Targa a Montezemolo

Sulla parete del palazzo in via Giovanni Battista Vico 31 c’è una lapide alla memoria del colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, comandante del Fronte Militare Clandestino, ucciso dai tedeschi alle Fosse Ardeatine.

MAPPA della Zona Flaminio 1 (da Porta del Popolo a Belle Arti)  

IN QUESTA CASA GIUSEPPE CORDERO LANZA DI MONTEZEMOLO COLONNELLO DEL GENIO N.M. MEDAGLIA D’ORO AL VALOR MILITARE ABITO’ DAL 1940 AL 1943 – CAPO DELLA RESISTENZA MILITARE CLANDESTINA A ROMA SOFFERSE CON FEDE IN DIO ED EROICA FERMEZZA LE TORTURE DEL CARCERE DI VIA TASSO E IL DISUMANO ECCIDIO DELLE FOSSE ARDEATINE

Pomeriggio del 25 gennaio 1944: il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo viene fermato ai Parioli dalla polizia. È un bersaglio grosso: è il comandante del Fronte Militare Clandestino di Roma l’organizzazione che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, cerca di coordinare le azioni dei militari italiani fedeli al re ma rimasti dietro il fronte, nell’area allora controllata dai tedeschi. Invano prova a convincere gli agenti che si tratta di un errore: «Sono il professor Martini», dice esibendo un documento falso. Porta baffi finti e occhiali cerchiati d’oro. I poliziotti sanno però che non si stanno sbagliando: hanno avuto la soffiata giusta. Percorrono pochi passi e lo consegnano alle SS. Al carcere di via Tasso, ad attendere il fermato, c’è un signore che si chiama Herbert Kappler.

La marchesa Amalia di Montezemolo detta Juccia, moglie del colonnello, ricorda nel suo diario: «26 gennaio 1944. Andai tutta felice, più presto del solito, in casa Scammacca, temendo che Beppo, come la volta passata, fosse già ad attendermi e si potesse fermare poco, non lo trovai… Vidi nei volti dei miei ospiti lo smarrimento… Capii che per lui e per me era finita». Suo marito verrà fucilato nel pomeriggio del 24 marzo successivo, un venerdì, alle Fosse Ardeatine. Cadrà gridando: «Viva l’Italia! Viva il Re!». Ma chi era quest’uomo il cui nome è stato cancellato dalla stragrande maggioranza dei libri sulla Resistenza? La sua storia è ora raccontata in un volume di Mario Avagliano, Il partigiano Montezemolo, edito da Dalai (pp. 401, € 22). Discendente di un’antica famiglia dell’aristocrazia piemontese, Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo nasce il 26 maggio 1901 a Roma, dove suo padre Demetrio, ufficiale dell’Esercito, ha un incarico presso lo Stato Maggiore. A 17 anni si arruola volontario e nell’estate del 1918 entra nelle linee fra il lago di Garda e l’Adige. Come tanti italiani della sua generazione cresce con il culto della Patria, dell’obbedienza, dell’autorità. È anche per seguire questi valori che nell’estate del 1937 il maggiore Giuseppe Montezemolo si arruola nel Corpo truppe volontarie che Mussolini invia in Spagna a sostegno di Franco: in gioco c’è la difesa della cristianità dal pericolo bolscevico. E Montezemolo è cattolico, monarchico e anticomunista. L’adesione alla seconda guerra mondiale è meno convinta. Durante i primi tre anni Montezemolo segue gli eventi dall’Ufficio operazioni del Comando supremo. Nel maggio del 1943 diventa il più giovane colonnello del Regio esercito. Ma sono ormai i tempi dei dubbi, delle riflessioni.

Il 19 luglio 1943 Montezemolo fa parte della delegazione che accompagna Mussolini all’incontro di Feltre, nel Bellunese, con Hitler. Il Duce è partito da Roma con l’intenzione di illustrare al Führer le reali condizioni dell’Italia e di persuaderlo della necessita di un armistizio. Ma di fronte a un Hitler invasato più che mai, non ne ha il coraggio. Al ritorno Montezemolo accompagna il capo di stato maggiore delle Forze Armate, generale Vittorio Ambrosio, in una visita segreta a Villa Savoia. Il re viene informato dell’esito negativo dell’incontro di Feltre e decide di passare all’azione. Il 25 luglio Mussolini viene arrestato. Il maresciallo Pietro Badoglio è nominato capo del governo e il colonnello Montezemolo suo segretario particolare. Comincia così la Resistenza di Giuseppe Montezemolo. Spesso misconosciuta, come dicevamo, ma certamente ben più nobile delle scelte di tanti rappresentanti di quell’istituzione cui il giovane colonnello aveva giurato fedeltà. All’ingloriosa fuga dei ministri militari e dei Savoia si contrappone infatti la scelta di questo ufficiale che resta nella capitale e nella seconda metà di settembre del 1943 passa alla clandestinità per assumere la guida del Fmcr, Fronte militare clandestino di Roma. Che cosa è stato il Fmcr? Molti storici lo hanno liquidato come espressione dell’attendismo badogliano, o come «una destra militarista» (così scrisse Giorgio Bocca). Secondo Roberto Battaglia, lo scopo del Fmcr fu quello di ostacolare un’insurrezione popolare per favorire poi il passaggio di Roma dai tedeschi agli Alleati e infine al Governo legittimo del Sud. Il libro di Avagliano, che pure è tutt’altro che un’agiografia, riconosce invece il ruolo fondamentale svolto dal Fmcr nell’evitare che uomini e mezzi dell’esercito italiano in rotta finissero requisiti dai tedeschi; nello svolgere un’enorme attività di intelligence a favore degli anglo-americani; nel fornire armi ed esplosivi al Cln.

Certo la Resistenza del partigiano Montezemolo («patriota», diceva lui) aveva anche un preciso obiettivo politico: rafforzare la monarchia e garantirne la sopravvivenza alla fine della guerra. Ma forse è proprio per questo che non è stata riconosciuta per i meriti che ebbe: «La verità – scrive Avagliano – è che nei primi cinquant’anni di storia della Repubblica la storiografia ha identificato la Resistenza italiana quasi esclusivamente con la guerriglia in montagna delle formazioni partigiane contro i reparti tedeschi e della Rsi, oppure con le azioni e i sabotaggi compiuti in città dai Gap e dalle Sap. Solo nell’ultimo decennio è stata avviata una seria riflessione sulle altre forme di partecipazione alla guerra di liberazione». Storie, comunque, soprattutto di uomini. Uomini diversi tra loro per le idee politiche, ma pronti a donare la vita. «Se tutto andasse male – scrive Montezemolo in un biglietto clandestino dal carcere – Juccia sappia che non sapevo di amarla tanto: rimpiango solo lei ed i figli. Confido in Dio. Però occorre aiutarsi».

Da un articolo di Michele Brambilla pubblicato su La Stampa.

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