c’era anche in via Eritrea fino al 1967 in cui è stato inaugurata il mercato coperto che ancora oggi è a Viale Libia.

Questa zona era tutta aperta campagna. Piano piano il quartiere ha iniziato a popolarsi: con le case dell’Incis è sorta piazza Verbano. Allora c’era la guardia del quartiere che conosceva tutti e dava sicurezza, tanto che si poteva uscire senza problemi anche di notte.

C’era un signore con un carretto che vendeva il latte: lui suonava una trombetta e noi bambini si usciva con un tegamino a prenderlo. In via Panaro hanno costruito una scuola che si chiama Alessandro Mussolini, in onore del figlio di Arnaldo, fratello del Duce, che era morto in aereo.

Nel 1935 è stato inaugurato il Parco Nemorense, dove c’era un piccolo rudere, di cui però non si conosce la storia, e c’era una guardia che multava chi calpestava le aiuole.

Nella zona di Sant’Agnese e Santa Costanza per arrivare su via Nomentana, era tutto prato e canneti, le case non c’erano, finivano a Piazza Annibaliano. La chiesa di Sant’Agnese è antica e sotto ci sono le catacombe; la chiesa di Santa Costanza che sta nella chiesa di Sant’Agnese la aprono solo a Pasqua, a Natale e per i matrimoni. Andando su via di S. Agnese si arriva sulla Nomentana dove c’è un antica fontana dove dicono si siano abbeverati i cavalli di Garibaldi.

Andando sulla Nomentana verso sinistra, c’è un gran muro di cinta, lì ci sono le suore: ci sono sempre state. Lì vicino c’è anche il “mare monti” (il collegio Marymount)che era un collegio femminile signorile a pagamento. Era un istituto meraviglioso con un bel giardino all’interno, lì c’è una lapide dove c’è scritto che Garibaldi ha soggiornato lì.

A piazza Annibaliano c’era il cinema Trieste (ndr dove ora c’è MacDonald): si pagavano solo 100 lire per vedere due film. In questa zona, prima, non c’era niente, solo prati, fossati e rane, si formava la marana, perché c’era un avvallamento che prendeva l’acqua da tutte queste vie ndr Fosso di S.Agnese).

Con la guerra d’Africa è nato il quartiere africano, dove le strade hanno nomi africani, come viale Eritrea e viale Libia.

In viale Eritrea, nel 1932, hanno costruito delle case convenzionate; anche il Vaticano aveva contribuito alla loro costruzione, erano case modeste, non c’era né la vasca da bagno, né l’ascensore e neppure i termosifoni, però erano ariose,belle e pulite. Queste case ci sono ancora ma sono state completamente ristrutturate. Percorrendo viale Eritrea si arriva a piazza Santa Emerenziana, che è stata costruita nel `42. Prima della costruzione della chiesa, piazza S. Emerenziana era un prato, aveva una grande fontanile con intorno le galline.

Su viale Libia, che viene dopo la piazza, c’erano tutti prati fatti a buche, che poi sono state riempite e sono nati i palazzi: questi sono stati costruiti nel ’45. In mezzo a questi prati c’era un monumento funebre, la Sedia del Diavolo. Questo rudere ricorda la forma di una grande sedia .

Il nostro viaggio nella memoria si conclude ricordando la “Montagnola”. La Montagnola era una nota trattoria situata su di un altura in via di Batteria Nomentana, dove da bambini si andava a giocare a nascondino: era un luogo tranquillo, dove si poteva stare fino a tardi e girare tranquillamente. La trattoria possedeva una radio dalla quale molti ascoltarono l’annuncio della guerra fatto da Mussolini.

Durante la guerra, quando si giocava nei prati, passavano gli aerei a bassa quota. Non erano pericolosi e non ci si rendeva conto di quello che poteva succedere. Al primo bombardamento di Roma, quando a San Lorenzo hanno sganciato le bombe sul cimitero, si sentiva il rumore delle esplosioni anche dalla stazione di via Salaria e dall’aeroporto dell’Urbe: era una cosa impressionante.

In tempo di guerra le signore cucivano le piastrine ai soldati che appartenevano al gruppo “Roma città aperta”. In occasione dell’armistizio dell’8 settembre, questi soldati sono dovuti scappare e passavano nelle case per lasciare le divise e prendere i vestiti. Senza divisa potevano camminare con minor pericolo, altrimenti rischiavano di essere presi e portarti su quei famosi carri bestiame e portati chissà dove. Con la guerra si era sviluppata una forte solidarietà sia con i soldati che con i civili. Quando i soldati partivano per la guerra si andava sulle linee ferroviarie per portare qualcosa, i soldati si affacciavano dai finestrini per salutare e alcuni di loro davano delle lettere da spedire alle loro famiglie. A scuola facevano scrivere le lettere ai soldati al fronte, per aiutarli moralmente, in modo che si sentissero meno soli.

Allora non c’era molto da mangiare e spesso i bambini dividevano la loro colazione con i bambini che non l’avevano e alcune famiglie più ricche lasciavano dei piatti di minestra sulle finestre per i poveri. Molte famiglie accoglievano nelle proprie case gli ebrei, davano loro da bere e da mangiare. In questo modo, molti di loro si sono salvati.

Quando sono arrivati gli americani, c’è stata la ritirata dei tedeschi, a piazza Vescovio, sulla via Nomentana e in tutto il quartiere hanno combattuto e ci sono stati molti morti. Con la fine della guerra tutto è tornato alla normalità.

Per noi giovani questi racconti di una Roma con i prati, la campagna, con pochissimi autobus, di una città con la guerra,sembrano così lontani eppure è storia recente, dei nostri genitori e nonni. Attraverso questa passeggiata nei luoghi della memoria non solo ci sentiamo meno distanti da questi anziani, ma sembra ora di poter essere noi stesse depositarie di una storia di cui facciamo parte.

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