Note sulla campagna garibaldina dell’agro romano

Dalla conferenza sulla CAMPAGNA GARIBALDINA DELL’AGRO ROMANO DEL 1867 di Carlo de Bac e Andrea Ventura

Il disegno di sottrarre Roma al potere temporale del Vaticano e farne la capitale di un’Italia unita era in piedi da molti anni, da almeno 20, cioè sin dalla costituzione della Repubblica romana del 1849. Non era un mistero per nessuno che questo progetto fosse ispirato da Garibaldi e che il governo, dato che il plebiscito per il Regno d’Italia aveva dato esito positivo, fosse connivente in modo non dichiarato per non irritare le potenze allora dominanti, in particolare la Francia. Il 1867 fu l’anno centrale per il tentativo di liberare Roma, contrassegnato da una serie di iniziative militari nel Lazio, che va sotto il nome di Campagna dell’Agro romano, determinatasi in modo oltremodo bizzarro e singolare.

L’organizzazione del moto insurrezionale andava per le lunghe, il Comitato Nazionale nominato ad hoc e i cosiddetti cospiratori si perdevano in programmi e preparativi sballati. Enrico Cairoli, giovane bellicoso, stanco di attendere, e il fratello Giovanni si recò con il consenso di Garibaldi a Terni dove riuscirono a radunare un manipolo di giovani provenienti da più parti. Non avevano divise, poche le camicie rosse, niente soldi, portavano con loro armi vetuste pressoché inutilizzabili e scarse munizioni. Prima di dare inizio all’impresa Enrico, secondo lo stile garibaldino, avvertì i suoi compagni dei gravi rischi da affrontare e che potevano rinunciare se non se la fossero sentita. Tutti gridarono la loro dedizione. Impadronitisi di un barcone, navigando sul Tevere sbarcarono prima di ponte Milvio e raggiunsero una piccola altura che guarda la città, la famosa Villa Glori, la sera del 22 ottobre. Sistematisi nel casale annesso, Cairoli incaricò uno dei suoi di andare a informarsi sulla situazione in città. Questi si recò niente di meno che all’Antico Caffè Greco, ancora oggi esistente, dove avrebbe potuto contattare l’incaricato di coordinare la rivolta. Da un cameriere gli fu indicato di recarsi in via di Panico presso piazza Navona dove ebbe la brutta notizia che il progetto era fallito perché gli zuavi pontifici, ( cattolici credenti arruolatisi a difesa del Papa ), probabilmente su delazione, avevano scoperto il deposito di armi dei rivoluzionari. L’inviato di Cairoli non poté ritornare indietro ad avvertirlo perché bloccato dai gendarmi. Inoltre proprio quell’azione aveva impedito che un attentato messo a segno all’interno della caserma degli zuavi, in quel momento quasi deserta, raggiungesse l’effetto sperato di decimarli. Il giorno dopo circa 800 giovani, radunatisi vicino porta S. Paolo nella vana attesa delle armi e munizioni che invece erano state sequestrate, furono quasi tutti arrestati. Vi furono anche un piccolo assalto al Campidoglio e qualche scaramuccia poi calma piatta.

Riguardo la situazione a Villa Glori, il destino della spedizione si compì rapidamente. Dietro avvertimento dello stesso proprietario della villa, signor Glori, noto suddito fedele, al mattino arrivo di 300 dragoni pontifici, fucili e revolver in azione, contrattacco velleitario dei garibaldini alla baionetta, morte di Enrico e ferimento di Giovanni alla testa, ulteriore resistenza fino a sera poi la resa. In totale su 78 patrioti si ebbero 30 tra morti e feriti, questi trasferiti all’Ospedale di S. Spirito sotto sorveglianza, trattati umanamente quelli che per opportunismo avevano accettato di confessarsi e fare la comunione, due giustiziati e tre all’ergastolo, molti incarcerati, pochi fuggiti a Mentana da Garibaldi. Curiosa una visita di Pio IX ai ricoverati senza che la sua mano protesa fosse baciata da alcuno. Trasferito nelle Carceri Nuove di Roma, Giovanni rifiutò di firmare un foglio in cui si sarebbe dovuto impegnare a non intraprendere più azioni contro il governo pontificio. Liberato anche su intercessione del governo italiano, due anni dopo moriva tra sofferenze indicibili, non completamente attribuibili alle ferite riportate, nella casa materna vicino Pavia. Il sacrificio dei due fratelli suscitò grande partecipazione e attestati esaltanti.

Come ultimo fatto di sangue, resta consegnato alla condanna generale l’efferato eccidio da parte degli zuavi in un lanificio di via della Lungaretta di un gruppetto di rivoltosi, compresa una popolana visibilmente incinta, Giuditta Tavani che si era difesa accanitamente e sulla quale gli assalitori non avevano esitato a infierire in modo brutale e sacrilego.

Per l’attentato dinamitardo alla caserma degli zuavi, furono individuati i responsabili, due giovani muratori, Monti e Tognetti che, subito arrestati, furono sottoposti per circa un anno ad un’opera di plagio decantata come rieducazione e infine, dopo il loro riconoscimento della giustezza della pena capitale, estorto con la promessa di grazia cui seguì solo il perdono spirituale, ghigliottinati pubblicamente in via dei Cerchi. Agli zuavi superstiti fu concesso dal Papa, a titolo di tardiva rivalsa, il privilegio di assistere all’esecuzione.

Non c’è dubbio che i principali protagonisti degli avvenimenti descritti siano stati i fratelli Cairoli. Appartenevano ad una famiglia lombarda, agiata e affermata, il padre medico chirurgo conosciuto, la madre, Adelaide, di molti anni più giovane, donna di grande intelligenza e sensibilità, ispiratrice e finanziatrice delle iniziative filiali. Di cinque figli maschi, quattro si sarebbero sacrificati per la causa risorgimentale, solo il primogenito, Benedetto, sopravvisse e divenne addirittura Presidente del Consiglio negli anni dieci del millenovecento. Tutti amavano la madre con grande rispetto e ammirazione, al punto di dedicare a lei l’ultimo pensiero prima di morire, soprattutto Giovanni, il minore, il cui carteggio con lei rappresenta la testimonianza di un rapporto straordinario e di una reciproca fierezza.

CONCLUSIONE  Si è trattato di eventi affascinanti che hanno lasciato una memoria imperitura testimoniata da monumenti, targhe, nomi di vie. Quegli ideali furono perseguiti malgrado condizioni proibitive da parte di giovani ardenti, addirittura invasati tanto da lasciare una vita sicura e pacifica per affrontare un cimento così rischioso, in tanti casi all’insaputa dei familiari. Si sarebbero rivelati in possesso di un ardimento leggendario e di un epico spirito di sacrificio. Quasi tutti erano consapevoli del fatto che non sarebbero tornati e questo costituisce un primato di abnegazione e di dedizione, di cui la storia ufficiale non fa che un pallido resoconto. Erano sentimenti oggi difficili da condividere e forse considerati espressione di una esaltazione anacronistica ma il ricordo e il rispetto di quei giorni e di quei volontari deve ancora costituire un esempio di grande volontà e di tenace attaccamento a un’idea.

Copia delle slide proiettate durante la conferenza

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